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Il cuore e l’asfalto

Villeneuve, il cuore e l'asfalto - Paolo Marcacci - Kenness.
Villeneuve, il cuore e l’asfalto – Paolo Marcacci – Kenness.

Non si può parlare di Villeneuve senza citare sorpassi e incidenti, alettoni frantumati, pneumatici scoppiati, sbandate controllate e staccate al limite. Ma per raccontare davvero Gilles Villeneuve, bisogna parlare di emozioni, di sentimenti e di coraggio. Senza perdersi in elenchi buoni per gli almanacchi o in dettagliatissime cronache di piazzamenti, ritiri e vittorie. Senza indugiare eccessivamente sulle manovre ai limiti della follia.

Bisogna parlare di lealtà, di rispetto e di coraggio. Quello per spingere al limite (spesso ben oltre il limite) un bolide rosso in alluminio tubolare e sovralimentato, ovviamente. Ma soprattutto quello necessario a non anteporre mai la gloria al cuore, ai sentimenti, ai principi. Fino a sembrare ingenuo. Fino alla fine. Fino a quella maledettissima “curva del bosco” a Zolder.

Perché raccontare Gilles Villeneuve, vuol dire raccontare l’ultimo degli eroi romantici.

Paolo Marcacci ci riesce molto bene.

1979, Ferrari 312T4, Zandvoort, Gran Premio d’Olanda

GP Singapore, disastro.

A mente (quasi) fredda:

  1. Grande partenza di Kimi Raikkonen e pessima di Vettel, che per difendersi da Verstappen (e visti i precedenti, in curva 1 sarebbe stato importantissimo non averlo a fianco) ha chiuso verso sinistra. Era primo, poteva farlo. Possiamo discutere l’esecuzione della manovra, non la legittimità.
  2. Raikkonen aveva completato il sorpasso su Verstappen, e aveva quindi tutto il diritto di allontanarsi dal muro spostandosi verso l’interno della pista.
  3. L’unico che avrebbe potuto evitare l’incidente era Max Verstappen. Alzando un po’ il piede, perdendo la posizione da Raikkonen e riguadagnandola, con grande probabilità vista la differenza di spunto inziale, su Vettel alla prima curva. Ma no, lui il piede non lo ha alzato. Non lo alza mai. E vai con l’ennesimo strike.
  4. Conoscendo al millesimo di secondo le condizioni meteo, non neutralizzare la partenza con pioggia battente su una pista illuminata artificialmente è una decisione assurda.
  5. Se però a prendere la suddetta decisione è ancora lo stesso direttore di corsa e delegato alla sicurezza che il 5 Ottobre del 2014 non ha interrotto il GP del Giappone, mentre sotto una pioggia torrenziale la gru-mobile su cui si è schiantato Jules Bianchi recuperava una Sauber ferma in piena via di fuga, non è assurda affatto.

Quindi, se Charlie Whiting e Max Verstappen volevano mettere le loro firme sul campionato del mondo beh, ci sono riusciti eccome.

Complimenti.

29 dicembre, #ForzaMichael.

Chi ha una passione se la porta dentro sempre.

Anche se a volte diventa un fagotto complicato da portarsi appresso, la passione.

Perché quando delude è una delusione cocente, che sembra ti marchi a fuoco per sempre. Ma sono proprio quelle delusioni cocenti che rendono indimenticabili le gioie. Anche se, quantitativamente, sono meno.

Ma in entrambi i casi ti ricordi tutto, e tutti. Dove stavi. Chi c’era. Chi non c’era. Un gesto, una parola, una risata, un’imprecazione. A volte qualche lacrima. Ti ricordi a chi devi le gioie. E chi ha causato i dolori. In uno scambio reciproco continuo, tra passione e appassionato. Tra tela e pittore, tra squadra e ultras, tra strumento e musicista.

Tra scuderia e tifoso.

Perché se i miei occhi di appassionato ferrarista hanno accompagnato tutta la carriera di Michael Schumacher, è altrettanto vero che le vittorie e le sconfitte di Michael Schumacher hanno accompagnato molte (praticamente quasi tutte) fra le cose più rilevanti della mia vita.

La vittoria sotto il diluvio a Barcellona nel 1996.

La ruotata maldestra alla Williams di Villeneuve nel 1997.

L’incidente di Silverstone nel 1999.

Il titolo mondiale vinto a Suzuka nel 2000. A farmi capire quant’è bello, finalmente, poter piangere di gioia. E i 4 seguenti. Con i quali mi piace pensare mi abbia voluto risarcire per i ventuno anni passati ad aspettare.

L’annuncio dell’addio dopo la vittoria a Monza nel 2006.

Il quarto posto di San Paolo. Quando a nessuno interessava più della vittoria di Massa e di Alonso campione del mondo, perché la Ferrari numero 5 stava rimontando dall’ultimo posto a furia di sorpassi all’esterno e staccate mozzafiato.

La speranza del ritorno nel 2009.

E poi il 29 dicembre dell’anno scorso. E l’inaccettabile banalità della normalità. Quando cadendo non contano i titoli mondiali, i sorpassi, le staccate.

Però un tifoso appassionato fa il tifo sempre. Anche quando non serve. Anzi, soprattutto quando non serve. E anche quando le cose vanno male vede comunque la vittoria.

Non ora, va bene. Ma magari tra un po’. Più in là.

E’ questo il bello delle passioni.

Perciò forza, Michael.