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La verità è rivoluzionaria.

Sarò impopolare, ma a me della querelle sullo stipendio del capo di gabinetto del Sindaco di Roma non frega proprio niente. Quantomeno non in questo momento. Mi interessa che faccia bene il suo lavoro, e che lo faccia nell’interesse di tutti i romani. Ma soprattutto mi interessa che i cittadini da questa vicenda traggano spunto per iniziare a valutare ed eventualmente a mettere in discussione l’operato dell’Amministrazione che hanno chiamato a governare la città sulla base delle scelte che compie. E, magari, sulla base di quanto esse si discostino da quel “sentimento rivoluzionario” che ha generato il plebiscito di Giugno. Non può esistere, infatti, una rivoluzione che non sia generata da un desiderio diffuso di “vero”. E non può esserci “verità” raggiungibile senza critica, senza la capacità, e il coraggio, di andare al di là della propria (umana e ragionevole) parzialità. La critica è garanzia per la rivoluzione. La scuote, la frusta, la strazia a volte, ma la protegge. Ne custodisce l’integrità. E’ questo il corto circuito in corso. Quella evocata dalle grida “Onestà-Onestà” e celebrata dai link “Vergogna”-“In Galera”-“L’ha fatto davvero” è una rivoluzione che rifiuta il dubbio, che considera eretico l’approfondimento, che rigetta la critica: è una rivoluzione nata già regime. In cui tutto è slogan, insulto, spot. O anche sport, visto che siamo in periodo di Olimpiadi. Che magari a Tokio 2020 le medaglie potrebbero anche aumentare, basterebbe il campionato di condivisione seriale, specialità Tze-Tze, ItaliaRialzati e Orgoglioa5stelle.

verita

E’ iniziata la rivoluzione.

Ad amministrative “ancora calde” in un post sulla mia pagina facebook scrissi che, alla luce dei risultati e della eclatante vittoria, il M5s doveva essere definitivamente considerato una reale alternativa di governo e non una semplice opposizione populista. Avevo ragione. Lo so, è brutto darsi ragione da soli, ma stavolta avevo proprio ragione. Infatti, superati quei lievissimi intoppi di carattere puramente correntizio nella formazione della giunta (come una reale alternativa di governo, appunto) dalla galassia di siti “money for clicks” dell’universo Casaleggio (per chi sbadatamente non se ne fosse accorto o per chi non avesse chiaro il sistema consiglio di leggere qui) sono partiti gli annunci dell’avviata rivoluzione pentastellata a Roma:

Tagliate le auto blu ai consiglieri comunali! E’ STORIA! L’HA FATTO DAVVERO! IL PD TREMA! E vabbè, lascia stare che i consiglieri comunali l’auto blu non ce l’hanno mai avuta. E che il taglio risponde ad una precisa direttiva europea. E che addirittura lo aveva già fatto persino poro Marino.

1000 assunzioni di educatrici e insegnanti! CONDIVIDETE! FATE GIRARE! PERCHE’ I TG NON LO DICONO? E vabbè, lascia stare che le assunzioni (sacrosante) sono state possibili grazie allo sblocco dei fondi da parte del governo (quello Renzi, per capirci)

Che mi dimentico? A parte “Piddiota” e “Onestà-Onestà” intendo.

Ah già, ci sarebbe quella questione del “flirt” con Cerroni. Ma vabbè, lascia stare…

La piazza.

Ieri ho seguito la chiusura della campagna elettorale della candidata del M5s a sindaco di Roma.

A scanso di equivoci (non dovrebbe esserci bisogno, ma meglio chiarire visti i tempi) non la sostengo, non ne condivido i contenuti (sparuti e confusi, peraltro), non ne stimo i modi, non ne apprezzo la sottomissione a contratti e penali.

