Lo sguardo di Annibale – Venerdì 2 Marzo 2018 allo Spazio Sinopie.

Venerdì 2 marzo sarò presso il bellissimo ed accogliente Spazio Sinopie per parlare di Annibale e di Scipione, di Roma e di Cartagine, dell’antico “mare nostrum” e – perché no? – dell’odierno Mediterraneo.

Dove? Piazza Margana 39, Roma. Quando? Alle 18. Lo sguardo di Annibale 2 marzo

Amilcare condusse il figlio dinanzi all’altare. E dopo avergli fatto porre la mano su di esso, gli fece giurare che mai sarebbe stato amico dei romani. Annibale non dimenticò più il vincolo sacro di quel gesto“.

Un grazie di cuore agli amici dell’Associazione Culturale Sinopie!

“Lunga vita alla libertà”. La storia di Deniz Naki.

Deniz Naki nasce il 9 luglio del 1989  in Germania.

La sua è una delle tante famiglie che compongono la comunità curda a Düren, una cittadina a metà strada tra Colonia e Aquisgrana. Gioca a calcio, è un buon centrocampista offensivo e viene selezionato nelle formazioni giovanili  della squadra più importante della regione, il Bayer 04 Leverkusen.

Inizia così la sua carriera da calciatore. Sul campo non sarà quella di un fuoriclasse.

Al Bayer Leverkusen non debutta mai in prima squadra, viene stabilmente impiegato nella formazione delle riserve e presto ceduto in prestito al Rot Weiss Ahlen con cui, l’8 febbraio del 2009, debutta in seconda divisione. Al 79° della partita contro l’FC Augsburg sostituisce Marco Reus (lui sì che avrà una carriera formidabile, considerato uno dei “pezzi pregiati” del che Borussia Dortmund e della nazionale tedesca). Il 25 giugno 2009 viene ceduto all’FC St. Pauli. Quelle tra le fila della squadra di Amburgo saranno le sue stagioni migliori. 71 presenze, 12 goal, e un gesto che lo rende “idolo” dei tifosi più accesi. La partita contro l’Hansa Rostock è una delle più tese e sentite. La rivalità tra le due tifoserie, quella dichiaratamente di sinistra del St. Pauli e quella con aperte tendenze neonaziste dell’Hansa Rostock, ha già provocato una serie di tafferugli e un fitto lancio di fumogeni che hanno ritardato il fischio di inizio. Naki segna il goal decisivo, e davanti ai tifosi avversari si passa un dito sulla gola.

Scoppia, giustamente, il putiferio.

Lasciato il St. Pauli tenta l’avventura in Inghilterra, al Nottingham Forest, e poi ancora in Germania al Paderborn 07, fino al simbolico ritorno, nel 2013, in Turchia, nella Super Lig, con la maglia del Gençlerbirliği, l’Ankara Rüzgârı (il vento di Ankara). Anche lì, però, poca fortuna. Due stagioni, 25 presenze, 1 solo goal. A lasciare il segno non è il suo talento sul campo, ma l’aperto sostegno alla causa curda del Rojava e alla città di Kobane, che dal 16 settembre 2014 è cinta d’assedio da parte dei jihadisti dell’Isis. Il 5 novembre, dopo essere stato aggredito in strada, decide di lasciare Ankara [1] [2] ed approda all’Amedspor, in seconda divisione.

L’Amedspor è la squadra di Diyarbakır, città situata lungo le sponde del fiume Tigri, nel sudest della Turchia. Per i curdi è “la capitale del Kurdistan turco”. Quella di Naki possiamo considerarla una scelta di cuore. E di libertà, “Azadi”. Parola che si tatua sull’avambraccio sinistro e per la quale la TFF (Federazione calcistica della Turchia) presieduta da Yıldırım Demirören (ex presidente del besiktas e fortemente sostenuto dal presidente Recep Tayyip Erdoğan) lo squalifica per 15 giornate. No, non è uno scherzo. Erdogan è già pesantemente intervenuto per limitare la libertà di espressione nel mondo calcio. Nel 2013, in seguito all’appoggio dato dalle tifoserie dei tre principali club di Istanbul (Galatasaray, Besiktas e Fenerbahce) [3] al movimento di Gezi Park (sulla vicenda è assolutamente da vedere il documentario “Istanbul United” [4]), ha bandito i cori politici dagli stadi.

