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Qui Hollywood non c’è.

Per Totti, adesso, ci vorrebbe un film. Per raccontare quella storia che tutti i bambini col pallone sotto al braccio hanno sognato e sogneranno, ci vorrebbe Hollywood. Ci vorrebbe uno di quei film con i colpi di scena, l’azione, i drammi, la suspence e le risate. E con il lieto fine.

Ma qui, Hollywood, non c’è.

Qui ci sono gli striscioni e i cartelli. Gli Io sto con Totti (peraltro, se ci tenete a farvi inquadrare da Sky, almeno non fate errori d’ortografia), gli hashtag #SiamoTuttiTotti, la solidarietà pelosa di qualche d’accatto, lo sdegno ipocrita degli opinionisti tv e la rabbia vomitata dai microfoni di qualche radio.

Qui ci sono i ruspanti Totti nun se tocca!. E lo scrosciante c’è solo un capitano di una curva tornata, per caso o per magia, a farsi sentire (e vedere).

E tutto questo questo non è cinema.

E’ un accanimento inspiegabile. Con cui si sacrifica il campione e la sua classe cristallina sull’altare dello slogan, della battaglia, dell’autodeterminazione. Ma è anche l’espressione di una paura inconscia. Come l’abbraccio disperato di un bambino al salvagente che dovrebbe proteggerlo da una piscina come fosse il mare in tempesta. Perché una Roma senza Totti, è vero, un po’ fa paura. Come il futuro. Ma forse adesso siamo grandi abbastanza per imparare a nuotare.

La notte di Roma.

Dopo la preveggenza di Suburra, Bonini e De Cataldo raccontano la Roma di Mafia Capitale, degli intrighi di partito (e per partito s’intende solo il Pd) e del Giubileo.

Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, La notte di Roma, Einaudi.
Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, La notte di Roma, Einaudi.

Martin Giardino, detto “er tedesco”, è il sindaco che gira in bicicletta, che chiude al traffico privato tutta via dei Fori Imperiali, che inaugura la riqualificata Piazza Testaccio. Un Ignazio Marino evidentemente idealizzato, tratteggiato con tutti i suoi difetti (l’insicurezza nelle dichiarazioni, la rigidità, l’incapacità di leggere le reali esigenze della città) ma stavolta in grado di rimanere “a barra dritta” anche nel momento più cupo. Con stampa e opposizione, sia interna che esterna al Pd, scatenate (un’accusa di stupro al posto dei rimborsi ottenuti attraverso ricevute false) e la città vittima di una vera e propria “apocalisse” (scioperi dei trasporti, rivolte delle periferie e centro storico sommerso dall’immondizia). Ad aiutarlo c’è Adriano Polimeni, ex senatore messo in disparte dalla spregiudicata gestione “rottamatoria” della giovane e spregiudicata deputata Chiara Visone dopo aver preparato una dura relazione sullo stato dei circoli del partito in città (tesseramenti falsi ecc.). A sua volta, supportato da un amico di gioventù – padre Giovanni Darè – nominato direttamente da papa Francesco Responsabile Unico del Giubileo. Insomma, Bonini e De Cataldo raccontano di una auspicabile santa alleanza fra gli incorruttibili in grado di tenere testa alla Roma dei palazzinari, della mafia e dei criminali. E la raccontano, come al solito, bene. Con un ritmo serrato, con dei registri ben strutturati e con la solita metodica precisione.

Ma invece di rimanere con successo nei confini del giallo, del thriller, gli autori la contaminano con una morale evidentemente anti-renziana, superficiale e di conseguenza inutile ai fini della storia. Quindi, Chiara Visone sembra tanto la Boschi, contro cui si scagliano le vecchie glorie (molto poco glorie, peraltro) della sinistra. E il partito del Nazareno sembra tanto quello contro cui si scagliano i supporter più accesi di marino. Sconfinano nella sfacciata marchetta citando un ristorante della Garbatella (nome, zona, specialità…manca solo il prezzo e il numero per prenotare) e, tra una sbandata radical-chic e l’altra, finiscono per confondere “account” con “hashtag” nella descrizione delle modalità di consultazione online del M5s.

Però La notte di Roma è un thriller, non un trattato politico. Perciò non credo che, senza il precedente inequivocabilmente profetico di Suburra (ne scrivevo qui), avrebbe meritato molta considerazione.

La ladra di piante.

Daniela Amenta, La ladra di piante, Baldini&Castoldi.
Daniela Amenta, La ladra di piante, Baldini&Castoldi.

