In viaggio, Gerusalemme e Palestina #1.

Le mura parlano e raccontano storie. E’ probabilmente la considerazione più banale (perlomeno tra le più banali) che storici o archeologi possano fare. In alcuni casi, poi, non raccontano solo storie, ma raccontano la Storia. E’ così per quelle imponenti che cingono la città vecchia di Gerusalemme, e per i segni lasciati dalla guerra di indipendenza sulla Porta di Sion. Per le pietre dell’antica Gerico nel Tell es-Sultan e per quelle dell’inespugnabile fortezza di Masada. Parlano di Dio i blocchi di pietra bianca del muro del pianto, i marmi della moschea El-Aqsa, le maioliche della Cupola della Roccia e il travertino di Betlemme della Basilica della Natività. Parlano di una strage i resti romani del Palazzo di Erode. Per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina non si può non lasciare la parola alle mura.

Per raccontare il mio viaggio a Gerusalemme e in Palestina, quindi, non posso non cominciare da un muro.

Betlemme, Bansky

Da questo mostro di cemento armato, filo spinato e militari. Alto fino a nove metri (nove metri, 2 volte il muro di berlino) con terminal e porte di sicurezza (i “check-point” spacciati per “controlli di sicurezza” ma utilizzati come una vera e propria frontiera) che immettono nella città da tutti i punti cardinali.

Un muro che accerchia Betlemme e la divide da Gerusalemme. Che divide, quindi, i luoghi che il cristianesimo venera come quelli della natività di Gesù da quelli della morte e della resurrezione. Che divide “chirurgicamente” due città così indissolubilmente legate da essere – per credenti, atei, religiosi o laici – una l’imprescindibile appendice dell’altra.

Betlemme, il muro.

Un muro che nel troppo superficiale immaginario comune separa gli israeliani dai palestinesi. Ma che, in realtà, separa quartieri e città. Palestinesi da palestinesi. Che smembra famiglie, divise – in tantissimi casi – dal colore della Hawiya, la carta d’identità. Verde quella di chi risiede nei Territori occupati; Blu quella di chi risiede a Gerusalemme e che, pur non avendo passaporto, può frequentare scuole, ospedali, servizi sociali. Marcare differenze nelle differenze, un metodo vecchio come il mondo. Divide et Impera, d’altronde.

Un muro, le cui porte dettano i ritmi delle giornate. Come le preghiere. Che nel migliore dei casi, fin dall’alba costringe a file di ore per i controlli di sicurezza chi, permesso di lavoro e documento alla mano, da Betlemme si deve spostare a Gerusalemme. Oppure, in caso di chiusura – decisa in modo assolutamente unilaterale – a mettersi in cammino per ricominciare da capo e mettersi in fila in un altro varco, in un altro check point.

Rientro in Palestina

Allora, per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina, non posso non cominciare dalla guida Khalid. Che ci porta in giro nei dintorni di Betlemme e ci chiede se è bello dormire a Gerusalemme (distanza 8 – otto!! – chilometri). Lo chiede a noi. Perché a lui, palestinese cristiano, non è permesso. A Gerusalemme ci può andare solo a Natale o a Pasqua. E deve tornare la sera. Sempre che le porte del muro siano aperte. Sennò, cristiano o no, “sticazzi” del tuo pellegrinaggio.

Per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina, non posso non cominciare da Sofia che, il muro, vuol farcelo vedere per bene. Dall’alto. E quando si accorge che a mia moglie è venuta la pelle d’oca (perchè le donne sono più sensibili, io avevo il voltastomaco) le dice “pensa che questa è la mia vita”.

Per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina non posso non cominciare dalle opere di Bansky. Che non abbelliscono. Perché niente può abbellire una sfregio così grande. Ma di certo rendono chiaro, evidente, come questo muro sia uno strumento d’attacco. Non di difesa.

Betlemme, Bansky (Instagram)

Che poi, che per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina si dovesse cominciare da un muro, non era neanche difficile immaginarlo. Basta andare nella basilica di Santa Maria in Trastevere e guardare il mosaico dell’abside. “Hierusalem”, si legge, accanto alla rappresentazione di una città cinta da torri e da mura. Appunto.

Da una porta in queste mura escono sei agnelli. E dall’altra parte del mosaico, da Betlemme – appunto – ne escono altri sei. Tutti si spostano  simmetricamente e contemporaneamente verso il centro, verso l’Agnus Dei. Sempre che i check-point siano aperti.

gerusalemme (1)

betlemme (1)

mosaico absidale

Gerusalemme e Palestina, Luglio 2015.

1 commento su “In viaggio, Gerusalemme e Palestina #1.”

  1. Che le Mura parlino di storia e’ noto da tempo: dai giorni delle Mura di Troia, da quelle del Vallo di Adriano, o dalla grande Muraglia, oppure da ‘Wall Street’ che dal nome stesso si capisce che cosa vuol dire. Oppure le Mura che hanno protetto le citta’ italiane. Ma, caso strano, per alcuni ha senso parlare solo del ‘Muro’ tra la ‘Palestina’ e Israele.. Una bella miopia.. Ma se veramente si vuol far fare un passo in avanti alla Storia (da qualunque parte si scelga di stare), e’ bene raccontare i fatti come stanno, cosi’ come lo si dovrebbe fare con il passato. E cosi’, magari di ritorno da una vacanza a New York, narrarci il perché quella ‘mitica’ strada abbia quel nome.

