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Kimi Räikkönen, l’uomo di ghiaccio che ha sconfitto le spie.

Secondo un sondaggio del magazine F1 Racing, Kimi Räikkönen è il secondo pilota più amato dai tifosi della Ferrari. Dopo Sua Maestà Michael Schumacher, ovviamente. Addirittura, e questo è davvero sorprendente, più di Gilles Villeneuve. Un risultato condizionato dalla “generazione” di lettori  (e votanti), non c’è dubbio, ma che fa capire quanto questo schivo finlandese non sia un pilota come un altro.

Arrivato a gareggiare in Formula 1 con alle spalle solo ventitré gare ufficiali in monoposto (concluse però con una incredibile percentuale di vittorie, 13 in totale tra campionato britannico e internazionale di Formula Renault), debutta al volante di una Sauber-Petronas nel Gran Premio d’Australia del 2001 grazie ad una Superlicenza Fia provvisoria. La Federazione Internazionale dell’Automobile, infatti, non voleva concedergli quella ufficiale a causa della mancata partecipazione al campionato di Formula 3000, categoria all’epoca considerata “propedeutica” alla Formula 1. Teoria tutta da dimostrare peraltro, visto che nessun campione di formula 3000 ha mai conquistato l’alloro iridato nella serie regina. Comunque, il suo debutto è impressionante: 6º posto, primo punto mondiale guadagnato, e tutte le perplessità sulle sue capacità di adattamento definitivamente superate. Sulle fasi che precedettero quella gara gli addetti ai lavori riportano un episodio molto particolare. Ai limiti della leggenda, ma che rende perfettamente idea del perché il soprannome IceMan, che si è persino tatuato sull’avambraccio sinistro, non sia dovuto solo al clima della sua terra d’origine: sembra infatti che Kimi, pochi minuti della partenza, mentre i meccanici si affannavano negli ultimi concitati ritocchi alla sua monoposto, fosse così tranquillo da addormentarsi nell’abitacolo…

Kimi Raikkonen Sauber Petronas 2001
Kimi Räikkönen, Sauber-Petronas, 2001.

Anche se alla fine del campionato i punti conquistati furono solo 9, le prestazioni convinsero Ron Dennis ad investire su di lui, versando la somma di 50 milioni di euro pur di averlo, dalla stagione seguente, al volante della McLaren al fianco del veterano David Coulthard. C’era da raccogliere la pesante eredità lasciata dal connazionale (due volte iridato) Mika Hakkinen. A chi lo interrogava sull’ingente somma versata, il patron del team di Woking rispondeva ammettendo che 50 milioni di euro erano “tanti per un pilota ma non per un campione del mondo”.

Kimi Raikkonen McLaren

In effetti, non aveva sbagliato previsione. Quelli in McLaren (2002-2006) sono anni positivi, nonostante la macchina non sia più quella del triennio 1998-2000 Räikkönen cerca di contrastare il dominio della Ferrari di Schumacher prima, e della Renault di Alonso poi. Due volte arriva a sfiorare il titolo. Nel 2003 raccoglie 91 punti, solo 2 in meno del pilota tedesco; nel 2005 i due contendenti conquistano 7 vittorie ciascuno, ma i piazzamenti premiano lo spagnolo.

Eppure Kimi Räikkönen non è un pilota come un altro. E viene chiamato a raccogliere un’altra eredità pesante. Pesantissima, stavolta. Come consuetudine, al termine del Gran Premio d’Italia 2006, la Ferrari annuncia la coppia di piloti per la stagione successiva. E dopo 11 anni, sul comunicato che viene diffuso non è riportato il nome di Michael Schumacher. La notizia era nell’aria già da un po’, Schumi ha deciso di ritirarsi (non sarà proprio così, ma questa è un’altra storia…). E la Scuderia di Maranello, per affiancare Felipe Massa, ha scelto questo finlandese silenzioso e velocissimo.

Il caso vuole che mentre le agenzie di stampa, i telecronisti e gli inviati annunciano la notizia, Schumacher e Räikkönen siano sul podio insieme. Il tedesco, primo, ha approfittato del ritiro di Fernando Alonso per rientrare in piena lotta mondiale. Il finlandese, secondo, può dimenticare le opache prestazioni della McLaren e iniziare a godersi la “sua” folla rossa.

