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MiC Card. 5€ per un’idea di città.

Esedra di Marco Aurelio, Musei Capitolini, Roma.
Esedra di Marco Aurelio, Musei Capitolini, Roma.

Il 21 dicembre con un emendamento al bilancio, il Comune di Roma ha stabilito che, dalla primavera del 2018, i residenti potranno usufruire di un ingresso illimitato in tutti i siti del sistema “Musei in Comune” (incluse le mostre in corso di svolgimento) acquistando una tessera annuale al costo di 5€.

I musei interessati dall’iniziativa sono i Musei Capitolini, la Centrale Montemartini, l Museo dell’Ara Pacis, il Museo dei Fori Imperiali – Mercati di Traiano, il Museo di Roma (Palazzo Braschi), il Museo di Roma in Trastevere, la Galleria d’Arte Moderna, i musei di Villa Torlonia, il Museo di Zoologia.

Oltre, naturalmente, a quelli già ad ingresso gratuito: Museo di Scultura antica Giovanni Barracco, la Villa di Massenzio, il Museo delle Mura, la casa-studio dello scultore Pietro Canonica, il Museo napoleonico, il Museo Carlo Bilotti, il Museo di Casal de’ Pazzi e il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina.

Questo è il fatto. Nudo e crudo.

Potremmo discutere a lungo – e probabilmente senza venire a capo di nulla – sul concetto per cui la cultura (e con essa i servizi culturali) si debba pagare. Concetto che, in linea generale, condivido da tempi non sospetti sia idealmente che professionalmente. Ma che, in questi giorni, mi sembra essere tornato alla ribalta solo come momentaneo cavallo di battaglia dei detrattori della Giunta.

Oppure potremmo criticare il costo della card. 5€, in effetti, sono pochi. E vista la qualità dell’offerta probabilmente con un costo di 15/20€ la proposta avrebbe avuto ugualmente grande appeal. Ma di certo non sarebbero stati quei 10€ in più a persona a  “fare cassa”.

In entrambi i casi, però, si rischierebbe di perdere di vista il “nocciolo” della questione. Credo infatti che l’iniziativa abbia molto poco a che vedere con la gestione e la riorganizzazione del patrimonio culturale e museale di Roma. E’, indiscutibilmente, un aiuto considerevole per chiunque voglia riappropriarsi dei luoghi che custodiscono la millenaria storia della città senza dover fare i conti con la “partita doppia” ogni volta. Perché, parliamoci chiaro, i musei sono di tutti, ma attualmente non sono per tutti. Qualche esempio? Per i residenti nel territorio di Roma Capitale, infatti, l’ingresso ai Mercati di Traiano, al Museo dell’Ara Pacis o ai Capitolini varia attualmente tra gli 8€ e i 9,50€. Una cifra che già esclude una fetta della società. A cavallo tra l’inverno 2017 e la primavera 2018, le mostre “Traiano. Costruire l’impero, creare l’Europa”, “Hokusai. Sulle orme del Maestro”, “Winckelmann e il Museo Capitolino nella Roma del Settecento” allestite nei suddetti spazi hanno portato ad un sensibile aumento dei biglietti di ingresso, variabili tra i 13€ e i 16€. La card può quindi essere interpretata come un intervento “sociale”, una restituzione a tutti i romani della costante e completa fruibilità di spazi finora riservati ad una “elite”. E proprio questo rivela la sua natura politica, in aperta e dichiarata contrapposizione con le scelte contestualmente operate dal Governo e in particolare dal Ministro per i Beni e le Attività Culturali come l’introduzione del ticket per l’ingresso al Pantheon e l’abolizione delle condizioni di riduzione per l’ingresso a musei e aree archeologiche statali (sostituite, ad onor del vero, dalla completa gratuità in occasione della prima domenica del mese).

Ma anche questa analisi è parziale.

Perché l’auspicato (e auspicabile) aumento della partecipazione alla vita culturale della città potrebbe, anzi dovrebbe, essere lo stimolo per lo sviluppo a cascata di altri consumi. Dalla partecipazione alle attività dei professionisti del settore abilitati (aggettivo non superfluo), all’acquisto di libri, al rinnovato interesse per il turismo culturale nelle altre zone della regione. Dirottando così, una cifra più o meno simile a quella attuale (non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di un bacino di pubblico – quello dei romani – importante sì, ma non infinito) verso altri soggetti dello stesso settore.