    E allora quel ‘Muro’ si chiama ‘Barriera difensiva’ ed ha un senso preciso: impedire – anche separando famiglie e quartieri – il terrorismo palestinese in Israele. Da quando e’ stato costruito, nel 2002 dopo la Seconda Intifada, ha permesso di ridurre drasticamente gli attacchi terroristici palestinesi in territorio israeliano (ripeto territorio israeliano). A quel tempo le madri israeliane – a Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa, Ashdod, Ashkelon – mandavano i figli nella stessa scuola su due autobus differenti, sperando che almeno uno dei due si salvasse in caso di attentato. Un bel dilemma… Da far rivoltare lo stomaco, per usare le tue parole.

    Capisco poi che un europeo – abituato fino a poco tempo fa a vivere la propria citta’ senza tanti problemi di sicurezza ma vediamo la sua reazione nel futuro prossimo che potrebbe attenderci…- si storca o si spazientisca di fronte ai controlli (pardon check point). Ma forse se fossi quella mamma israeliana la penserei in maniera diversa… e credimi ha piu’ diritto lei di te.

    E’ vero quel ‘Muro’ e’ una frontiera… e non puo’ che essere cosi’ come lo sono stati tutti i Muri della Storia, se la si vuol leggere veramente. Ed e’ altrettanto certo che quella frontiera possa essere chiusa in maniera unilaterale, come fa qualunque nazione con la sua frontiera: non lo fanno gli Usa con la frontiera con il Messico, non lo fa la Russia con certe zone calde, non lo hanno fatto in passato e nel presente tante altre in situazione di rischio e pericolo?

    E poi, dimmi, e’ ammesso che un israeliano entri a Gaza o nei Territori?

    Betlemme, che in ebraico significa la casa del pane (Beit Lehem), e’ la citta’ natale di Davide: figura di un certo peso nell’ebraismo e non solo! E tuttora per questo ha un richiamo per gli ebrei, non solo per Davide ma anche perché li’ vicino c’e’ la Tomba di Rachele. Lo sai che gli ebrei per visitare quel posto ci vanno scortati altrimenti le pietre li sommergono? Betlemme fino al 1967 – dal 1949 in poi perché ancora prima c’erano gli inglesi – e’ stata occupata dalla Giordania (che di stragi di palestinesi se ne intende.. basta che ricordi Settembre Nero…) dopo aver dichiarato guerra – unilaterale – ad Israele insieme a signori come Egitto, Siria, Libano, Iraq e compagnia cantando. Erano questi a non aver accettato la partizione della Palestina in due stati votata dall’Onu (a proposito di risoluzioni disattese). Ma non per questo i palestinesi ebbero tutti la cittadinanza giordana, anzi. Per questo oggi ti meravigli che ci siano due diverse carte di identita’: molti di loro erano considerati apolidi dalle leggi internazionali apolidi, visto che uno stato palestinese (per volonta’ araba e palestinese) non c’e’ mai stato avendo rigettato la partizione e Amman negato la cittadinanza. La Giordania non occupo’ solo Betlemme ma anche una parte di Gerusalemme: in base a quella occupazione, gli ebrei non erano ammessi a pregare al Muro (un altro…) del Pianto , in violazione degli stessi accordi armistiziali. Furono inoltre costruiti edifici a pochissima distanza dal Muro stesso che e’, a torto o ragione, luogo santo per milioni di persone. Non mi sembra che qualcuno -compresa la guida che non puo’ dormire a Gerusalemme – si sia scaldato all’epoca più di tanto. E sti’ cazzi se come ebreo volevi pregare al Muro del Pianto!. Oggi, al contrario – e nonostante Gerusalemme sia considerata da Israele sua capitale – i musulmani possono pregare sulla Spianata delle Moschee, cosi’ come i cristiani – arabi cittadini di Israele e palestinesi – al Santo Sepolcro. Una diversita’ – che magari non ti contenta – che e pero’ significativa.

    Una parola sulla Spianata: gli ebrei la chiamano Monte del Tempio perché sorge letteralmente sul luogo dove si innalzava il Tempio distrutto la seconda volta dai Romani. Il Muro e’ l’ultimo tratto di pietra rimasto di quel Tempio ed e’ considerato sacro agli ebrei come Gerusalemme, che invece per l’Islam e’ ‘solo’ il terzo luogo santo della loro religione. Come forse sai o non sai, su quella Spianata – prova ad immaginare che di San Pietro resti solo un muro e che sulla basilica ci sia una moschea o quello che vuoi tu – gli ebrei possono solo entrare ( con il contagocce) ma non pregare. Lo vieta la legge che Israele si e’ impegnato a rispettare. Un paradosso no?

    Ma c’e’ un’ultima cosa che voglio farti notare: in tutto il tuo resoconto parli di Gerusalemme, di Palestina ma non usi mai la parola Israele. Come se non esistesse, come se fosse l’innominabile malattia (di una certa sinistra )di cui e’ affetta la zona.. Parli di guerra di indipendenza che lascia i segni alla Porta di Sion e non dici mai ‘indipendenza’ da chi, da cosa? Una bella maniera di raccontare la storia: comincia negando persino i nomi.

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