Sampdoria-Roma 2-1. Dominare la partita.

Pareggio.

Vittoria.

Vittoria.

Pareggio.

Sconfitta.

Con questo ruolino non si va da nessuna parte. E per nessuna, intendo proprio nessuna. E non parlo dello scudetto che, mi pare chiaro, con queste premesse è cosa che davvero non ci riguarda. Ma dell’annata, che si prefigura dura da digerire senza l’aiuto di qualche chilo di effervescente Brioschi preso a manciate avide, come pop corn al cinema.

Anche se, tutto sommato, è frutto di un episodio sciagurato (l’autorete di Manolas è roba da Gialappa’s band), la sconfitta di ieri sembra il segno evidente di una crisi profonda. Di idee, di gioco, di prestazione. E, quindi, di risultati.

E’ vero, come si sono affrettati a dire tutti nel post partita, che il pallone tra i piedi ce lo ha avuto sempre la Roma. Ma è altrettanto vero che, con ‘sto benedetto pallone tra i piedi, la Roma ha fatto tutto fuorchè dominare. Perché non può voler dire “dominare la partita” fare 2000 cross e battere 1000 calci d’angolo senza girarne nessuno (N-E-S-S-U-N-O) verso la porta. Che senso ha crossare approssimativamente (molto approssivamente in alcuni casi) verso la testa di un’unico attaccante senza che l’area – intasata dai 10/11 della squadra avversaria – sia attaccata anche da centrocampisti ed esterni? Potrebbe provare a spiegarlo il mister Rudi Garcia? Visto che questo abominio tattico degno delle romette di mazzoniana memoria s’era già palesato contro il Frosinone, magari mi aiuterebbe a capire di quale antiacido fare scorta per i mesi a venire.

Costringere il portiere avversario a fare 3 parate vuol dire “dominare la partita”? 3 parate molto scenografiche, per carità. Ma quanti tiri nello specchio ha fatto la Sampdoria? 3, anche loro. E meno male. Perché De Sanctis è sempre goffo e in ritardo e, a differenza di Viviano, non ne prende uno.

Non può voler dire “dominare la partita” affidarsi alle giocate di Pjanic (bene di nuovo in posizione da trequartista e non da intermedio), senza che la squadra faccia movimenti studiati e organizzati; ignorare sistematicamente per tutto il primo tempo le sovrapposizioni a destra di Florenzi e Salah; servire gli esterni sui piedi, e mai in velocità; non trovare mai l’inserimento di un centrocampista centralmente.

No, non è questo che si intende con “dominare la partita”.  Non quest’anno, almeno. Quando basterebbero cose semplici. Cose che, per dire, riuscivano pure a Nonda, Wilhelmsson, Alvarez, Kharja…

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