Insomma, sulla decisione possiamo continuare a discutere, e fino al 4 Marzo probabilmente sarà proprio così. Ma se per un lungo periodo è stata rinfacciata al Movimento 5 stelle, e in particolare alla giunta di Virginia Raggi, la mancanza di una visione di ampio respiro della città, della “comunità” (e, allo stesso tempo, “per” la città e “per” la comunità) non si può negare che questa delibera sia una prima risposta.

Sindaco Marino, sulla cultura io ti sfido. Cominciamo a fare sul serio?

Da un paio di settimane tutti si sono accorti che a Roma manca l’Assessore alla Cultura. Se ne sono accorti i politici, i burocrati, i giornalisti e gli intellettuali. Io no. Io me ne ero accorto già da tempo. E non dal 26 maggio, quando Flavia Barca ha rassegnato le dimissioni, perché chi lavora e fa impresa in questo settore non ha bisogno “dell’Assessore” ma delle politiche culturali. E quelle mancavano già..

Bene, comunque. Per sperare in una soluzione positiva è importante che la questione sia di dominio pubblico, e non solo all’attenzione degli addetti ai lavori o degli appassionati. Ovviamente l’articolo di Francesco Merlo su “la Repubblica” del 26 giugno, una descrizione impietosa dello sfacelo del settore a Roma, ha fatto da cassa di risonanza. E non ha placato le polemiche la risposta del sindaco Marino nell’intervista del giorno seguente (sempre su “la Repubblica”): emblema di quanto la questione sia sottovalutata (dalla Giunta, dal Pd romano e dalla politica in generale).

Ne ho scritto e parlato tante volte. E tante volte ho visto le parole, le proposte, le considerazioni, rimbalzare contro il muro alzato da quell’intelligencija radical-chic che, sotto la cappella della parola “cultura”, si garantisce ruoli e visibilità pur non essendo in grado di affrontare il fallimento del Macro, lo spreco del Maxxi, la crisi del Cinema, gli abusi sull’Appia antica e chi più ne ha più ne metta.

La stessa intelligencija che, spingendo e sgomitando, cerca un posto in prima fila nella “caccia” al nuovo Assessore. Proponendo nomi e ruoli, curriculum, pubblicazioni, ricerche e blasoni. Ma senza parlare mai – mai! – di contenuti.

Solo che questo non è più il momento delle teorie. Degli intellettuali col curriculum studiorum talmente vasto da coprire la mancanza di una strategia definita. Non è più il momento dei “professionisti delle giustificazioni”, di chi – neanche insediato – sia già trincerato dietro la consueta scusa della mancanza di fondi.

E’ il momento della preparazione e delle idee. Di chi è in grado di usare i (pochi) soldi che ci sono, facendo in modo che sia proprio il settore stesso – la Cultura stessa – a generare altre ricchezze: occupazione, indotto, sicurezza, sviluppo del territorio, inclusione sociale e diffusione della conoscenza.

E’ il momento, quindi, che il Sindaco faccia davvero l’Alieno e affidi la ricostruzione della Cultura a Roma a un Manager. Non ad un professionista della poltrona. Non ad un dirigente del Comune. Non ad un “ex” di qualche Ente, Fondazione o (peggio ancora) Azienda in House. La affidi a chi, riconosciute le falle e individuate le potenzialità del settore non abbia paura di sporcarsi la camicia mettendoci le mani. Che non deleghi, ma non rimandi. Che tuteli, garantisca e renda efficace la funzione del “Pubblico”, ma sia allo stesso tempo in grado di creare un sistema in cui il “Privato” sia attore protagonista. Alleato e non nemico.

Su questo “sfido” il Sindaco ad un confronto schietto, aperto, serrato. E con lui il ventaglio di nomi che rimbalzano sui siti e sui giornali. Perché non si tratta solo di trovare un Assessore, ma di scegliere quale politica culturale sia migliore per Roma. Di scegliere se “riavviare il sistema” o continuare a sopportare i programmi “impallati”.

