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DDR. Come i fuochi d’artificio.

Come i fuochi d’artificio. Come l’esplosione fragorosa, rumorosa, improvvisa che ti fa sussultare. Come le luci di mille colori, che si confondono con le stelle. E quei secondi di silenzio tra uno e l’altro, quando il cielo torna buio e silenzioso. Qualcuno è così bello da lasciarti a bocca aperta, qualcuno ti fa sorridere, qualcuno ti delude. Ma tu rimani lì, con lo sguardo rivolto in alto, perché sai già che dopo pochi secondi arriveranno altre luci, altri colori. Anche quando hai capito di aver appena visto l’ultimo, perché l’ultimo si riconosce sempre, rimani lì.

Ecco, se penso ai 18 anni di Daniele De Rossi nella Roma, penso ai fuochi d’artificio. Di questo lungo spettacolo, ho scelto sei momenti. I miei preferiti.

Gli esordi.

Sì, al plurale. Perché nella Roma De Rossi ha debuttato due volte. 

In Champions League, il 30 ottobre del 2001. Con l’Anderlecht finisce 1-1. La Roma è già qualificata al secondo girone, e Capello, al 71esimo, sostituisce il redivivo Ivan Tomić  (peraltro, la migliore tra le sparute apparizioni del serbo con la maglia giallorossa) con un promettente diciottenne, biondo, e con i capelli tenuti fermi dall’immancabile elastico. Promettente, sicuramente. Ma ancora non così tanto da conquistarsi uno spazio stabile in una rosa che a centrocampo aveva gente del calibro di Tommasi, Emerson e Assunçao.

Infatti l’esordio vero e proprio, da titolare, arriva solo un’anno e mezzo dopo, in campionato. 10 maggio 2003, Roma-Torino 3-1. Non solo Al 55esimo il suo destro da fuori area (da molto fuori area…) è imparabile per Sorrentino. E’ il goal del 2-0. L’esultanza è così semplice e spontanea da sembrare quasi goffa. E’ felicità pura.

Fino a quel momento si parlava di cederlo in prestito per farlo crescere (storia già vista con un altro Capitano…). Capello in estate per il centrocampo aveva a lungo inseguito Edgar Davids. Ma da quel momento, nonostante l’annata negativa della squadra e sole quattro presenze (con due goal), inizia a farsi largo l’idea di non averne più bisogno…

Buttace i guanti.

9 Luglio 2006. Finale del Campionato del Mondo, Italia-Francia. Non ho una grande passione per la nazionale, ma il Mondiale è sempre il Mondiale. E quello del 2006, è un Mondiale particolare davvero. Calciopoli, Moggi, gli arbitri, la Juventus ecc. ecc. Ma quello che succede durante quel Campionato del Mondo, è un esempio perfetto del frenetico susseguirsi di errori e riscatti che hanno scandito la carriera di De Rossi. Vette altissime e abissi, onde travolgenti e placide risacche, litigi furiosi e baci appassionati. Tutto, sempre, a testa alta. Come un uomo, non solo come un calciatore.

Nel centrocampo azzurro è un giocatore fondamentale, il CT Lippi non ne fa mistero. Ma durante la seconda partita della fase a gironi, contro gli USA, colpisce con una gomitata al volto McBride. Viene espulso, giustamente, e squalificato per quattro giornate. Mondiale finito, dicono in molti. E poi via, con le solite note “di colore”: è immaturo, istintivo, violento, è il solito romano coatto, è un bullo di Ostia. 

Però quando Italia e Francia si giocano la finale a Berlino, non solo torna in campo (intorno al 60esimo, sostituisce Francesco Totti) ma è tra i cinque designati per i rigori che assegneranno il titolo. Calcia il terzo, fondamentale perché Trezeguet ha appena sbagliato. Tira forte, anzi fortissimo, all’incrocio dei pali. Poi sibila “e mo’ buttace i guanti, Barthez”.

Il carattere.

