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Sospendete la partita.

Non ho scritto nulla sul Covid-19, e non lo farò nemmeno ora. Per dirla alla Klopp, le persone che non sanno nulla, come me, non possono parlare di questi argomenti. Bisogna ascoltare chi ha le competenze e può dire alla gente cosa fare. 

Spero passi, possibilmente presto. Spero che tutti si attengano alle indicazioni ricevute, possibilmente in modo scrupoloso. Spero che le decisioni prese dal Governo siano corrette, possibilmente le migliori. Anche se in alcuni casi sono molto difficili da digerire per i diretti interessati, c’è di mezzo la salute quindi si faccia ciò che è necessario fare. Affidandosi a chi ha le competenze per dirci cosa è più giusto in questo momento. 

Però c’è un però. Le uniche notizie in grado di competere in questi giorni con i bollettini della Protezione Civile sono state quelle riguardanti il campionato di calcio. Un surreale teatrino sulle porte aperte, chiuse o accostate. Sulla perdita degli incassi. Sull’ordine dei recuperi, e dei recuperi dei recuperi.

Delle due l’una. Se l’emergenza è tale da chiudere le scuole per settimane, rinviare il referendum sul taglio dei parlamentari, isolare interi territori, invitare (in modo piuttosto perentorio) gli anziani a starsene ben tappati in casa, temere per la tenuta del sistema sanitario nazionale, e se per fronteggiarla è necessario sacrificare interi comparti economici allora è meglio che Ministero dell’Interno, Comuni e Prefetture varie non sprechino energie (e risorse) per il campionato di calcio.

Che vengano spartiti, ora come fosse l’ultima giornata, titoli, successi, fallimenti, ricchi premi e cotillon. Quando saremo tutti un po’ più sereni, rimetteremo la palla al centro e ce la giocheremo di nuovo. Intanto, adesso, sospendete la partita.

273.000 “mi piace”.

“Se l’Iran dovesse colpire qualche americano o dei beni americani, abbiamo preso di mira 52 siti iraniani (che rappresentano i 52 ostaggi americani presi dall’Iran molti anni fa), alcuni di altissimo livello e importanti per l’Iran e la cultura iraniana, e quegli obiettivi, e l’Iran stesso, SARANNO COLPITI MOLTO VELOCEMENTE E MOLTO DURAMENTE. Gli Stati Uniti non vogliono più minacce!”.

273.000 persone hanno approvato questo concetto. Anzi no, ancora di più: a 273.000 persone questo concetto “è piaciuto”.

273.000 persone a cui, evidentemente, “non piacciono” i 24 siti Iraniani che fanno parte della World Heritage List. Tantomeno i 56 (pietra più, pietra meno) che attendono l’approvazione UNESCO. Monumenti eccezionali storicamente, artisticamente o scientificamente. Siti naturali (o frutto dell’azione combinata della natura e dell’uomo) dallo straordinario valore estetico, tradizionale e scientifico. 

Non sorprende che il presidente degli Stati Uniti d’America abbia cercato di catapultare il mondo verso la Terza Guerra Mondiale proprio alle soglie dell’impeachment e del conseguente processo al Senato. Ma dov’è finita, mi chiedo, l’indignazione per le immagini di Palmira, Ninive, Nimrud ridotte dai miliziani di Daesh a polvere e sassi? Quando hanno smesso di sanguinare i cuori di tutti per il sacrificio dell’archeologo Khaled al-Asaad? Da quando radere al suolo le fondamenta millenarie di una civiltà non è più considerato un gesto di aberrante fondamentalismo?

Quei siti sono patrimonio dell’umanità. Oggi più che mai sono patrimonio di tutti. Anche di chi, come Trump, non ne comprende l’importanza. Il valore universale della storia, della cultura, è ciò che ci separa dalla Terza Guerra Mondiale. Nonostante quei 273.000 “mi piace”.

Diverbi Di verbi.

Federico Demartini, Diverbi di Verbi, Good Types, 2019. Photo Dario Sonatore.
Federico Demartini, Diverbi di Verbi, Good Types, 2019. Photo Dario Sonatore.

Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti! Così diceva Nanni Moretti/Michele Apicella in “Palombella Rossa”. 

Oggi, che da quel film sono passati 30 anni, e dalle parole veniamo travolti – in alcune circostanze quasi perseguitati – 24 ore su 24, ancora più importante è l’utilizzo che ne facciamo. Il contesto, il modo, il tempo, forse addirittura l’istante in cui una parola è scritta o pronunciata. E il “peso”. Quello che le parole hanno e quello che, volendo o non volendo, noi gli possiamo dare.

Tutto questo, nell’epoca dei social, degli hastag, dell’immediatezza, è bene che ci venga ricordato. E’ quello che Federico Demartini fa con la rubrica Bisticci per Frizzifrizzi. Attraverso quelli che sembrano semplici giochi di parole (il “bisticcio” è un preziosismo letterario che prevede l’accostamento di parole dalla somiglianza formale ma radice etimologica diversa) invita a riflettere sul senso che le parole possono assumere. Quindi, in un certo senso, ad avvicinarsi per capire meglio anziché allontanarsi in tutta fretta con la convinzione d’aver già capito.