Mi interessava osservare la “piazza” (diecimila, ventimila, o millemilionidimila che fossero). Non mi riferisco ai Meetup, alle reti cittadine, ai volontari del Movimento. Avversari politici di cui non condivido i contenuti, spesso non capisco i modi, non apprezzo la sottomissione ad un proprietario per metà entità web e per metà icona soprannaturale, ma a cui riconosco dedizione ed impegno. Mi riferisco a quella mescolanza di anti-tutto a cui il sistema costruito da Grillo e Casaleggio si rivolge e che, quotidianamente, accudisce e pasce. Anti-casta, anti-politica, anti-pd, anti-renzi. Adesso anche anti-benigni e anti-riforme. E quindi (anzi, di conseguenza) anti-migranti, anti-negri, anti-froci, anti-zingari. A cui non viene fatto mancare un link quotidiano su Renzi asfaltato e sulla Boschi distrutta da condividere tutti!!!, da alternare alla disinformazione xenofoba dei siti di bufale. Affinché il rancoroso malessere di chi non è in grado, o non vuole distinguere ReBubblica da “la Repubblica”, il CoRiere dal “Corriere della Sera”, il Massaggio da “Il Messaggero” e il Fattone dal “Fatto quotidiano” diventi, in un click, moneta sonante per i paladini della loro (presunta) libertà.

Era a loro che si rivolgevano ieri le sentenze del “Dibba”, le roche grida della Taverna, l’incomprensibile soliloquio di Fo, gli occhi sgranati della Raggi. Interessati ad ingrassare le fila di quel coro di “contro” più che a far luce sull’impegno di altri. Perché facendo la voce più grossa, urlando più forte, anche una dittatura può essere spacciata per libertà.

Occhio al Caimano.

Probabilmente l’attuale abitudine alla politica urlata via web, l’assuefazione alla ressa di link sul “Pd nel panico”, “Di Maio asfalta Renzie”, “Dibba difende come un leone 27 milioni di italiani” ha ristretto un po’ il campo della discussione politica. Tutto quello che è riferibile a “strategia-politica” è diventato, inesorabilmente, merda.

E invece a me interessa, per un attimo, ragionare, in chiave strategica, sulla “svolta” di Berlusconi per le Amministrative a Roma.

Propongo quindi di resistere alla tentazione di cliccare sull’ennesimo “Renzi e le lobby”, e prendere in considerazione quello che, fino a ieri era lo scenario elettorale della Capitale: M5s inequivocabilmente favorito (Raggi), centrodestra e centrosinistra divisi (Meloni/Bertolaso/Storace, Giachetti/Fassina), un outsider (Marchini) e varie comparse (CasaPound, Msi, Adinolfi e “freak” vari).

Dunque, con questa situazione di partenza (Raggi sicuramente al ballottaggio con uno tra Meloni e Giachetti, Marchini piazzato e Bertolaso staccato) la giravolta di Berlusconi non può essere considerata che uno spregiudicato capolavoro di strategia politica. Far convergere i voti di Forza Italia su Alfio Marchini era infatti l’unica soluzione possibile per l’ex Cavaliere per continuare ad avere voce in capitolo sulle elezioni e (soprattutto) sulla guida del centrodestra. Appoggiare la Meloni avrebbe voluto dire autoescludersi dalla competizione e condannarsi ad essere schiacciato dalla destra salviniana anche (e soprattutto) in chiave nazionale. Abdicare, per capirsi. Magari il centrodestra avrebbe avuto la certezza di raggiungere il ballottaggio, ma dal ballottaggio in poi, Berlusconi sarebbe diventato uno dei tre. A Berlusconi, però, interessa “pesare” in chiave nazionale.

L’appoggio a Marchini, quindi, offre tre diverse possibilità di vittoria per l’ex Cavaliere:

  1. Quella al momento meno plausibile (ma con un mese di campagna elettorale ancora non da escludere del tutto): arrivare direttamente al ballottaggio contro la Raggi. E, di conseguenza, annientare il tentativo di autonomia di Salvini e della Meloni.
  2. Quella più probabile: appoggiare ufficialmente la Meloni al ballottaggio. Ergendosi a salvatore dalla barbarie grillina, ma al tempo stesso dimostrando alla ditta S&M che, in chiave nazionale, ottenere l’appoggio del vecchio leader è ancora fondamentale.
  3. Quella al momento più inverosimile: far appoggiare Giachetti al ballottaggio da Marchini. E rimanere ufficialmente dietro le quinte, ma congelando le posizioni (e la leadership) nel centrodestra. Guadagnando tempo, diciamo così. E non è poco.

L’unico scenario che lo escluderebbe dai “giochi” è la vittoria di uno dei tre competitori al primo turno. Vittoria che, stando ai numeri, al momento non sembra possibile.

La mossa di Berlusconi, quindi, è tutt’altro che disperata. Perciò, occhio al Caimano.