Ma non il temperamento sul campo. Non quella “vena gonfia” che a volte – troppe, forse – lo ha tradito, finendo per tradire lui con noi. Quello che gli ha permesso di affrontare e superare vicende che avrebbero fatto “deragliare” tanti. E che sciacalli dall’italiano zoppicante e dalla fedina penale spesso lurida, dai pulpiti di frequenze radiofoniche affittate e autogestite, non hanno avuto remore a gettare in pasto ad un’opinione pubblica gossippara e guardona, pronta a trasformare ogni errore in crimine e ogni critica in accusa. Sciacalli a cui ha avuto la forza di non sottomettersi e a cui non ha permesso di infamare allo stesso modo amici e colleghi. Che non ha esitato ha descrivere per quello che sono e per quello che valgono. Bugiardi? Calunniatori? Non solo, non proprio. Meglio papponi, che fanno i padroni a Trigoria (QUI) o maiali col microfono, che resteranno maiali col microfono (QUI).

E da quel momento, Capitan Ceres. Capitan Birretta. Sfregiato dai Casamonica. Ubriaco tutte le sere a Campo de’ Fiori. Capitan 6 milioni di euro. Non gioca una partita buona da 10 anni.  

Gli occhi.

20 aprile 2016. Roma-Torino 3-2. Sì, quella della doppietta di Totti in meno di 4 minuti. La Roma è sotto 1-2, il Capitano in panchina. E’ la fase finale della carriera, la penultima stagione e il rapporto con Spalletti è già ai minimi termini. Al 41esimo del secondo tempo viene mandato in campo come mossa della disperazione. Il resto è storia. Basta una manciata di secondi, punizione di Pjanic, sponda di Manolas e spaccata sul secondo palo. 2-2. Altri due minuti e Maksimovic devia con un braccio il cross di Perotti. Rigore, 3-2. I festeggiamenti sfiorano l’isteria, sul campo e sugli spalti. Mentre il Torino porta mestamente il pallone a metà campo l’inquadratura di Sky sfiora De Rossi in panchina. E’ questione di attimi, ha le labbra serrate e gli occhi lucidi, come chi fa di tutto per non scoppiare a piangere. Come noi, davanti alla tv o allo stadio. 

Gli occhi di De Rossi sono sempre stati anche gli occhi nostri.

Una vittoria.

La mia preferita: 19 agosto 2007. Sono gli anni in cui le competizioni sembrano un’affare privato tra Roma e Inter. E infatti è con loro che siamo a contenderci la Supercoppa. Al 72esimo Totti dalla fascia sinistra entra in area, sterza verso il centro e viene steso da Burdisso. L’arbitro Rosetti fischia il rigore (è talmente evidente che anche lui non può farne a meno). Sul dischetto, quando tutti si aspettano il Capitano, c’è De Rossi. Basso, forte, a fil di palo, alla destra del portiere. 0-1: gioco, partita, incontro. 

E’ solo una Supercoppa. E’ vero. Ma il momento successivo a quella vittoria credevo davvero che la storia della Roma avesse preso un’altra piega. Si è rivelata un’illusione. Ma meravigliosa.

Il 26 maggio.

Coppanfaccia, Lulic71, noncèrivincita. E le foto di De Rossi a capo chino. Gli striscioni sulla “giornataccia” appesi al Colosseo e i post non potevi fini’ che de 26 maggio. Beh, è vero. Perché questo fanno i capitani. Proteggono, prima di tutto. Quando è il caso si caricano sulle spalle le delusioni dei tifosi, per alleviargli il peso. Gli fanno scudo, e poi gli indicano la strada da seguire. E questo è quello che il destino gli ha concesso di fare anche nella sua ultima partita. Perché il 26 maggio, da stasera, è tutta un’altra storia. E’ tutta un’altra cosa. Quindi ok, coppanfaccia, Lulic71, noncèrivincita. Tanto chi un Capitano così non ce l’ha mai avuto, non lo può capire.

(Photo by Luciano Rossi/AS Roma/Getty Images)

Ecco, adesso anche l’ultimo fuoco d’artificio è scoppiato. Intorno s’è fatto tutto più silenzioso, e tutto è tornato più buio. Però non se ne va nessuno. Vogliamo stare ancora con la testa in su. 

A sperare che lo spettacolo duri ancora un po’.

Milan-Roma 2-1. Ahimè.

