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Io, De Rossi e gli “haters”.

Prendiamo un ragazzo di 34 anni. Alto, biondo e con gli occhi azzurri. Bello. Con una moglie, attrice, ancora più bella. Ricco. Ma proprio molto ricco. Calciatore. Romano, romanista e, per inciso, capitano della Roma. Ingredienti ideali, in una società gossippara e guardona, per essere criticato già alla prima smorfia fuori posto. Figuriamoci per una manata in faccia a un avversario.

Aggiungiamoci il carattere. Non il temperamento sul campo, però. Non la “vena gonfia”, che gli ha consegnato il centrocampo della Roma e della Nazionale a 20 anni ma che già altre volte – troppe volte – lo ha tradito (e ha tradito noi con lui). Quello, invece, che gli ha permesso di affrontare e superare vicende che avrebbero fatto “deragliare” tanti. Vicende private, personali, delicate, per le quali chiunque chiederebbe riserbo e silenzio. Ma che sciacalli da quattro soldi non hanno avuto remore a gettare in pasto ad un’opinione pubblica che auto-istigandosi a suon di me l’ha detto un amico mio che conosce bene gli amici suoi trasforma ogni errore in crimine e ogni critica in accusa.

Non basta. Aggiungiamo ancora un’indipendenza intellettuale rara in un mondo di urlatori e di megafoni. Discreta e mai banale. Ecco, adesso gli ingredienti sono perfetti per scatenare le invidie più turpi di un “ambiente romano” che nel calcio – come anche, negli ultimi anni, nel sociale o nella politica – sfoga una sempre più esasperata tendenza alla ricerca di un colpevole “sempre e comunque”. E così l’accusa diventa condanna, il giudizio diventa fango.

E che non lo sai? Non è mica una novità, l’anno scorso l’espulsione col Porto c’ha rovinato la stagione. E non te la ricordi l’entrataccia su Chiellini? E il pugno a Mauri. E perché, la gomitata a McBride? E poi je da giù con la Ceres tutte le sere. Capitan Birretta, con la barba lunga per nascondere la cicatrice che j’hanno lasciato i Casamonica. Che guadagna sei milioni l’anno e non fa’ una partita buona da un secolo. A Ostia essere come Spada è ’n attimo.

Questa invettiva ha ripreso vigore domenica, al 24esimo della ripresa di Genoa-Roma. E la colpa è, indiscutibilmente, solo di De Rossi. Ma anche se stavolta la teoria del “male della Roma” ha varcato le Colonne d’Ercole del Grande Raccordo Anulare per calcare palcoscenici nazionali (Avrebbe potuto migliorare, smussare gli angoli peggiori del suo carattere con le vittorie. Cambiare. È andata così. Forse la sua tanto cara Roma lo ha rovinato. Di sicuro lui ha rovinato la Roma. Così, ad esempio, Lorenzo Vendemiale su Il fatto quotidiano, 27 novembre 2017, articolo completo QUI) rimane un’invettiva squallida che poco ha a che vedere col calcio. Degna dei peggiori “haters”. Di chi fa del fomentare rancori una professione, e del rimestare invidie e livori una ragione di vita. E forse anche per questo a me Daniele De Rossi piacerebbe continuare a vederlo per tanto tempo con la maglia della Roma.

daniele de rossi as roma

Roma-Chelsea 3-0. L’ambiente romano ha sempre ragione.

L’ambiente romano ha sempre ragione.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere i difensori riuscire a reggere l’urto, fisico e tecnico, di attaccanti del calibro di Morata, Hazard, Pedro e Batshuayi.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere il centravanti lottare e fornire assist ai compagni, proteggere la palla e caricarsi sulle spalle la squadra nei momenti di difficoltà.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere gli esterni d’attacco concretizzare le occasioni e poi riprendere umilmente a spremersi in un estenuante lavoro di copertura.

Sarebbe stato bello – per un volta – vedere i subentrati calarsi subito nel clima della partita, pronti a sacrificarsi e aiutare i compagni negli ultimi minuti di “battaglia”.

Sarebbe stato bello – per una volta – viverla e non solo sognarla una “notte di coppe e di campioni”.

Invece eccola, l’mmagine emblematica della mattanza messa in atto ieri sera dai Blues sul campo dell’Olimpico.