Michael Schumacher e Kimi Raikkonen sul podio del Gran premio di Monza

Ancora una volta, il debutto è di quelli che non si dimenticano. Il 18 Marzo, in Australia, al volante della F2007 centra pole position, giro veloce e vittoria (rimasta per qualche ora sub iudice per degli inconsueti e accuratissimi controlli da parte dei commissari di gara sul sistema di distribuzione dei pesi della vettura, che comunque ne confermeranno la piena regolarità).

Solo due piloti sono stati in grado di fare la stessa cosa alla prima gara in Ferrari. Si tratta di due leggende della Formula 1: Juan Manuel Fangio e Nigel Mansell.

Sulla scaletta del podio Jean Todt gli accosta il cellulare all’orecchio, Michael Schumacher vuole complimentarsi con lui. Uno scambio di parole brevissimo, pochi secondi, e “click”, il telefono torna nelle mani del Direttore Generale. “Mi ha fatto i complimenti per la vittoria ma ho dovuto riattaccare perché non si sentiva bene”.

Kimi Raikkonen, Ferrari F2007.
Kimi Räikkönen, Ferrari F2007.

Il campionato è (a dir poco) movimentato. Dopo una prima parte di stagione estremamente positiva (una vittoria e due podi per Räikkönen, due vittorie e un podio per Massa), nella fase centrale del campionato la McLaren-Mercedes riesce a recuperare il gap iniziale e ribaltare la situazione grazie al talento del debuttante Lewis Hamilton e alla grinta del Campione del Mondo in carica Fernando Alonso.

Solo grazie ai piloti? Forse.

Perché nei primi giorni di Luglio succede qualcosa di strano. La Ferrari annuncia il licenziamento di Nigel Stepney, storico capo-meccanico della Scuderia e, pochi giorni dopo, la denuncia dello stesso Stepney e di un tecnico della McLaren-Mercedes, Mike Coughlan. I due si conoscono bene. Hanno lavorato insieme agli inizi degli anni Novanta, e da qualche mese intrattengono una fitta corrispondenza.

Le accuse sono pesantissime: sabotaggio e spionaggio industriale. Prima del Gran Premio di Monaco Stepney avrebbe inserito nei serbatoi delle vetture di Räikkönen e Massa una polvere bianca – i RIS di Parma scopriranno essere fertilizzante – per provocare il “grippaggio” del motore e, in occasione del Gran Premio di Spagna, avrebbe consegnato al suo “collega” informazioni riservate. Per la conferma non c’è bisogno di investigatori ed analisi. Basta l’onestà del tipografo inglese incaricato da Coughlan di fotocopiare il faldone di oltre 300 pagine contenente disegni e dati relativi alla F2007.

Non sembrano esserci dubbi, ma al termine dell’inchiesta il Consiglio Mondiale della FIA sembra credere ai proclami di completa estraneità ai fatti della McLaren. Il 26 luglio, infatti, il team anglo-tedesco viene ritenuto colpevole, ma è riconosciuta la mancanza di prove sull’effettivo utilizzo delle informazioni ottenute. E per questo motivo non vengono inflitte sanzioni. A fare ricorso contro la sentenza è lo stesso presidente della FIA Max Mosley: “Invierò il dossier alla Corte d’Appello, affinché vengano ascoltate sia la Ferrari sia la McLaren sia qualsiasi partecipante al campionato al fine di determinare se la decisione del Consiglio Mondiale sia stata appropriata o, altrimenti, di proporre una decisione più giusta”.