Diciamo che la notte ha portato consiglio, e ok tra Alisson e Olsen c’è la differenza che passa tra la Ferrari e la Force India. Pastore è quanto di più diverso si possa immaginare (non solo per il look) da Nainggolan. E per la cessione di Strootman all’ultimo secondo utile di mercato, non c’è acquisto di N’Zonzi che tenga.
Ma se per una volta, al posto della riserva (Karsdorp) ti sei potuto addirittura permettere di far entrare la riserva della riserva (Santon) senza attingere alla primavera, a sconsiderati adattamenti o a irripetibili madonne, non riesco a credere che la colpa della sconfitta e della prestazione ignobile contro un Milan mediocre (perchè diciamocelo, bellini Leonardo, Kakà e Maldini in tribuna, pittoresco Gattuso in panchina, elegante il presidente Scaroni, ricchissimo il fondo Elliott, ma il Milan esprime un calcio mediocre) sia colpa solo del mercato.
E non di un modulo assurdo (3-4-1-2), con così tanti giocatori fuori ruolo (e in alcuni casi anche fuori condizione) che al termine delle sostituzioni e dei progressivi aggiustamenti (3-4-3 e poi 4-2-3-1) te n’è addirittura avanzato uno. E hai finito (un’altra volta) con Schick esterno destro, fuori ruolo, fuori condizione, fuori proprio dalla partita.
Ora, la Roma si sarà pure indebolita, per carità, lo vedremo nelle prossime giornate. Ma non mi pare che il problema – ahimè – sia solo quello.

José Luis Chilavert, il portiere che ha detto no.

635 presenze e 54 goal in partite ufficiali tra Liga Paraguaya, Superliga Argentina, Ligue 1, La Liga e Primera División Profesional de Uruguay.

74 presenze e 8 goal con la maglia della nazionale.

Nome: José Luis Félix. Cognome: Chilavert González.

Ruolo: Portiere.

La sua carriera inizia a 15 anni tra i pali dello Sportivo Luqueño, la squadra della sua città, Luque, nell’area metropolitana della capitale Asunción. Le parate gli valgono presto la chiamata del Guaraní (club di Asunción), con cui nel 1983 vincerà da titolare, giovanissimo, il campionato. Nel 1984 si trasferisce in Argentina, al Club Atlético San Lorenzo de Almagro. Con El Ciclón rimarrà 4 anni prima di compiere il grande salto. Nel 1988 vola in Europa, nella Liga spagnola, lo acquista il Real Saragozza, e il 27 Agosto del 1989 conquista la nazionale paraguaiana.

Colombia-Paraguay, partita valida per le qualificazioni al campionato del mondo che l’anno successivo si giocherà in Italia, sarà la prima delle sue 74 convocazioni con la maglia dell’Albirroja. Una “prima” molto particolare. Al 90esimo, con le squadre sul punteggio di 1-1, viene fischiato un calcio di rigore a favore del Paraguay. Per placare i tifosi (infuriati) e i giocatori (altrettanto infuriati) colombiani deve intervenire addirittura la polizia. Solo dopo parecchi minuti, ristabilito a fatica l’ordine, il pallone può essere messo sul dischetto. A farlo è proprio Chilavert. Quando racconterà l’episodio dirà di aver approfittato dell’incertezza e della confusione generale, e di aver rassicurato i compagni dicendogli che, se anche avesse sbagliato, gli avversari non avrebbero mai avuto il tempo di correre dall’altra parte e fare goal. Difficile credere che li avesse convinti davvero. Nelle pochissime, e pessime, immagini dell’episodio si vedono infatti 5 giocatori del Paraguay avviarsi di gran carriera a difesa della porta sguarnita. Pochi istanti dopo dovranno percorrere tutto il campo un’altra volta, per abbracciarlo. Sinistro chirurgico e pallone alle spalle di Renè Higuita. Non uno qualunque: il portiere del “colpo dello scorpione”, delle giocate spericolate, dei dribbling irridenti agli attaccanti avversari (non sempre fortunati, il camerunense Roger Milla ringrazia).

Una partita, un goal, e Chilavert è già leader indiscusso della nazionale.

Dopo tre stagioni a Saragozza, nel 1991 torna in Argentina per vestire la maglia del Vélez Sarsfield, società di Liniers, un barrio di Buenos Aires. Presente nel campionato argentino dal 1918, il Vélez è a digiuno di vittorie dal 1968. La “musica” cambierà nel 1993, quando a sedersi sulla panchina sarà un ex attaccante dello stesso club (159 presenze, 85 goal e due titoli di capocannoniere). Un argentino dalle chiare origini italiane: Carlos Bianchi.