L’arrivo di Naki all’Amedspor coincide con un periodo di grandi tensioni. Nonostante l’Isis, quello che dovrebbe essere un nemico comune, sia alle porte, nel novembre del 2015 la Turchia interrompe la tregua (annunciata da Öcalan nel 2013) bombardando postazioni del PKK in Iraq e riaprendo così le ostilità armate col gruppo curdo [5].

Sui campi di calcio, come già capitato in altri scenari “caldi”, le divisioni non si stemperano. Quando i calciatori turchi incontrano Naki e l’Amedspor si esibiscono spesso nel saluto militare, in sostegno ai soldati che rispondo agli ordini del presidente.

Già. Proprio questo “saluto militare”, purtroppo.

Così, dopo aver messo a segno il goal che suggella la qualificazione dell’Amedspor ai quarti di finale della Coppa di Turchia, Naki dedica l’impresa “a coloro che hanno perso la vita e ai feriti durante la repressione nella nostra terra che dura da più di 50 giorni. Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!».

Il post, pubblicato sui suoi account social, costa al giocatore altre 12 giornate di squalifica. Al club un’irruzione della polizia nella sede e il sequestro dei computer. Ai tifosi la squalifica per la storica partita seguente, contro il Fenerbache (che – almeno ogni tanto una buona notizia – esprimerà solidarietà nei confronti di Naki e dei tifosi dell’Amedspor) [6] [7].

Non è ancora abbastanza.

Il 7 gennaio di quest’anno, nei pressi di Düren, vengono sparati alcuni colpi di pistola sulla sua auto. Rimane, fortunatamente, illeso [8].

In questo clima, il 31 gennaio, si consuma l’ultimo atto della vicenda. La TFF lo giudica colpevole di “propaganda ideologica” e “separatismo curdo”, e lo squalifica per tre anni e mezzo dall’attività agonistica (oltre ad infliggergli una multa di circa 60mila euro). Equivale a una squalifica a vita. La causa? Aver condiviso un video sui social media con un appello di partecipazione ad una manifestazione contro l’offensiva militare turca nell’enclave curda di Afrin, nel nord della Siria [9].

Questa è la carriera di Deniz Naki. Sul campo non  è stata la carriera di un fuoriclasse. Non importa.

23 Dicembre 2017 – 28 gennaio 2018. Dalla tempesta allo tsunami.

Da Juventus-Roma a Roma-Sampdoria. Sei partite, tre punti. Un ruolino da naufragio.

Che la società abbia fatto un disastro annunciando – urbi et orbi – di aver messo in vendita Dzeko e Emerson Palmieri è assodato. Per me ancora più disastroso è aver armato tutto ‘sto casino e poi non solo non aver fatto la tanto decantata “rivoluzione” annunciata da Monchi (qui), ma essere anche rimasti con in mano un pugno di mosche. Cioè con la più classica delle plusvalenze (Palmieri, e vabbè, ma per guadagnare dalla sua cessione non serviva certo un genio) e il più scontato dei buchi in rosa. Perché mi pare evidente che se a Kolarov prende la febbre, a sinistra ci finirà Juan Jesus. O tutt’al più un terzino adattato (Aleix Vidal?), preso comunque per giocare a destra e alzare Florenzi.

In questo contesto Di Francesco ha definitivamente smarrito una rotta già individuata a stento. Insistendo su un 4-3-3 per cui mancano gli uomini (esterno a destra d’attacco, intermedio e, in parte, regista) e che non valorizza i talenti – chiamiamoli così – in rosa (Nainggolan e Dzeko su tutti). Segnale allarmante di mancanza di esperienza (o di “malizia”) e, soprattutto, di “spessore”. Così come snocciolare statistiche in conferenza stampa come fossero risultati e/o mettere in campo il baby Antonucci come fosse un amuleto.

Detto questo, esonerare Di Francesco adesso sarebbe – ahimè – un errore. Più che altro per mancanza di alternative. Perché diciamocelo chiaro, sulla piazza ci sono Luis Enrique, Ancelotti, Blanc e Ranieri. I primi tre volano ad altre quote. Col quarto abbiamo sfiorato uno scudetto, è vero. Ma prima che si cominci a farneticare di nuove spericolate rimonte è bene ricordare che in quella stagione al suo fianco, in società, c’era un certo Gian Paolo Montali. Dirigente di un livello che a Roma non s’è più visto. Quindi, prima di millantare altri giri di vite, sarebbe il caso di correre in Cina da Fabio Capello, ad esempio, e consegnargli le chiavi di Trigoria. E poi vediamo se con un Direttore Generale come lui tutti i giorni a bordo campo, i comportamenti dei calciatori (protagonisti di questo scempio al pari di società e allenatore, sempre pronti a tirare i remi in barca al primo accenno di mareggiata) durante le vacanze sarebbero ancora “non professionali”.