Prima della seconda udienza (fissata per il 13 settembre) però vengono portati alla luce ulteriori (e decisivi) elementi. In particolare, una serie di comunicazioni tra Fernando Alonso e il collaudatore Pedro de la Rosa. Le email e gli sms tra i due dimostrano inequivocabilmente come la tesi difensiva della McLaren sia priva di fondamento. I piloti, infatti, progettano di sperimentare nel corso dei test gli stessi accorgimenti della Ferrari su impianto frenante e distribuzione dei pesi. Sì, proprio quella distribuzione dei pesi inspiegabilmente finita sotto la lente d’ingrandimento dei commissari dopo la vittoria di Räikkönen nel Gran Premio di Australia (non poi così “inspiegabilmente” se qualcuno ne fosse stato già a conoscenza…). E’ evidente quindi come le informazioni non fossero in possesso del solo Coughlan. La nuova sentenza arriva il giorno successivo, ed è notevolmente meno clemente: la McLaren-Mercedes viene squalificata dal mondiale costruttori e le viene inflitta una multa di 100 milioni di dollari.

Quando dalle carte bollate e dai tribunali la sfida torna in pista, nonostante la doppietta rossa nel Gran Premio del Belgio (solo due giorni dopo la conclusione di quella che da giornali e TV era stata ormai ribattezzata “Spy-Story”) il campionato sembra sempre saldamente nelle mani della scuderia di Woking e dei sui piloti. A due Gran Premi dalla conclusione, infatti, Hamilton è in vantaggio di 17 punti su Räikkönen e di 10 su Alonso. Per i media il 22enne inglese ha il titolo in tasca. In molti casi viene già definito il “campione del mondo più giovane della storia della Formula 1”, come se avesse già strappato il record ottenuto dal compagno di squadra nel 2005. Forse è proprio questo uno dei motivi per cui la rivalità tra Hamilton e Alonso – accesa fin dai primi test invernali – diventa, di colpo, feroce. E per la prima volta dall’inizio della stagione, l’inglese sembra soffrirla.

Räikkönen invece, fedele al suo soprannome (e, in un certo senso, al suo personaggio) non si scompone. Vince il Gran Premio di Cina, e approfittando di un grossolano errore di Hamilton (finito nella ghiaia all’ingresso della corsia box) si porta a -7 dal leader. Alonso, giunto secondo, a -4.

Anche se tutti gli addetti ai lavori continuano a ritenere la vittoria finale una questione di “casa McLaren”, il 21 ottobre, nel Gran Premio del Brasile, diventa subito chiaro a tutti che la Ferrari ha intenzione di giocarsi a fondo le sue chance. E che la tranquillità del finlandese – quella che, nei momenti critici della stagione, i suoi detrattori hanno scambiato, e scambieranno ancora, per menefreghismo – può fare la differenza fin dalla prima curva sul temperamento degli altri due contendenti. Mentre le Ferrari, anche grazie ad un perfetto gioco di squadra, scappano imponendo alla gara un ritmo forsennato, Hamilton e Alonso si affrontano senza esclusione di colpi. Ad avere la peggio è l’inglese che, dopo essere stato costretto ad allungare la traiettoria della prima curva per difendersi dall’attacco del compagno, evitando per un soffio la collisione, si trova in fondo al gruppo.

La rimonta è rabbiosa, ma destinata a fallire definitivamente quando, a metà gara, un problema al cambio lo costringe di nuovo a perdere posizioni. Kimi, nel frattempo, guida come sa fare. Veloce, molto, e senza sbavature. Segue il ritmo dettato dal compagno di squadra nella prima parte di gara e con una serie di giri su tempi da qualifica approfitta del secondo pit stop per superarlo. Quando taglia il traguardo, la torcida sugli spalti lo applaude come fosse brasiliano. A nulla servono il terzo posto di Alonso e il settimo di Hamilton. A nulla serve il patetico ricorso fatto dalla McLaren per presunte irregolarità nelle benzine di Williams e Sauber.

Kimi Räikkönen e la sua Ferrari numero 6 sono campioni del mondo.

E’ una vittoria insperata e bellissima, destinata a rimanere nella storia.

Per il finlandese si avvera – finalmente – la previsione di Ron Dennis. Ma alla prima stagione a Maranello. E questo, per i tifosi, commossi, rende tutto ancora più bello.