Il tecnico individuerà proprio in Chilavert il leader in grado di trascinare i compagni (insieme al difensore centrale Roberto Trotta, che Bianchi porterà con sé in Italia, nella breve e negativissima parentesi sulla panchina dell’AS Roma). Sotto la sua guida Chilavert vincerà quattro campionati, una Coppa Interamericana, una Supercopa, una Recopa Sudamericana e, soprattutto, nel 1994, la Copa Libertadores, la massima competizione di calcio per club del sudamerica. Come ogni anno, le squadre vincitrici della Copa Libertadores e della Coppa dei Campioni si affrontano per conquistare la Coppa Intercontinentale. Il 1 Dicembre del 1994, al National Stadium di Tokyo, il Vélez Sarsfield di Carlos Bianchi, Trotta e Chilavert si trova di fronte il “Milan degli Invincibili” guidato da Fabio Capello (che il 18 Maggio si è aggiudicato la “coppa dalle grandi orecchie” annientando per 4-0 il Barcellona di Johan Cruijff). I pronostici sono tutti per la squadra italiana. Almeno fino all’inizio del secondo tempo, quando due grossolani errori di Costacurta (che poi sarà anche espulso) in appena 7’ regalano al Vélez il trofeo. Nonostante il primo goal arrivi su calcio di rigore, il nome di Chilavert non appare tra i marcatori. Eppure il portiere paraguaiano può essere comunque considerato tra i protagonisti della vittoria. E’ il suo sinistro, infatti, a dare il via con un lancio di 70 metri l’azione che porterà Costacurta ad atterrare Flores e Roberto Trotta a trasformare il penalty per l’1-0 (con un tiro che solo per pochi millimetri non sarà respinto dal piedone di Sebastiano Rossi).

Intervistato prima della partita dal giornalista italiano Darwin Pastorin, con estrema naturalezza spiegherà il suo personalissimo modo di intendere il ruolo di portiere, la sua esigenza di spingersi in avanti. Non un elemento statico, confinato nell’area di rigore, ma un giocatore come gli altri, in grado di muoversi e aiutare i compagni in ogni zona del campo, “perchè ho sempre odiato la solitudine”.

Le prestazioni con il Vélez (e del Vélez) gli valgono prestigiosi successi personali. Nel 1995, 1997 e 1998 è il miglior Portiere dell’Anno per l’ IFFHS (International Federation of Football History & Statistics), nel 1996 viene nominato miglior giocatore del campionato argentino e “Rey del Fútbol de América” per la rivista sportiva uruguaiana El País.

Contemporaneamente il rapporto con la nazionale diventa sempre più intenso, una vera e propria simbiosi. Non ne è semplicemente il capitano, ne diventa il condottiero. Il suo carisma trascina i compagni in ogni situazione, davanti a qualsiasi avversario. Il 1 settembre del 1996, all’Estadio monumental Antonio Vespucio Liberti, el Monumental di Buenos Aires, Argentina e Paraguay si incontrano per le qualificazioni al mondiale di Francia ’98. E nella conferenza stampa pre-partita, per scaldare un po’ gli animi, Chilavert promette un goal ai giornalisti argentini. E lo segna. L’albiceleste è in vantaggio per 1-0 grazie ad una punizione di Gabriel Omar Batistuta. Il portiere paraguaiano, nell’occasione, non sembra impeccabile. Il tiro è potente e abbastanza angolato, ma un passo di troppo alla sua sinistra gli impedisce di intervenire. Chiunque, ripensando alla provocatoria ostentazione di sicurezza della sera precedente, si sarebbe demoralizzato. Chiunque, non lui. Quando qualche minuto dopo l’arbitro assegna un calcio di punizione a favore del Paraguay non ha dubbi, né ne hanno i suoi compagni di squadra. Avanza fino al punto di battuta, sinistro potente dai venti metri, palla che rimbalza beffardamente davanti al collega argentino e s’insacca. 1-1, e corsa sfrenata per mostrare ai tifosi argentini il pitbull feroce disegnato sulla sua casacca.

E’ l’eroe sportivo paraguaiano. E’ uno degli idoli del calcio sudamericano. La politica, come accade spesso, inizia a corteggiarlo. Lino Oviedo, generale golpista, gli propone la candidatura con  i nazionalisti dell’Asociación Nacional Republicana-Partido Colorado, al potere in modo ininterrotto dal 1947.