E’ vero che, citando il sommo Stefano Benni, dopo l’errore di Schick in Juventus-Roma avevo scritto che abbiamo sempre mangiato pane e tempesta. Ma avevo scritto tempesta. Non tsunami. E che c***o.

Il cuore e l’asfalto

Villeneuve, il cuore e l'asfalto - Paolo Marcacci - Kenness.
Villeneuve, il cuore e l’asfalto – Paolo Marcacci – Kenness.

Non si può parlare di Villeneuve senza citare sorpassi e incidenti, alettoni frantumati, pneumatici scoppiati, sbandate controllate e staccate al limite. Ma per raccontare davvero Gilles Villeneuve, bisogna parlare di emozioni, di sentimenti e di coraggio. Senza perdersi in elenchi buoni per gli almanacchi o in dettagliatissime cronache di piazzamenti, ritiri e vittorie. Senza indugiare eccessivamente sulle manovre ai limiti della follia.

Bisogna parlare di lealtà, di rispetto e di coraggio. Quello per spingere al limite (spesso ben oltre il limite) un bolide rosso in alluminio tubolare e sovralimentato, ovviamente. Ma soprattutto quello necessario a non anteporre mai la gloria al cuore, ai sentimenti, ai principi. Fino a sembrare ingenuo. Fino alla fine. Fino a quella maledettissima “curva del bosco” a Zolder.

Perché raccontare Gilles Villeneuve, vuol dire raccontare l’ultimo degli eroi romantici.

Paolo Marcacci ci riesce molto bene.

1979, Ferrari 312T4, Zandvoort, Gran Premio d’Olanda

Museo Pietro Canonica, un piccolo gioiello da non perdere.

Situato nel cuore di Villa Borghese, nell’edificio descritto nella seconda metà del Seicento dai guardarobbe della famiglia Borghese come “Gallinaro” (il casale dove venivano allevati struzzi, pavoni e anatre per le battute di caccia) e attualmente conosciuto – per la caratteristica cinta turrita di stampo medievale realizzata alla fine del Settecento dall’architetto Antonio Asprucci – come “Fortezzuola”, il Museo Pietro Canonica è un piccolo gioiello dei Musei in Comune.

Scultore di fama internazionale, grande appassionato di musica e compositore, Canonica nasce a Moncalieri nel 1869 e si forma nella Torino stimolante di fine Ottocento, per poi soggiornare a lungo presso le corti d’Europa (le aristocrazie infatti gli commissionano ritratti e monumenti celebrativi) e infine trasferirsi a Roma (dove morirà nel 1959) ottenendo in concessione dal Comune l’edificio che oggi ospita il museo per farne la propria abitazione-studio.

E’ proprio questa la principale caratteristica dello spazio museale, fondere l’universo più intimo dell’artista con le “ovattate” atmosfere aristocratiche di fine Ottocento e gli sconvolgimenti (politici e sociali) del primo Novecento. L’appartamento privato di Pietro Canonica, con gli arredi pregiati e i quadri dell’ottocento piemontese; lo studio, con le testimonianze della sua tecnica e della sua ispirazione; le cinque sale espositive, in cui, tra sculture, busti, statue e calchi è possibile ricostruire la storia e l’evoluzione della sua produzione artistica.

Tra le opere esposte spiccano in particolare i due modelli originali dei monumenti al Granduca Nicola Nicolajevich e allo Zar Alessandro II (entrambi gli originali distrutti nel corso della Rivoluzione), i modelli delle statua equestri dedicate all’eroe dell’America Latina Simon Bolivar e al Re dell’Iraq Faysal I (anche l’originale di quest’ultima è andato completamente distrutto, nella rivoluzione del 1958), i basamenti dei monumenti a Kemal Ataturk, inaugurato a Smirne nel 1932, e alla Repubblica Turca.

Modello della statua equestre di Faysal I, re dell’Iraq.

appunti sparsi, in ordine sparso.