Raikkonen campione del mondo 2007

Credo che la carriera altalenante di Kimi Räikkönen sia quella di un leggendario pilota “d’altri tempi”. Con i suoi silenzi, le sue smorfie, la sua incostanza, è facile immaginarlo al volante di una March, una Tyrrell, una Brabham. Invece, lo abbiamo visto vincere con la Ferrari. Solo una volta, è vero. E ormai tanto tempo fa.

Ma intanto, oggi, dopo l’annuncio della seconda separazione tra il campione finlandese e la Ferrari, penso sia giusto ricordare come quello che è riuscito a lui non sia ancora riuscito a nessun altro.

Charles Leclerc, il gioiello formato dalla Ferrari Driver Academy che sostituirà Räikkönen dalla prossima stagione, ha definito l’approdo in Ferrari “un sogno che si avvera”. Un sogno che a un altro grande talento dell’automobilismo è stato negato dal più crudele dei destini. Alla memoria di Jules Bianchi voglio dedicare questa Storia.

José Luis Chilavert, il portiere che ha detto no.

635 presenze e 54 goal in partite ufficiali tra Liga Paraguaya, Superliga Argentina, Ligue 1, La Liga e Primera División Profesional de Uruguay.

74 presenze e 8 goal con la maglia della nazionale.

Nome: José Luis Félix. Cognome: Chilavert González.

Ruolo: Portiere.

La sua carriera inizia a 15 anni tra i pali dello Sportivo Luqueño, la squadra della sua città, Luque, nell’area metropolitana della capitale Asunción. Le parate gli valgono presto la chiamata del Guaraní (club di Asunción), con cui nel 1983 vincerà da titolare, giovanissimo, il campionato. Nel 1984 si trasferisce in Argentina, al Club Atlético San Lorenzo de Almagro. Con El Ciclón rimarrà 4 anni prima di compiere il grande salto. Nel 1988 vola in Europa, nella Liga spagnola, lo acquista il Real Saragozza, e il 27 Agosto del 1989 conquista la nazionale paraguaiana.

Colombia-Paraguay, partita valida per le qualificazioni al campionato del mondo che l’anno successivo si giocherà in Italia, sarà la prima delle sue 74 convocazioni con la maglia dell’Albirroja. Una “prima” molto particolare. Al 90esimo, con le squadre sul punteggio di 1-1, viene fischiato un calcio di rigore a favore del Paraguay. Per placare i tifosi (infuriati) e i giocatori (altrettanto infuriati) colombiani deve intervenire addirittura la polizia. Solo dopo parecchi minuti, ristabilito a fatica l’ordine, il pallone può essere messo sul dischetto. A farlo è proprio Chilavert. Quando racconterà l’episodio dirà di aver approfittato dell’incertezza e della confusione generale, e di aver rassicurato i compagni dicendogli che, se anche avesse sbagliato, gli avversari non avrebbero mai avuto il tempo di correre dall’altra parte e fare goal. Difficile credere che li avesse convinti davvero. Nelle pochissime, e pessime, immagini dell’episodio si vedono infatti 5 giocatori del Paraguay avviarsi di gran carriera a difesa della porta sguarnita. Pochi istanti dopo dovranno percorrere tutto il campo un’altra volta, per abbracciarlo. Sinistro chirurgico e pallone alle spalle di Renè Higuita. Non uno qualunque: il portiere del “colpo dello scorpione”, delle giocate spericolate, dei dribbling irridenti agli attaccanti avversari (non sempre fortunati, il camerunense Roger Milla ringrazia).

Una partita, un goal, e Chilavert è già leader indiscusso della nazionale.

Dopo tre stagioni a Saragozza, nel 1991 torna in Argentina per vestire la maglia del Vélez Sarsfield, società di Liniers, un barrio di Buenos Aires. Presente nel campionato argentino dal 1918, il Vélez è a digiuno di vittorie dal 1968. La “musica” cambierà nel 1993, quando a sedersi sulla panchina sarà un ex attaccante dello stesso club (159 presenze, 85 goal e due titoli di capocannoniere). Un argentino dalle chiare origini italiane: Carlos Bianchi.