Il no di Chilavert è perentorio e non ammette repliche. Sa di essere un simbolo per i paraguaiani, non vuole esserlo di quell’establishment corrotto che ha permesso al 2% della popolazione di controllare il 98% delle terre coltivabili, che sostiene l’oligarchia dei fazenderos e medita di svendere i terreni più ricchi di titanio ai “brasiguayos”, i latifondisti argentini e brasiliani, che ha portato il 25% della popolazione molto al di sotto la soglia di povertà.

Ad ispirarlo è uno dei maestri della letteratura latinoamericana, Augusto Roa Bastos, apertamente schierato contro quella “dittatura perpetua” che in maniera irreversibile aveva segnato il passato e avrebbe segnato il futuro del Paraguay. Di un paese chiuso, solo, emarginato, come “un’isola circondata dalla terra”. E, quindi, apertamente schierato contro il granitico sistema di potere instaurato dal Partido Colorado.

Il rapporto che Chilavert stringe con lo scrittore è intenso, la stima reciproca diventa poco a poco una amicizia sincera e profonda. Lo scrittore consiglia libri e approfondimenti. Lo stimola a non perdere mai di vista, dalla sua gabbia dorata di calciatore di successo, la miseria e il dolore della sua gente. Chilavert ne segue i consigli, si applica come uno scolaro diligente. E quando Augusto Roa Bastos sarà ricoverato per un complicato intervento al cuore non esiterà a pagare tutte le spese. In un certo senso i due uomini si prendono cura l’uno dell’altro. Tanto che il 26 Aprile 2005, quando morirà ad Asunción, l’opera che Augusto Roa Bastos lascerà incompiuta sarà una biografia, non solo sportiva, di Chilavert.

Augusto Roa Bastos
Augusto Roa Bastos (1917-2005)

Mondiale di Francia ’98. Due pareggi contro Spagna e Bulgaria e una vittoria contro la Nigeria valgono gli ottavi di finale. A Lens, contro la Francia padrona di casa (e poi vincitrice del Campionato), la tattica del Paraguay è chiara: difesa ad oltranza nella speranza di arrivare ai rigori. Il muro biancorosso resiste fino al 114esimo. Quando, a soli 6 minuti dai calci di rigore è il difensore centrale Laurent Blanc, in un’inedita sortita offensiva, a mettere fine alle speranze paraguaiane di proseguire il cammino nella competizione. A diventare l’immagine simbolo della partita, però, non sarà né il goal né la gioia incontenibile dei transalpini. Subito dopo il fischio finale le telecamere riprenderanno Chilavert percorrere avanti e indietro tutta la sua metà campo, rincuorando e scuotendo i compagni in lacrime. In alcuni casi addirittura urlandogli a pochi centimetri dal viso. Che si rialzassero da terra e uscissero dallo stadio a testa alta, ci avrebbe pensato lui a caricarsi sulle spalle la tristezza di tutti.

D’altra parte, dopo pochi mesi, avrebbero avuto un altro obiettivo da inseguire. Difficile, come sempre, ma non impossibile. L’anno successivo infatti, la trentanovesima edizione della Copa América si sarebbe disputata proprio in Paraguay.

Ai nastri di partenza le squadre favorite sono le solite, il Brasile di Rivaldo e Ronaldo, l’Argentina allenata dal loco Marcelo Bielsa, il Cile di Zamorano e Salas. Oltre ovviamente alla nazionale del paese ospitante. Il Paraguay, allenato per l’occasione da Ever Almeida, può contare sull’attaccante del Bayern Monaco Roque Santa Cruz, sui centrocampisti Acuña e Gavilán, sulla coppia di duri difensori Carlos Gamarra e Celso Ayala, appena acquistati dall’Atletico Madrid.

E Chilavert?

Chilavert non c’è.