Per questo ho individuato 5 punti da cui il nuovo Assessore potrebbe partire per imprimere (in tempi brevissimi) quel primo “cambio di verso” che molti (diciamo la verità, praticamente tutti) auspicano.

– Valorizzazione del Patrimonio Monumentale cittadino (storico-artistico e storico archeologico) e degli spazi culturali (Cinema, Teatri, ecc.).

– Riforma della struttura dei “Musei in Comune”

– Riforma delle funzioni di Zètema (e non – a scanso di equivoci – abolizione, perché il Comune deve avere un braccio operativo) e ripristino della centralità della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

– Tutela e riorganizzazione delle Biblioteche di Roma.

– Creazione di un sistema di valorizzazione e promozione delle eccellenze (scuole, aziende, associazioni) dei comparti musicale e cinematografico.

Se, oltre ai titoli, al Sindaco interessano anche i contenuti, le tempistiche, i costi e i risultati, io sono qui.

Allora, cominciamo a fare sul serio?

La nuova idea di cultura a Roma.

Venerdì sera i Walzer e le Danze Ungheresi di Johannes Brahms hanno avvolto il “Serpentone”. L’aula consiliare del Municipio XI a Corviale, infatti, ha ospitato il coro del Teatro dell’Opera diretto dal Maestro Roberto Gabbiani e accompagnato da Francesco e Vincenzo De Stefano al pianoforte nell’ambito dell’iniziativa “La cultura attraversa la città”. [Per avere un’idea: qui]. Attraverso una serie di eventi gratuiti, fortemente voluti dall’Amministrazione Comunale e in particolare dall’Assessore alla Cultura Flavia Barca, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il Palaexpo, il Teatro dell’Opera e il Teatro di Roma condivideranno le loro “eccellenze”con i 15 municipi della citta.

Il Coro del Teatro dell'Opera a CorvialeGli spettatori presenti hanno potuto assistere ad uno spettacolo coinvolgente ed emozionante, in grado di annullare, nel tempo di una sola nota, tutte le differenze. L’aula del Municipio, infatti, si è trasformata nei palchi, nelle balconate e nella platea del Teatro dell’Opera. E il profilo di cemento del “Serpentone” in quello delle imponenti strutture delle Terme di Caracalla durante la Stagione Estiva.

Perché, “tutto il territorio è centro” come ha detto, in fase di presentazione durante gli immancabili saluti istituzionali l’Assessore Flavia Barca. Che, dando voce all’urgente bisogno della città di un cambio di rotta, ha parlato anche di una “nuova idea di cultura per riavvicinare le grandi Istituzioni alla città e ai cittadini”.

Così ha detto. Proprio il giorno dopo aver riconfermato chi, da 16 anni, la cultura a Roma ce l’ha in pugno.

E allora, mi chiedo, ci sarà davvero ‘sta nuova idea?

Una piccola vittoria, ma non bisogna abbassare la guardia.

Con una nota pubblicata oggi sul suo sito internet, il Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray ha annunciato la modifica del bando “500  giovani per la cultura”.

In particolar modo sono stati fissati nuovi parametri per l’accesso alla selezione e, soprattutto, nuove modalità di svolgimento del tirocinio. Sono state accolte, quindi, alcune delle istanze che, operatori e studenti del settore, hanno (abbiamo) posto in modo molto determinato all’attenzione del  Ministro in questi giorni.

1) è stato ampliato il bacino di accesso dei potenziali neolaureati interessati a partecipare a questo anno di formazione, portando il requisito di voto minimo per accedere alla selezione da 110 a 100.

2) è stato eliminato il vincolo che prevedeva l’obbligo di certificare il possesso di un determinato livello di competenza linguistica per l’inglese.

3) è stata introdotta, in aggiunta ai casi già previsti dal bando, la possibilità di un periodo di assenza di 15 giorni per motivi di studio.

4) è stata introdotta, nel caso di impegni di studio più lunghi, la possibilità di sospendere fino a 3 mesi il tirocinio.

5)  è stato fissato a 600 ore annue l’impegno dei partecipanti per le attività di formazione.