Il tecnico individuerà proprio in Chilavert il leader in grado di trascinare i compagni (insieme al difensore centrale Roberto Trotta, che Bianchi porterà con sé in Italia, nella breve e negativissima parentesi sulla panchina dell’AS Roma). Sotto la sua guida Chilavert vincerà quattro campionati, una Coppa Interamericana, una Supercopa, una Recopa Sudamericana e, soprattutto, nel 1994, la Copa Libertadores, la massima competizione di calcio per club del sudamerica. Come ogni anno, le squadre vincitrici della Copa Libertadores e della Coppa dei Campioni si affrontano per conquistare la Coppa Intercontinentale. Il 1 Dicembre del 1994, al National Stadium di Tokyo, il Vélez Sarsfield di Carlos Bianchi, Trotta e Chilavert si trova di fronte il “Milan degli Invincibili” guidato da Fabio Capello (che il 18 Maggio si è aggiudicato la “coppa dalle grandi orecchie” annientando per 4-0 il Barcellona di Johan Cruijff). I pronostici sono tutti per la squadra italiana. Almeno fino all’inizio del secondo tempo, quando due grossolani errori di Costacurta (che poi sarà anche espulso) in appena 7’ regalano al Vélez il trofeo. Nonostante il primo goal arrivi su calcio di rigore, il nome di Chilavert non appare tra i marcatori. Eppure il portiere paraguaiano può essere comunque considerato tra i protagonisti della vittoria. E’ il suo sinistro, infatti, a dare il via con un lancio di 70 metri l’azione che porterà Costacurta ad atterrare Flores e Roberto Trotta a trasformare il penalty per l’1-0 (con un tiro che solo per pochi millimetri non sarà respinto dal piedone di Sebastiano Rossi).

Intervistato prima della partita dal giornalista italiano Darwin Pastorin, con estrema naturalezza spiegherà il suo personalissimo modo di intendere il ruolo di portiere, la sua esigenza di spingersi in avanti. Non un elemento statico, confinato nell’area di rigore, ma un giocatore come gli altri, in grado di muoversi e aiutare i compagni in ogni zona del campo, “perchè ho sempre odiato la solitudine”.

Le prestazioni con il Vélez (e del Vélez) gli valgono prestigiosi successi personali. Nel 1995, 1997 e 1998 è il miglior Portiere dell’Anno per l’ IFFHS (International Federation of Football History & Statistics), nel 1996 viene nominato miglior giocatore del campionato argentino e “Rey del Fútbol de América” per la rivista sportiva uruguaiana El País.

Contemporaneamente il rapporto con la nazionale diventa sempre più intenso, una vera e propria simbiosi. Non ne è semplicemente il capitano, ne diventa il condottiero. Il suo carisma trascina i compagni in ogni situazione, davanti a qualsiasi avversario. Il 1 settembre del 1996, all’Estadio monumental Antonio Vespucio Liberti, el Monumental di Buenos Aires, Argentina e Paraguay si incontrano per le qualificazioni al mondiale di Francia ’98. E nella conferenza stampa pre-partita, per scaldare un po’ gli animi, Chilavert promette un goal ai giornalisti argentini. E lo segna. L’albiceleste è in vantaggio per 1-0 grazie ad una punizione di Gabriel Omar Batistuta. Il portiere paraguaiano, nell’occasione, non sembra impeccabile. Il tiro è potente e abbastanza angolato, ma un passo di troppo alla sua sinistra gli impedisce di intervenire. Chiunque, ripensando alla provocatoria ostentazione di sicurezza della sera precedente, si sarebbe demoralizzato. Chiunque, non lui. Quando qualche minuto dopo l’arbitro assegna un calcio di punizione a favore del Paraguay non ha dubbi, né ne hanno i suoi compagni di squadra. Avanza fino al punto di battuta, sinistro potente dai venti metri, palla che rimbalza beffardamente davanti al collega argentino e s’insacca. 1-1, e corsa sfrenata per mostrare ai tifosi argentini il pitbull feroce disegnato sulla sua casacca.

E’ l’eroe sportivo paraguaiano. E’ uno degli idoli del calcio sudamericano. La politica, come accade spesso, inizia a corteggiarlo. Lino Oviedo, generale golpista, gli propone la candidatura con  i nazionalisti dell’Asociación Nacional Republicana-Partido Colorado, al potere in modo ininterrotto dal 1947.