Il 3 novembre 1998, in occasione del match valido per i quarti di finale della Copa Mercosur tra il Vélez Sarsfield e l’Olimpia Asunción, il portiere ha pronunciato il suo secondo, e altrettanto irrevocabile, no. E ancora una volta ha rivolto la sua dura presa di posizione contro l’ex comandante dell’esercito ed esponente del Partido Colorado, Lino Oviedo, in questa occasione a capo del coordinamento generale del Comitato organizzatore della Coppa America. Le parole rimbalzano sulle agenzie di stampa di tutto il mondo. La dichiarazione fatta davanti a un nutrito gruppo di ignari giornalisti sportivi è un durissimo atto di accusa nei confronti delle autorità paraguaiane. “Non posso partecipare ad un torneo organizzato da quelle stesse persone che hanno versato sangue nel mio paese”. Non dimenticare mai la miseria della condizione umana, sentire il dolore di chi si ha intorno come fosse il proprio, quello era stato l’insegnamento di Augusto Roa Bastos. Per questo il condottiero del Paraguay non può partecipare ad una competizione organizzata sottraendo risorse destinate al popolo, alla scolarizzazione, a combattere la miseria.

Il 29 giugno 1999, nella partita inaugurale contro la Bolivia, a difendere la porta dell’Albirroja c’è Ricardo Tavarelli.

Il 10 Luglio, all’Estadio Defensores del Chaco di Asunción, il Paraguay viene eliminato ai quarti di finale dall’Uruguay.

Ai rigori.

Sarebbe servito Chilavert.

Ma aveva detto no.

Torino-Roma 0-1. Qualche anno fa…

Fischio d’inizio.

Qualcuno ha ripreso a chiamare De Rossi “il morto con la fascia” e “Capitan Birretta”.

Intervallo.

Qualcun altro ha iniziato a parlare delle “stecche di Monchi” (e a storpiarne il nome in Mongo, Monco…).

Fischio finale.

Qualcun altro ancora, non potendo più definire Justin Kluivert “il nuovo Iturbe”, non ha esitato a descrivere Pastore come “il nuovo Adriano”.

E’ il 19 Agosto, si è giocata la prima giornata di campionato, e abbiamo vinto 0-1.

Qualche anno fa avremmo prenotato i posti al Circo Massimo.

10 calciatori.

Nella settimana della finale mondiale e di Cristiano Ronaldo alla Juventus, mi è stato chiesto, tramite social, di elencare i 10 calciatori della Serie A che ho visto giocare e che più mi hanno emozionato. In tutta franchezza, non vedevo l’ora e ringrazio chi mi ha tirato in ballo.

Dunque, non sono in ordine di preferenza né in ordine cronologico. 10 sono richiesti e 10 ne ho elencati. Di getto, senza pensarci troppo. D’altra parte, stiamo parlando di emozioni.

Ah, ovviamente: ho escluso dalla lista Francesco Totti. Perché se riguarda lui, l’emozione è una cosa privata.

1) Dejan Savicevic.

Genio puro e indolenza elevata a potenza. Il tutto in un Milan guidato da un allenatore che, con il suo rigido 4-4-2, rappresentava la nemesi del suo modo fantasioso di intendere il calcio: Fabio Capello. A cui comunque, tra incomprensioni varie, nel maggio del 1994, fa vincere la Coppa dei Campioni abbattendo, praticamente da solo, il Barcellona di Zubizarreta, Romário, Stoichkov, Guardiola (e Cruijff in panchina).

2) Giovanni Cervone.

Ammetto, ho un debole per i portieri grandi, grossi e brutali (a prescindere dalle loro qualità tecniche). Cervone era, comunque, forte ma inspiegabilmente sottovalutato. Tanto che praticamente ogni due anni veniva acquistato un portiere per rimpiazzarlo: Zinetti (!), Lorieri (!!), Sterchele (!!!). Dopo qualche partita, però, tra i pali ci tornava lui.

Il 30 marzo del 1993 (nella partita di ritorno della semifinale di Coppa italia) contribuisce a respingere l’assalto del Milan degli “invincibili” e conquistare la finale parando (al 90’) il rigore tirato da Jean-Pierre Papin. Un’impresa. Era la Roma di Garzya, Benedetti, Comi, Piacentini contro il Milan di Maldini, Baresi, Lentini, Rijkaard, Gullit. Impresa che proprio lui e il sopracitato Zinetti manderanno in vacca negli spogliatoi, ingiuriando l’arbitro Pezzella, facendosi squalificare e costringendoci a schierare nella doppia finale contro il Torino il primavera Fimiani.

3) Gheorghe Hagi.

“Regele”, il Re. Passare dal Real Madrid al Brescia pur di giocare in Serie A, quando la Serie A era davvero il campionato più bello di tutti. Col Brescia retrocesso in Serie B, sarebbe potuto passare al Napoli di Ottavio Bianchi, per indossare la maglia numero 10. Non se ne fa niente, anni dopo il “Maradona dei Carpazi” dirà: ”Avevo avuto alcune offerte in estate, ma non sono un codardo”.