Soccer: Champions League; Roma-Chelsea

Daniele De Rossi, la barba lunga a coprire la cicatrice sul volto e le occhiaie a testimoniare la conclamata abitudine a nottate trasgressive, dopo l’ennesima prestazione orribile (d’altra parte, sono almeno dieci anni che ha smesso di giocare…) cerca conforto nel compagno di squadra Federico Fazio, lento, tecnicamente sgraziato e tatticamente inadeguato per essere il leader di una difesa a 4.

Eh sì. L’ambiente romano ha sempre ragione.

 

Roma-Atletico Madrid 0-0. Giochiamocela!

roma-atletico-madrid

Che meraviglia le serate di Champions League. Il calcio che conta, i riflettori, la sigla (anche se in fondo si capisce solo “the chaaaampioooons”). L’atmosfera tesa del big match, la consapevolezza di calcare palcoscenici prestigiosi, la voglia di confrontarsi con squadre che a queste sfide, a questi impegni sono praticamente assuefatte. E chissenefrega che ci poteva pure capità un girone migliore. Questo è. E allora, giochiamocela.

E ce la giochiamo. Pronti via, Bruno Peres galvanizzato dalla suddetta atmosfera (che evidentemente mai avrebbe pensato di respirare) galoppa sulla fascia in un portentoso coast-to-coast. Manco fosse Zappacosta. E infatti non lo è. Perciò, pallone perso, contropiede, cross teso al centro, Saul spara una legnata angolatissima dai sedici metri e i fantasmi di Bayern Monaco, Barcellona e Manchester United ci appaiono davanti agli occhi tutti in un colpo solo, di botto.

Però…

Però il pallone sfiora il palo e va fuori. Sono passati 2’36”, e davanti agli occhi c’è già passato tutto il film delle ultime performance europee.

0-0. Giochiamocela. E ce la giochiamo. Neanche il tempo di smadonnare per un tiro di Nainggolan che Oblak ferma con mignolo e rotula ( e culo!) che Koke si materializza solo al centro dell’area. Tiro incrociato a superare Alisson.

Però…

Però Manolas in scivolata respinge praticamente sulla linea. Batti e ribatti in area, l’urlo SPAZZAAAA viene avvertito anche sulla Stazione Spaziale Internazionale, e alla fine il sospiro più che di sollievo è di incredulità.

0-0. Giochiamocela. E ce la giochiamo. Dzeko e Defrel si liberano in area, e si cimentano nel tiro al parabrezza delle macchine parcheggiate su Lungotevere Cadorna (il primo) e in un surreale passo di tip-tap con tragicomico scivolone finale (il secondo). Ma ce la giochiamo. Griezmann, Saul e Koke a turno bullizzano Bruno Peres. Vietto pescato in verticale ripresenta a velocità supersonica davanti ad Alisson e scucchiaia con irrisoria facilità.

Però…

Però il portiere brasiliano stasera è in versione “tirate-come-ve-pare-tanto-le-prendo-tutte”. Che se lo vedessero a Seul je chiederebbero de parà pure i missili di Kim Jong-un. Scatto di reni, pallone deviato con la punta delle dita, isteriche reazioni di gioia.

Alisson Becker Roma-Atletico Madrid

0-0. Giochiamocela.

Giochiamocela con la difesa a 3, però. Anzi a 5, ancora meglio. Che è il 70 esimo e da 25 minuti non superiamo la metà campo. Dentro Fazio per Defrel (peccato perché il ragazzo nella danza acrobatica stava facendo bene) e tutti dentro l’area. La nostra.

Giochiamocela. Alisson fa pure il libero (e peraltro lo fa molto meglio di Juan Jesus), Nainggolan c’ha talmente tanti crampi che per fasciargli i quadricipite ci vuole una benda con cui una persona normale a carnevale si farebbe la maschera da mummia, Strootman, De Rossi, Kolarov e Bruno Peres (che te lo dico a fare?) inseguono a stento Ferreira Carrasco, Correa e Saul. Che al 92′ tira. Miracolo. Tira di nuovo. A porta vuota.

Però.

Ognuno ha il suo “Addio al Calcio”.

Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi.
Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi.

