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Roma-Liverpool 4-2. Ma non fia per questo che da codardo io cada…

duello Ettore e Achille

Sì, è vero. Poteva finire meglio.

Avremmo potuto commettere qualche errore in meno, e chissà adesso di cosa staremmo parlando. E’ vero.

Ma per noi, abituati a esaltarci per imprese compiute a metà, per noi che abbiamo dato le sfumature dell’epica a illusioni crudeli, alla zampata di Voeller col Broendby, al goal di Giannini contro lo Slavia Praga, al sinistro di Guigou e ai riflessi di Antonioli sotto la Kop, alle rincorse di Diamoutene contro l’Arsenal, questa è stata una Champions League esaltante.

E se a cadere, dopo Atletico Madrid, Chelsea, Shakhtar Doneskt e Barcellona, dovevamo proprio essere noi, beh, allora va bene essere caduti così. A casa, davanti a tutta la nostra gente, lottando fino all’ultimo respiro contro l’avversario di sempre. Circondati da un alone di bellezza e gloria.

Come Ettore, sotto i colpi di Achille.

Ma non fia per questo

che da codardo io cada: periremo,

ma gloriosi, e alle future genti

qualche bel fatto porterà il mio nome.

Iliade XXII, 304-305. traduzione di Vincenzo Monti.

I muscoli del Capitano. Roma-Barcellona 3-0.

 

Guarda i muscoli del Capitano, tutti di plastica e di metano,
guardalo nella notte che viene, quanto sangue nelle vene.
Il Capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero fuma la pipa,
in questa alba fresca e scura, che rassomiglia un po’ alla vita…

[Francesco De Gregori, I muscoli del capitano, “Titanic”, 1982]

“Lunga vita alla libertà”. La storia di Deniz Naki.

Deniz Naki nasce il 9 luglio del 1989  in Germania.

La sua è una delle tante famiglie che compongono la comunità curda a Düren, una cittadina a metà strada tra Colonia e Aquisgrana. Gioca a calcio, è un buon centrocampista offensivo e viene selezionato nelle formazioni giovanili  della squadra più importante della regione, il Bayer 04 Leverkusen.

Inizia così la sua carriera da calciatore. Sul campo non sarà quella di un fuoriclasse.

Al Bayer Leverkusen non debutta mai in prima squadra, viene stabilmente impiegato nella formazione delle riserve e presto ceduto in prestito al Rot Weiss Ahlen con cui, l’8 febbraio del 2009, debutta in seconda divisione. Al 79° della partita contro l’FC Augsburg sostituisce Marco Reus (lui sì che avrà una carriera formidabile, considerato uno dei “pezzi pregiati” del che Borussia Dortmund e della nazionale tedesca). Il 25 giugno 2009 viene ceduto all’FC St. Pauli. Quelle tra le fila della squadra di Amburgo saranno le sue stagioni migliori. 71 presenze, 12 goal, e un gesto che lo rende “idolo” dei tifosi più accesi. La partita contro l’Hansa Rostock è una delle più tese e sentite. La rivalità tra le due tifoserie, quella dichiaratamente di sinistra del St. Pauli e quella con aperte tendenze neonaziste dell’Hansa Rostock, ha già provocato una serie di tafferugli e un fitto lancio di fumogeni che hanno ritardato il fischio di inizio. Naki segna il goal decisivo, e davanti ai tifosi avversari si passa un dito sulla gola.

Scoppia, giustamente, il putiferio.

Lasciato il St. Pauli tenta l’avventura in Inghilterra, al Nottingham Forest, e poi ancora in Germania al Paderborn 07, fino al simbolico ritorno, nel 2013, in Turchia, nella Super Lig, con la maglia del Gençlerbirliği, l’Ankara Rüzgârı (il vento di Ankara). Anche lì, però, poca fortuna. Due stagioni, 25 presenze, 1 solo goal. A lasciare il segno non è il suo talento sul campo, ma l’aperto sostegno alla causa curda del Rojava e alla città di Kobane, che dal 16 settembre 2014 è cinta d’assedio da parte dei jihadisti dell’Isis. Il 5 novembre, dopo essere stato aggredito in strada, decide di lasciare Ankara [1] [2] ed approda all’Amedspor, in seconda divisione.