4) Daniele De Rossi.

Roma-Torino 3-2. Sì, quella della doppietta di Totti in meno di 4 minuti. La Roma è sotto 1-2, il Capitano in panchina. E’ la fase finale della carriera, la penultima stagione. Il rapporto con Spalletti è già ai minimi termini. Al 41esimo del secondo tempo viene mandato in campo come mossa della disperazione. Il resto è storia. Dopo il goal del 3-2 l’abbraccio collettivo sfiora l’isteria, sul campo e sugli spalti. Mentre il Torino porta mestamente il pallone a metà campo l’inquadratura di Sky sfiora De Rossi in panchina. E’ questione di pochi secondi, ha le labbra serrate e gli occhi lucidi. Come chi fa di tutto per non scoppiare a piangere. Come me, davanti alla tv. Come i tifosi allo stadio. Come tutti.

5) Paulo Futre.

La Joya. Due campionati, due coppe nazionali e una coppa dei campioni con il Porto; due Coppe del Re con l’Atletico Madrid; nel 1987 è secondo nella classifica del Pallone d’Oro dietro un certo Ruud Gullit. Nel Novembre del 1993 il presidente Dal Cin lo acquista per far sognare i tifosi della neopromossa Reggiana. Prima partita, contro la Cremonese, e primo goal: si libera in slalom degli avversari e col sinistro la mette sul primo palo. Prima e ultima partita, però. Al 72’ l’intervento durissimo di un avversario gli causa la rottura del tendine rotuleo. Stagione (e in un certo senso anche carriera) finita, non tornerà più ai suoi livelli. Peccato. Ma sono stati 72’ bellissimi.

6) Aldair Nascimento do Santos.

Dal 1990 al 2003 con la maglia della Roma. E già questo è abbastanza. Stagioni passate al centro della difesa vedendosi sfilare accanto Comi, Berthold, Tempestilli, Garzya, Benedetti, Festa, Lanna, Trotta, Servidei e compagnia cantante. Sopportando l’arrivo di un maestro boemo che  – per il piacere del brivido – lo piazzava terzino destro. Aspettando con pazienza di trovare al suo fianco un Walter Samuel con cui vincere lo scudetto. Proprio come un tifoso qualsiasi. Ma dal centro della difesa, con la maglia numero 6.

7) Andrij Shevchenko.

Centravanti, esterno, seconda punta. Sempre implacabile. In quella saga del rigore tirato a cazzo di cane che è stata la finale di Champions 2003 contro la Juventus (agghiaccianti gli errori consecutivi di Seedorf, Zalayeta, Kaladze, Montero) il suo era lo sguardo di chi non avrebbe mai sbagliato. E infatti.

8) Toninho Cerezo.

Il “tappetaro”, soprannome che oggi violerebbe tutte le regole del politicamente corretto, per via della carnagione, dei baffi, dell’italiano stentato che, arrivato a Roma, lo fecevano somigliare ai venditori ambulanti di tappeti. La sua è stata la prima maglia della Roma che mi ha regalato papà. Di flanella e con le maniche lunghe. Il numero 8 cucito. Bellissima. La mia maglia del cuore. D’altra parte, come ha detto proprio lui, “il cuore di Dio è giallorosso”. E poi chissà, magari prima o poi ci svelerà dove abbia passato il capodanno nel 1983…

9) Rudi Voeller.

Vola tedesco vola! Lui poteva tutto, rendeva possibile tutto. Anche conquistare una finale di Coppa Uefa e vincere una Coppa Italia nella stessa stagione pur schierando al centro del campo Gerolin e Di Mauro. II tutto drizzando, crossando e colpendo di testa. Molto spesso contemporaneamente.

10) Roberto Baggio.

Stagione 2000-2001, Juventus-Brescia 1-1. Lancio da centrocampo di Pirlo, lo stop di destro è anche un irresistibile dribbling su van der Sar in uscita. Classe, coordinazione, semplicità. E’ un passo di tango, sensuale e elegante. Per il “divin codino” sarà il goal più bello segnato in carriera. Di fatto è anche l’episodio che ci consegna lo scudetto.