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Cengiz Under, annamo a vince!

Lo sguardo incredulo. La pettinatura classica, anni ’50. L’espressione spaesata da adolescente all’estero per la prima volta. Pizzetto e baffetti radi, come prematura ostentazione di virilità. In un mondo di muscoli e tatuaggi, il fuoriclasse lo riconosci dalla semplicità.

Oh, bene. Ma com’è che si chiama?

Cengiz Under!

Ma tutto attaccato? Ma è un nome o un cognome? Vabbè. Daje “coso”, annamo a vince!

Juventus-Roma 1-0. Anche Stavolta.

Anche stavolta è stato decisivo l’approccio. La Juve arrembante e fisicamente straripante, la Roma contratta e impaurita.

Anche stavolta sono stati decisivi gli uomini. I giallorossi fragili, incerti e spaesati. I bianconeri incontenibili e tambureggianti.

Anche stavolta sono stati decisivi i primi venti minuti. Noi affannati nella ricerca di una spiegazione pseudo-razionale circa la presenza di Gerson sulla fascia destra. Loro bullescamente intenti ad esaltare il tridente Orsato-Mandzukic-Higuain.

Poi, calato il primo, li abbiamo contenuti. E abbiamo finito quasi all’arrembaggio.

Ma, anche stavolta, non è bastato.

P.s. Per carità, io Spalletti lo adoro. Ma a volte, nel calcio come nella vita, per evitare colossali figure da fregnone basterebbe studiare la storia. E la storia degli abomini tattici dice che un centrocampista brasiliano lento e impacciato, mortificato sulla fascia destra in una partita decisiva l’avevamo già visto il 19 Marzo del 2002. E, porcaccia zozza, non era andata bene.

Marcos Assuncao Roma-Liverpool

Chievo-Roma 3-3. Chi il carattere non ce l’ha, non se lo può dare.

Che sarebbe stata dura, e che nell’aria ci fosse puzza forte di fregatura, lo sapevo.

Lo sapevo sullo 0-2 e con tanti minuti davanti.

Lo sapevo quando Manolas ha presidiato l’area piccola con la stessa convinzione di Trotta, e Szczesny ha cercato il pallone a mano piatta come se dovesse schiacciare una mosca.

Lo sapevo quando ho visto entrare Dainelli, con la sua faccia triste da arbitro anni ’80.

Lo sapevo al 71’, quando dopo il goal di Iago Falque mancavano “solo” venti minuti.

Lo sapevo all’81’, quando ho visto entrare in campo Pepe. Che pensavo avesse dato l’addio al calcio un paio d’anni fa.

Lo sapevo all’85’, ancora prima che calciasse la punizione.

Era dura, e c’era puzza forte di fregatura. Lo sapevo.

Quello che ancora non sapevo è quanto, per questa Roma, Garcia sia perfetto.

Con la sua incapacità di accorgersi dell’impresentabilità psicologica di Manolas (giustificatissima, peraltro, viste le “questioni personali”), di quella fisica di Salah (corre in protezione sulla caviglia creandosi, di conseguenza, fastidi muscolari. Chiunque faccia un po’ di sport sa di che parlo) e di affidarsi ad altro che non siano i lanci per Gervinho.

Con la sua ignavia. Con quella sua atavica mancanza di volontà nel rivoluzionare la squadra, nel provare a mostrare (magari proprio approfittando delle enormi difficoltà di organico e conseguente irrilevanza del risultato) cosa tatticamente vorrebbe mettere in pratica, o potrebbe mettere in pratica, se avesse uomini, fiducia, garanzie, possibilità.

E’ l’alibi perfetto, Garcia, per questa società.

Per questi dirigenti da strapazzo, che se si prendessero la responsabilità di confrontarsi per una volta con un allenatore con le palle (Spalletti, Capello, o chi per loro) si vedrebbero sbattere in faccia ‘sta rosa sopravvalutata di presunti campioni, di giocatori in odor di pensione, di giovani promettenti, di gioielli del vivaio. Si vedrebbero sbattere in faccia l’assenza di programmazione sul mercato e la ricerca esasperata della plusvalenza. Si vedrebbero sbattere in faccia la mancanza di piglio, di decisione e – perché no? – di arroganza.

E vedrebbero gettare all’aria questo “sistema-Roma” perfetto, dove ci si inalbera nelle dispute sul valore della maglia sudata, sulla romanità “un tanto al chilo” di chi deve indossare la fascia di capitano, sul colore della divisa da Champions immemore della tradizione, e dove intanto ci si rassegna alla fatal possanza del destino avverso.

Ma come il coraggio anche il carattere – Manzoni mi perdonerà – chi non ce l’ha non se lo può dare. E quindi rimangono lì, nascosti dietro un allenatore inadeguato che invoca “palla lunga a Gervinho”, a blaterare di obiettivi, di risultati, di programmi, di futuro.

Poi c’è anche chi il coraggio lo deve comunque trovare. Per cercare una verità che – è vero – con la “frivola serietà” del calcio non ha niente a che fare. Ma a cui magari proprio quei beceri, malati, esagitati, esagerati tifosi tendono la mano. Almeno loro.

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L’unica cosa bella di ieri.