Il libro Diverbi di verbi ne propone 8: scordare, errare, piacere, spiegare, salutare, avanzare, decantare e (il mio preferito) accettare.

La prima edizione è degna celebrazione di questo “ragionamento creativo”: realizzata in letterpress da Claudio Madella (Graphic designer, fondatore di Good Types) utilizzando caratteri mobili di legno e di piombo, ha avuto una tiratura di 85 esemplari. Non è solo un libro, quindi. Tantomeno solo un oggetto di design.

E’ – materialmente e letterariamente – un bisticcio.

L’invasore.

Erdogan ordina l’attacco: l’esercito turco invade il nord della Siria. Photo: Repubblica.it

Erdoğan ha iniziato l’invasione.

In questi anni noi – l’occidente democratico – abbiamo assistito, al sicuro, davanti agli schermi al plasma delle nostre mega TV, all’annientamento di civiltà, società e comunità, sterminate a colpi di mortaio. Lontano da casa nostra.

Abbiamo visto le immagini della bandiera nera di Daesh innalzata su una montagna di gole tagliate e corpi decapitati rimbalzare di social network in social network. A un passo da casa nostra.

Abbiamo pianto i morti per la barbarie terrorista. A casa nostra.

E allora abbiamo chiesto a Kobane di resistere, a Raqqa di non cedere. Abbiamo ammirato il coraggio delle donne e dei ragazzi sul fronte. 

Abbiamo chiesto il loro aiuto. Le loro vite. Ma non abbiamo ascoltato la loro voce. 

Con il “sultano” abbiamo continuato a fare affari. L’abbiamo ricevuto con i mille onori che si devono a uno statista. Abbiamo persino sorriso quando un giovane calciatore gli ha reso omaggio col saluto militare dopo un goal. Perchè dai, tanto che vuoi che sia…

Bene. Quello che sta facendo oggi Recep Tayyip Erdoğan, con (ovviamente) l’approvazione di Trump e contando (altrettanto ovviamente) sull’indifferenza di questa Europa pavida e mediocre, non è una “questione” politica, o ideologica. Non riguarda la Siria, la Turchia o il Kurdistan. E’ un attacco sfacciato e diretto al nostro bell’occidente democratico. Perchè quando i miliziani di Daesh torneranno ad infuocare la Siria, quando ridaranno linfa a qualche folle cellula di terroristi, quando spareranno di nuovo sotto le nostre finestre (a un concerto, in uno stadio, in un mercato) inneggiando al califfato, noi dovremo trattare direttamente con lui. Potremo trattare solo con lui.

E avrà vinto.

Recep Tayyip Erdoğan, oggi, CI sta invadendo.

Testardi senza gloria.

M. Muscarà, D. Carboni, G. Romano, Testardi senza Gloria, Edizioni Efesto, 2019.

L’Ajax di Cruyff. Il Milan di Sacchi. Il tiki-taka di Guardiola.

Il Verona di Bagnoli, il Leicester di Sir Claudio Ranieri o la Nazionale del 2006. La classe di Maradona, Cristiano Ronaldo, Messi, Zidane. Francesco Totti. La grinta di Roy Keane. La “vena” di De Rossi. Il triplete dell’Inter. Il goal di Turone o il fallo di Iuliano su Ronaldo.

La maglia a righe orizzontali bianche e verdi del Celtic, l’arancione dell’Olanda, CCCP sul petto dei calciatori dell’Unione Sovietica di Lobanowski. La Jugoslavia che non abbiamo mai potuto vedere. Wembley, San Mamés, la Bombonera.

Pensiamo al calcio, non al tifo. Alla squadra che più ci ha emozionato, all’episodio che ci ha fatto infuriare, al personaggio che ci ha affascinato, ai colori delle maglie che abbiamo sognato. Ecco, in questo libro non ne troveremo traccia.

Ma se per il tempo necessario a leggere le storie raccontate da Marco Muscarà, Daniele Carboni e Giovanni Romano pensiamo al calcio in modo assoluto, puro, allora in “Testardi senza gloria” (ed. Efesto, 2019) troveremo tutto ciò che questo sport sarebbe in grado di suscitare se il tifo, molto spesso – troppo spesso – non finisse per soffocarlo, nasconderlo. Fino a farcene dimenticare.

Lo stile degli autori, che non rinunciano al rigore della cronaca, è caldo e coinvolgente. Più vicino all’ammaliante affabulare delle radiocronache, alle voci di Carosio, Martellini e Ciotti (non è un caso, tutti e tre sono speaker a Radio Sonica, Radio Centro Suono Sport e Radio Rock) che ai concitati ritmi delle televisioni, alle chiacchiere superficiali dei post partita, all’ossessiva riproposizione degli highlights. Il risultato è un libro di racconti di coraggio, passione, appartenenza e condivisione. Di vittorie e di sconfitte. Di libertà e di giustizia, sempre con un pallone tra i piedi.