Praticamente, riflettendoci bene, è stato rifatto da cima a fondo. E’ stato reso sicuramente piu’ “umano”. Alla portata di tutti e non solo di pochi. Come, d’altronde, era stato richiesto a gran voce. Trovo comunque incredibile che si sia arrivati a questi “parametri democratici” solo dopo una animata discussione. E’ importante, a questo punto, non abbassare la guardia e continuare a pretendere spiegazioni su cosa sia mancato in fase di progettazione. Attenzione? Cura? Conoscenza del settore? Per evitare che, alla prossima occasione, si debba ricominciare daccapo.

LETTERA APERTA al Ministro Massimo Bray: #500schiavi.

Questo è il testo della lettera aperta che ho inviato al Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray in risposta alla sua nota di chiarimento relativa al bando “500 giovani per la cultura” (alias #500schiavi).

Gent.mo Ministro, sono una delle persone che, in questi giorni, Le ha scritto in merito al bando “500 giovani per la cultura”. Uno dei tanti operatori del settore rimasti stupiti (“scioccati” è il termine esatto) dal bando. Le ho scritto, sollecitandoLa ad esporsi su questa vicenda, tramite twitter, uno strumento ottimo per gettare le basi di un confronto che deve pero completarsi in altri luoghi e con altri mezzi, per non rimanere prigionieri dei “famosi” 140 caratteri. Per questo ho apprezzato molto la scelta di diffondere una nota sulla vicenda attraverso il suo sito internet. Mettendoci la faccia, quindi, senza nascondersi dietro l’algida sigla del Ministero. Con un po’ di presunzione mi permetto di considerarlo un invito a continuare ed approfondire il confronto. E di farle alcune osservazioni che spero possano contribuire a considerare diversamente qualche aspetto.

So bene che, in questo momento, Mibact (e in generale la pubblica amministrazione) non possa assumere. So bene che il bando non obblighi nessuno a costosi spostamenti fuori sede. Così come sono sicuro che la richiesta di titoli alti per accedere alla selezione, sia stata pensata per premiare il merito. Ma, mi chiedo, si può parlare di “semplice tirocinio” per un periodo di 12 mesi, con un impegno variabile tra le 30 e le 35 ore settimanali, con il riconoscimento di 24 giorni di malattia, con il conteggio di eventuali “assenze ingiustificate” e l’eventuale decurtazione del rimborso? Non sarebbe meglio e più proficuo (sia per i partecipanti che per le stesse istituzioni coinvolte) pensare ad una organizzazione diversa dei tempi e dei modi di svolgimento del tirocinio? In modo da non trasformare “l’opportunità” in un impegno talmente totalizzante da escludere, in partenza, chi non può contare su una famiglia o su altre fonti di reddito in grado di sostenerlo.

Vede, Ministro, le scrivo in modo così diretto e appassionato proprio perchè io questa “trafila” e questi sacrifici li ho già fatti. Poi ho scelto, al termine della mia formazione, una strada leggermente diversa. L’azienda che ho fondato (e per la quale, quotidianamente, continuo a fare tanti sacrifici) si occupa di valorizzazione dei beni cultuali: conosco molto bene, quindi, le tante difficoltà di natura economica e burocratica (oltre che, a volte, politica) con cui istituzioni e professionisti devono, ogni giorno, fare i conti. Ma sulle difficoltà io non mi posso adagiare. Non posso andargli incontro con rassegnazione. E se queste stesse difficoltà possiamo affrontarle e superarle noi “piccoli” operatori, non posso e non voglio accettare di vivere in un Paese in cui un Ministero così importante (e che dovrebbe essere strategico) “giochi al ribasso”. In cui lo Stato, invece di alzarla, abbassi l’asticella. E non posso non chiedermi cosa si sarebbe detto, come avrebbero reagito le istituzioni se una “opportunità” di questo tipo fosse stata proposta da un ente privato. In quanti avrebbero parlato, anzi, in quanti avremmo parlato di #500schiavi invece che di  #500destini? Non posso, anzi, non possiamo, quindi, non parlarne ora.

Cordialmente,
Lorenzo Dell’Aquila