90 raccontini divisi in due tempi, da – ovviamente – 45 minuti. “Addio al calcio” è un tentativo curioso, delicato e personale di scovare “letteratura”, epica, poesia nel calcio “quotidiano”. Quello giocato nei parchi e nei campetti di periferia, nei cortili dei palazzi, in piazza, per strada. O magari nei corridoi di casa, con una palla di spugna o arrotolata. Con l’applicazione di cui sono capaci i bambini, assorti, metodicamente impegnati nel cercare di superare, palleggio dopo palleggio, il numero di tocchi prefissato. O, ancora meglio, il calcio giocato fantasticando. Mimando un colpo di tacco e un tiro al volo di sinistro, di notte, al riparo da “occhi indiscreti”, tornando verso casa dopo aver parcheggiato la moto. Due tempi da 45 mini-racconti per raccontare il calcio giocato semplicemente giocando. A qualsiasi età, o nonostante qualsiasi età.

Carino. L’idea più che altro. A volte qualche “minuto” sembra di troppo. Certo, però, a chi non s’appassiona per scarpini, telecronache, maglie, figurine, tornei, calcetti, calciotti, subbutei, calcio-balilla, dopo un po’ ammorba..

LDAPOST della domenica. Lazio-Roma 1-2. Sulla felicità, sui paradisi, sulla filosofia, e sui laziali.

In ogni parte del mondo il tifoso di calcio vive sognando i trionfi della propria squadra ma – nell’intimo – si nutre delle sconfitte dei rivali. D’altronde l’essere umano gode anche del privilegio di poter trarre gioie nuove e sottili persino dal dolore, dalla catastrofe, dalla fatalità*.

Ecco perciò che, assodato come il 26 maggio 2013 la Lazio abbia battuto la Roma in finale di Coppa Italia, da quella data ad oggi su striscioni, coreografie, social network, giornaletti, radio, volantini e scritte sui muri, sia stato tutto un fiorire di Coppenfaccia.

Un paradiso in terra, per chi ha vinto.

Ma il buon senso ci dice che le cose sulla terra durano poco, e che la vera realtà si trova soltanto nei sogni. Per digerire la felicità naturale, come quella artificiale, bisogna avere innanzitutto il coraggio di ingoiarla**.

Ed è questo il punto su cui si interrogano e discutono da secoli l’arte e la filosofia. Una gioia, finanche un paradiso in terra, se non si ha la forza di “archiviarla” e di guardare avanti, perde la sua natura. Nulla è più fatale alla felicità che il ricordo della felicità stessa***. E quel paradiso in terra finisce per diventare un paradiso artificiale. Una droga della quale non si può più fare a meno per proteggersi dalla realtà, dall’inesorabile scorrere del tempo e dal volgere del destino. Ma orrenda è la sorte dell’uomo la cui immaginazione, paralizzata, non sia più in grado di funzionare senza il soccorso dell’hashish o dell’oppio****.

Eccoli dunque, i laziali. Fermi lì. Immobili. Con ‘sta benedetta Coppa tra le mani. Le braccia tese e i muscoli tirati nello sforzo di arzattelanfaccia. Col sorriso che da espressione di incontenibile felicità è diventato una maschera surreale con cui cercare, nell’eventuale fastidio altrui, l’essenza di una propria gioia. Ma soprattutto eccoli, con la visuale oscurata da un oggetto di cui, per quanto possa essere carico di significato, nessuno può modificare la natura. Di “oggetto”, appunto. Con forma, materiali, dimensioni e volume ben evidenti. Che non è mica trasparente, e se te lo tieni davanti agli occhi finisci che non vedi niente. Di “oggetto”, che per quanto uno possa lustrarlo, spolverarlo, lucidarlo, alla lunga non può che diventare un altarino dei ricordi sbiaditi, memorabilia di una storia che fu. Come la foto in sala da pranzo del poro trisnonno. A cui vorrai sempre bene, ma che ormai non sai manco più se l’hai conosciuto davvero.

Eccoli lì, allora. Tutti ancora stretti dietro a ‘sta coppa. Convinti di infliggere un dolore senza pari a tifosi che, a stento, se ne ricordano. Celebrando un marcatore che, a stento, ancora sta in rosa. Inneggiando a un capitano che, a stento, sta ancora a piede libero. Ignari che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti vuol dire che si possono sopportare*****.

Allora lasciamoli così. Co ‘sta coppa in mano, a sperà nei fallimenti degli altri. Troppo impegnati a urlà Telhoarzatanfaccia per accorgersi che da là dietro non vedono niente e finiscono per perdersi così bei panorami:

 IMG_1906

Ops.

NOTE

*, ** e ****: Charles Baudelaire, I paradisi artificiali.

***: André Gide.

*****: Epicuro, Lettera a Meneceo (sulla Felicità).