L’Amedspor è la squadra di Diyarbakır, città situata lungo le sponde del fiume Tigri, nel sudest della Turchia. Per i curdi è “la capitale del Kurdistan turco”. Quella di Naki possiamo considerarla una scelta di cuore. E di libertà, “Azadi”. Parola che si tatua sull’avambraccio sinistro e per la quale la TFF (Federazione calcistica della Turchia) presieduta da Yıldırım Demirören (ex presidente del besiktas e fortemente sostenuto dal presidente Recep Tayyip Erdoğan) lo squalifica per 15 giornate. No, non è uno scherzo. Erdogan è già pesantemente intervenuto per limitare la libertà di espressione nel mondo calcio. Nel 2013, in seguito all’appoggio dato dalle tifoserie dei tre principali club di Istanbul (Galatasaray, Besiktas e Fenerbahce) [3] al movimento di Gezi Park (sulla vicenda è assolutamente da vedere il documentario “Istanbul United” [4]), ha bandito i cori politici dagli stadi.

L’arrivo di Naki all’Amedspor coincide con un periodo di grandi tensioni. Nonostante l’Isis, quello che dovrebbe essere un nemico comune, sia alle porte, nel novembre del 2015 la Turchia interrompe la tregua (annunciata da Öcalan nel 2013) bombardando postazioni del PKK in Iraq e riaprendo così le ostilità armate col gruppo curdo [5].

Sui campi di calcio, come già capitato in altri scenari “caldi”, le divisioni non si stemperano. Quando i calciatori turchi incontrano Naki e l’Amedspor si esibiscono spesso nel saluto militare, in sostegno ai soldati che rispondo agli ordini del presidente.

Già. Proprio questo “saluto militare”, purtroppo.

Così, dopo aver messo a segno il goal che suggella la qualificazione dell’Amedspor ai quarti di finale della Coppa di Turchia, Naki dedica l’impresa “a coloro che hanno perso la vita e ai feriti durante la repressione nella nostra terra che dura da più di 50 giorni. Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!».

Il post, pubblicato sui suoi account social, costa al giocatore altre 12 giornate di squalifica. Al club un’irruzione della polizia nella sede e il sequestro dei computer. Ai tifosi la squalifica per la storica partita seguente, contro il Fenerbache (che – almeno ogni tanto una buona notizia – esprimerà solidarietà nei confronti di Naki e dei tifosi dell’Amedspor) [6] [7].

Non è ancora abbastanza.

Il 7 gennaio di quest’anno, nei pressi di Düren, vengono sparati alcuni colpi di pistola sulla sua auto. Rimane, fortunatamente, illeso [8].

In questo clima, il 31 gennaio, si consuma l’ultimo atto della vicenda. La TFF lo giudica colpevole di “propaganda ideologica” e “separatismo curdo”, e lo squalifica per tre anni e mezzo dall’attività agonistica (oltre ad infliggergli una multa di circa 60mila euro). Equivale a una squalifica a vita. La causa? Aver condiviso un video sui social media con un appello di partecipazione ad una manifestazione contro l’offensiva militare turca nell’enclave curda di Afrin, nel nord della Siria [9].

Questa è la carriera di Deniz Naki. Sul campo non  è stata la carriera di un fuoriclasse. Non importa.

23 Dicembre 2017 – 28 gennaio 2018. Dalla tempesta allo tsunami.

Da Juventus-Roma a Roma-Sampdoria. Sei partite, tre punti. Un ruolino da naufragio.

Che la società abbia fatto un disastro annunciando – urbi et orbi – di aver messo in vendita Dzeko e Emerson Palmieri è assodato. Per me ancora più disastroso è aver armato tutto ‘sto casino e poi non solo non aver fatto la tanto decantata “rivoluzione” annunciata da Monchi (qui), ma essere anche rimasti con in mano un pugno di mosche. Cioè con la più classica delle plusvalenze (Palmieri, e vabbè, ma per guadagnare dalla sua cessione non serviva certo un genio) e il più scontato dei buchi in rosa. Perché mi pare evidente che se a Kolarov prende la febbre, a sinistra ci finirà Juan Jesus. O tutt’al più un terzino adattato (Aleix Vidal?), preso comunque per giocare a destra e alzare Florenzi.

In questo contesto Di Francesco ha definitivamente smarrito una rotta già individuata a stento. Insistendo su un 4-3-3 per cui mancano gli uomini (esterno a destra d’attacco, intermedio e, in parte, regista) e che non valorizza i talenti – chiamiamoli così – in rosa (Nainggolan e Dzeko su tutti). Segnale allarmante di mancanza di esperienza (o di “malizia”) e, soprattutto, di “spessore”. Così come snocciolare statistiche in conferenza stampa come fossero risultati e/o mettere in campo il baby Antonucci come fosse un amuleto.

