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Nerone, il grande incendio di Roma e la “Nova Urbs”.

La notte tra il 18 e il 19 Luglio del 64 d.C., al tempo di Nerone, Roma fu distrutta da un incendio di proporzioni inaudite. In breve tempo le fiamme, sviluppatesi al Circo Massimo, nella zona tra Celio e Palatino, divennero un fronte di fuoco compatto e invalicabile, impossibile da domare, che devastò la città per dieci giorni. Il numero di morti, soprattutto nelle zone più popolari, imprecisato. I danni incalcolabili. Delle 14 regiones in cui Augusto aveva diviso l’Urbe, 3 furono completamente rase al suolo, 7 ridotte in rovina.

Dovendo pensare a un “fotogramma” della storia antica, a molti probabilmente verrebbe in mente proprio l’immagine dell’imperatore che contempla Roma bruciare accompagnandosi con la lira.

Locandina del film "Quo vadis?", 1913, diretto da Enrico Guazzoni e tratto dall'omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz.
Locandina del film “Quo vadis?”, 1913, diretto da Enrico Guazzoni e tratto dall’omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz.

Ma è un’immagine distorta. Da alcuni resoconti degli storici antichi (Disgustato dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalle strade tutte strettoie e curve, dette fuoco alla città, riporta Svetonio; Nerone sentì il desiderio di realizzare quello che aveva sempre sperato, cioè mandare in rovina la città. Perciò incaricò segretamente alcuni uomini che, comportandosi come fossero ubriachi, appiccarono focolai di incendio in più parti di Roma, scrive Cassio Dione); dalle ipotesi avanzate da qualche studioso moderno (lo storico russo Sergej Kovaliov, ad esempio, spiega l’incendio con il fatto che l’imperatore aveva in precedenza comprato a basso costo la vastissima zona tra Esquilino e Palatino sulla quale sarà eretta poi la Domus Aurea); e – perché no? – dalle re-interpretazioni cinematografiche (come dimenticare il primo Kolossal, Quo Vadis?, del 1913, o l’interpretazione di Peter Ustinov nel rifacimento del 1951).

Perché è proprio a Nerone, invece, che si devono quei provvedimenti per proteggere la città dal ripetersi di un evento così tragico. Tacito (Annales, XV, 43) descrive nei particolari i criteri urbanistici della Nova urbs voluta dall’imperatore: strade più ampie, blocchi di case ben allineate e dall’altezza limitata, con cortili e portici, realizzate con pietre refrattarie al fuoco e, soprattutto, senza muri divisori comuni. Le zone della città che non erano occupate dal palazzo imperiale furono riedificate: non già come dopo l’incendio gallico qua e là a casaccio, senza seguire un piano, ma con blocchi di case ben allineati, con più ampio respiro di strade; le costruzioni non dovevano superare una certa altezza, vi era dello spazio adibito ai cortili e a protezione delle facciate venivano aggiunti dei portici. (…) Volle che i nuovi edifici fossero saldati in talune parti non con travi ma con pietra di Gabi o di Albano, refrattarie al fuoco. (…) Volle infine che non vi fossero muri divisori comuni tra casa e casa ma che ogni edificio disponesse di muri propri.

A nulla valse, però, la generosità nel soccorrere e accogliere gli sfollati, per i quali Nerone aprì il Campo Marzio e i giardini imperiali, fece costruire ricoveri provvisori e organizzò distribuzioni di generi alimentari. A nulla valsero i riti espiatori verso gli dei. Niente riuscì a cambiare – né, in molti casi, cambia oggi –  l’infame opinione che l’incendio fosse stato comandato.

Un breve frammento del mio racconto sul “grande incendio di Roma del 64 d.C. e sulla Nova Urbs neroniana, nel corso della visita guidata al Vicus Caprarius (Roma) realizzata il 15 ottobre 2017 in occasione della presentazione del libro “A tavola con gli antichi romani” di  Giorgio Franchetti.