Anna è laureata in psicologia. Assegnista al CNR con sei mesi, di prova, al Dipartimento di Neurofarmacologia. Al concorso le viene consigliato di non partecipare, Guardi signorina questo concorso lasciamolo fare a chi ha una laurea in medicina, verrà anche il suo tempo. Precaria. Anzi, precarissima. Generazione 1000 euro. Un po’ no future, un po’ sticazzi. Abita a Roma, quartiere Monteverde, in una casa dell’anziana e ricca Rita Zunino, coi capelli da fata e la faccia incartapecorita. Affitto rigorosamente in nero. Anna è una ladra di piante. Le ruba di notte dai condomini, dai marciapiedi, impietosita dalle foglie secche, dai rami spezzati, dai vasi troppo piccoli. Le cura e le rianima sul terrazzo, diventato una vera e propria foresta.

Riccardo è un giornalista. Appassionato critico musicale “prestato” alla cronaca nera.  Cronaca spicciola di omicidi, rapine e violenze al posto di Jazz, Rock, Punk e Progressive. Zingari e mafiosi invece di Chet Baker e dei Clash. Ipocondriaco. Separato. Abita a Roma, quartiere Monteverde, in una casa dell’anziana e ricca Rita Zunino, coi capelli da fata e la faccia incartapecorita. Affitto rigorosamente in nero. E terrazza confinante con una vera e propria foresta.

Lanfranco è un informatore della Questura in pensione. Stanco, ma non rassegnato. Solo “un po’ rincoglionito”, secondo la sua badante Irina. Abita a Roma, quartiere Monteverde. Non in una casa di Rita Zunino, ma dell’anziana coi capelli da fata e la faccia incartapecorita conosce bene il debole per il gioco e i debiti.

Tre storie che si incrociano in un quartiere che è, allo stesso tempo, un piccolo paese e una metropoli. Comunità solidale in grado di riunirsi e mobilitarsi per riqualificare Villa Sciarra o “liberare” un gatto lasciato rinchiuso, e indifferente di fronte agli occhi pesti di una ragazza “caduta dalle scale”. Un quartiere specchio di quella detestabile retorica su Roma, “quanto sei bella Roma”, ché Roma è bella solo se la si guarda dagli attici con la vista nei quartieri giusti. […] Una città che non ha salvato il proprio fiume, il proprio mare, la propria memoria e se ne casca a pezzi. E se ne compiace di farsi divorare, di mettersi in svendita, perennemente in saldo, tanto Roma è Roma, ma che ce frega, ma che ce ‘mporta… Retorica a cui qualcuno, però, si ribella. Trovando la musica anche dove non c’è, cercando di salvare un gatto o rubando piante.

Dalla sciatteria alla dignità.

Che poi a me delle due cene al “girarrosto”, delle fettuccine ai funghi o delle bistecche pagate con la carta di credito del Comune di Roma me ne fregherebbe anche poco. Sinceramente.La vera immoralità della vicenda sta nelle patetiche bugie inventate da Marino per giustificarsi. Ero a cena con esponenti di Sant’Egidio, ero con l’ambasciatore del Vietnam. Manca quella della “nonna morta o in ospedale”, e poi il campionario di scuse patetiche sarebbe completo. Sono scuse che non fanno neanche arrabbiare, tanto sono sciatte. Prive della tracotanza di Fiorito o dell’ignorante supponenza di Bossi jr. Sono le scuse di un alunno delle elementari sorpreso dalla maestra a non aver fatto i compiti. Solo che a un bambino delle elementari – bugiardo, per di più – nessuno farebbe governare Roma. 

Allora gli uomini di questa armata brancaleone mascherata da maggioranza la smettessero di blaterare del dopo “Mafia Capitale”, del “cambio di passo” e dei “fuoriclasse” in giunta. 

Facciano davvero qualcosa per Roma, permettendo a un commissario di guidarla in modo onesto e dignitoso almeno nel corso di un Giubileo che farà accendere (ancora di più) i riflettori di tutto il mondo su quello che Roma dovrebbe essere, potrebbe essere, ma che ora – di sicuro – non è. 

Ma soprattutto si preparino ad accettare l’autocritica che proprio questa sciatteria ci (noi elettori, io) chiama a fare. Noi (io) che non siamo stati capaci di leggere correttamente tra le righe delle giravolte lessicali con cui questi “fenomeni del cambio di passo” hanno giustificato incapacità, dabbenaggine, sciatteria e disonestà.

Se il Pd a Roma non vuole scomparire del tutto, si azzeri. Si stacchi la spina. Si chiama eutanasia. Vuol dire dignità.