Detto questo, esonerare Di Francesco adesso sarebbe – ahimè – un errore. Più che altro per mancanza di alternative. Perché diciamocelo chiaro, sulla piazza ci sono Luis Enrique, Ancelotti, Blanc e Ranieri. I primi tre volano ad altre quote. Col quarto abbiamo sfiorato uno scudetto, è vero. Ma prima che si cominci a farneticare di nuove spericolate rimonte è bene ricordare che in quella stagione al suo fianco, in società, c’era un certo Gian Paolo Montali. Dirigente di un livello che a Roma non s’è più visto. Quindi, prima di millantare altri giri di vite, sarebbe il caso di correre in Cina da Fabio Capello, ad esempio, e consegnargli le chiavi di Trigoria. E poi vediamo se con un Direttore Generale come lui tutti i giorni a bordo campo, i comportamenti dei calciatori (protagonisti di questo scempio al pari di società e allenatore, sempre pronti a tirare i remi in barca al primo accenno di mareggiata) durante le vacanze sarebbero ancora “non professionali”.

E’ vero che, citando il sommo Stefano Benni, dopo l’errore di Schick in Juventus-Roma avevo scritto che abbiamo sempre mangiato pane e tempesta. Ma avevo scritto tempesta. Non tsunami. E che c***o.

Io, De Rossi e gli “haters”.

Prendiamo un ragazzo di 34 anni. Alto, biondo e con gli occhi azzurri. Bello. Con una moglie, attrice, ancora più bella. Ricco. Ma proprio molto ricco. Calciatore. Romano, romanista e, per inciso, capitano della Roma. Ingredienti ideali, in una società gossippara e guardona, per essere criticato già alla prima smorfia fuori posto. Figuriamoci per una manata in faccia a un avversario.

Aggiungiamoci il carattere. Non il temperamento sul campo, però. Non la “vena gonfia”, che gli ha consegnato il centrocampo della Roma e della Nazionale a 20 anni ma che già altre volte – troppe volte – lo ha tradito (e ha tradito noi con lui). Quello, invece, che gli ha permesso di affrontare e superare vicende che avrebbero fatto “deragliare” tanti. Vicende private, personali, delicate, per le quali chiunque chiederebbe riserbo e silenzio. Ma che sciacalli da quattro soldi non hanno avuto remore a gettare in pasto ad un’opinione pubblica che auto-istigandosi a suon di me l’ha detto un amico mio che conosce bene gli amici suoi trasforma ogni errore in crimine e ogni critica in accusa.

Non basta. Aggiungiamo ancora un’indipendenza intellettuale rara in un mondo di urlatori e di megafoni. Discreta e mai banale. Ecco, adesso gli ingredienti sono perfetti per scatenare le invidie più turpi di un “ambiente romano” che nel calcio – come anche, negli ultimi anni, nel sociale o nella politica – sfoga una sempre più esasperata tendenza alla ricerca di un colpevole “sempre e comunque”. E così l’accusa diventa condanna, il giudizio diventa fango.

E che non lo sai? Non è mica una novità, l’anno scorso l’espulsione col Porto c’ha rovinato la stagione. E non te la ricordi l’entrataccia su Chiellini? E il pugno a Mauri. E perché, la gomitata a McBride? E poi je da giù con la Ceres tutte le sere. Capitan Birretta, con la barba lunga per nascondere la cicatrice che j’hanno lasciato i Casamonica. Che guadagna sei milioni l’anno e non fa’ una partita buona da un secolo. A Ostia essere come Spada è ’n attimo.

Questa invettiva ha ripreso vigore domenica, al 24esimo della ripresa di Genoa-Roma. E la colpa è, indiscutibilmente, solo di De Rossi. Ma anche se stavolta la teoria del “male della Roma” ha varcato le Colonne d’Ercole del Grande Raccordo Anulare per calcare palcoscenici nazionali (Avrebbe potuto migliorare, smussare gli angoli peggiori del suo carattere con le vittorie. Cambiare. È andata così. Forse la sua tanto cara Roma lo ha rovinato. Di sicuro lui ha rovinato la Roma. Così, ad esempio, Lorenzo Vendemiale su Il fatto quotidiano, 27 novembre 2017, articolo completo QUI) rimane un’invettiva squallida che poco ha a che vedere col calcio. Degna dei peggiori “haters”. Di chi fa del fomentare rancori una professione, e del rimestare invidie e livori una ragione di vita. E forse anche per questo a me Daniele De Rossi piacerebbe continuare a vederlo per tanto tempo con la maglia della Roma.

daniele de rossi as roma