Il no di Chilavert è perentorio e non ammette repliche. Sa di essere un simbolo per i paraguaiani, non vuole esserlo di quell’establishment corrotto che ha permesso al 2% della popolazione di controllare il 98% delle terre coltivabili, che sostiene l’oligarchia dei fazenderos e medita di svendere i terreni più ricchi di titanio ai “brasiguayos”, i latifondisti argentini e brasiliani, che ha portato il 25% della popolazione molto al di sotto la soglia di povertà.

Ad ispirarlo è uno dei maestri della letteratura latinoamericana, Augusto Roa Bastos, apertamente schierato contro quella “dittatura perpetua” che in maniera irreversibile aveva segnato il passato e avrebbe segnato il futuro del Paraguay. Di un paese chiuso, solo, emarginato, come “un’isola circondata dalla terra”. E, quindi, apertamente schierato contro il granitico sistema di potere instaurato dal Partido Colorado.

Il rapporto che Chilavert stringe con lo scrittore è intenso, la stima reciproca diventa poco a poco una amicizia sincera e profonda. Lo scrittore consiglia libri e approfondimenti. Lo stimola a non perdere mai di vista, dalla sua gabbia dorata di calciatore di successo, la miseria e il dolore della sua gente. Chilavert ne segue i consigli, si applica come uno scolaro diligente. E quando Augusto Roa Bastos sarà ricoverato per un complicato intervento al cuore non esiterà a pagare tutte le spese. In un certo senso i due uomini si prendono cura l’uno dell’altro. Tanto che il 26 Aprile 2005, quando morirà ad Asunción, l’opera che Augusto Roa Bastos lascerà incompiuta sarà una biografia, non solo sportiva, di Chilavert.

Augusto Roa Bastos
Augusto Roa Bastos (1917-2005)

Mondiale di Francia ’98. Due pareggi contro Spagna e Bulgaria e una vittoria contro la Nigeria valgono gli ottavi di finale. A Lens, contro la Francia padrona di casa (e poi vincitrice del Campionato), la tattica del Paraguay è chiara: difesa ad oltranza nella speranza di arrivare ai rigori. Il muro biancorosso resiste fino al 114esimo. Quando, a soli 6 minuti dai calci di rigore è il difensore centrale Laurent Blanc, in un’inedita sortita offensiva, a mettere fine alle speranze paraguaiane di proseguire il cammino nella competizione. A diventare l’immagine simbolo della partita, però, non sarà né il goal né la gioia incontenibile dei transalpini. Subito dopo il fischio finale le telecamere riprenderanno Chilavert percorrere avanti e indietro tutta la sua metà campo, rincuorando e scuotendo i compagni in lacrime. In alcuni casi addirittura urlandogli a pochi centimetri dal viso. Che si rialzassero da terra e uscissero dallo stadio a testa alta, ci avrebbe pensato lui a caricarsi sulle spalle la tristezza di tutti.

D’altra parte, dopo pochi mesi, avrebbero avuto un altro obiettivo da inseguire. Difficile, come sempre, ma non impossibile. L’anno successivo infatti, la trentanovesima edizione della Copa América si sarebbe disputata proprio in Paraguay.

Ai nastri di partenza le squadre favorite sono le solite, il Brasile di Rivaldo e Ronaldo, l’Argentina allenata dal loco Marcelo Bielsa, il Cile di Zamorano e Salas. Oltre ovviamente alla nazionale del paese ospitante. Il Paraguay, allenato per l’occasione da Ever Almeida, può contare sull’attaccante del Bayern Monaco Roque Santa Cruz, sui centrocampisti Acuña e Gavilán, sulla coppia di duri difensori Carlos Gamarra e Celso Ayala, appena acquistati dall’Atletico Madrid.

E Chilavert?

Chilavert non c’è.

Il 3 novembre 1998, in occasione del match valido per i quarti di finale della Copa Mercosur tra il Vélez Sarsfield e l’Olimpia Asunción, il portiere ha pronunciato il suo secondo, e altrettanto irrevocabile, no. E ancora una volta ha rivolto la sua dura presa di posizione contro l’ex comandante dell’esercito ed esponente del Partido Colorado, Lino Oviedo, in questa occasione a capo del coordinamento generale del Comitato organizzatore della Coppa America. Le parole rimbalzano sulle agenzie di stampa di tutto il mondo. La dichiarazione fatta davanti a un nutrito gruppo di ignari giornalisti sportivi è un durissimo atto di accusa nei confronti delle autorità paraguaiane. “Non posso partecipare ad un torneo organizzato da quelle stesse persone che hanno versato sangue nel mio paese”. Non dimenticare mai la miseria della condizione umana, sentire il dolore di chi si ha intorno come fosse il proprio, quello era stato l’insegnamento di Augusto Roa Bastos. Per questo il condottiero del Paraguay non può partecipare ad una competizione organizzata sottraendo risorse destinate al popolo, alla scolarizzazione, a combattere la miseria.

Il 29 giugno 1999, nella partita inaugurale contro la Bolivia, a difendere la porta dell’Albirroja c’è Ricardo Tavarelli.

Il 10 Luglio, all’Estadio Defensores del Chaco di Asunción, il Paraguay viene eliminato ai quarti di finale dall’Uruguay.

Ai rigori.

Sarebbe servito Chilavert.

Ma aveva detto no.

“Lunga vita alla libertà”. La storia di Deniz Naki.

Deniz Naki nasce il 9 luglio del 1989  in Germania.

La sua è una delle tante famiglie che compongono la comunità curda a Düren, una cittadina a metà strada tra Colonia e Aquisgrana. Gioca a calcio, è un buon centrocampista offensivo e viene selezionato nelle formazioni giovanili  della squadra più importante della regione, il Bayer 04 Leverkusen.

Inizia così la sua carriera da calciatore. Sul campo non sarà quella di un fuoriclasse.

Al Bayer Leverkusen non debutta mai in prima squadra, viene stabilmente impiegato nella formazione delle riserve e presto ceduto in prestito al Rot Weiss Ahlen con cui, l’8 febbraio del 2009, debutta in seconda divisione. Al 79° della partita contro l’FC Augsburg sostituisce Marco Reus (lui sì che avrà una carriera formidabile, considerato uno dei “pezzi pregiati” del che Borussia Dortmund e della nazionale tedesca). Il 25 giugno 2009 viene ceduto all’FC St. Pauli. Quelle tra le fila della squadra di Amburgo saranno le sue stagioni migliori. 71 presenze, 12 goal, e un gesto che lo rende “idolo” dei tifosi più accesi. La partita contro l’Hansa Rostock è una delle più tese e sentite. La rivalità tra le due tifoserie, quella dichiaratamente di sinistra del St. Pauli e quella con aperte tendenze neonaziste dell’Hansa Rostock, ha già provocato una serie di tafferugli e un fitto lancio di fumogeni che hanno ritardato il fischio di inizio. Naki segna il goal decisivo, e davanti ai tifosi avversari si passa un dito sulla gola.

Scoppia, giustamente, il putiferio.

Lasciato il St. Pauli tenta l’avventura in Inghilterra, al Nottingham Forest, e poi ancora in Germania al Paderborn 07, fino al simbolico ritorno, nel 2013, in Turchia, nella Super Lig, con la maglia del Gençlerbirliği, l’Ankara Rüzgârı (il vento di Ankara). Anche lì, però, poca fortuna. Due stagioni, 25 presenze, 1 solo goal. A lasciare il segno non è il suo talento sul campo, ma l’aperto sostegno alla causa curda del Rojava e alla città di Kobane, che dal 16 settembre 2014 è cinta d’assedio da parte dei jihadisti dell’Isis. Il 5 novembre, dopo essere stato aggredito in strada, decide di lasciare Ankara [1] [2] ed approda all’Amedspor, in seconda divisione.

L’Amedspor è la squadra di Diyarbakır, città situata lungo le sponde del fiume Tigri, nel sudest della Turchia. Per i curdi è “la capitale del Kurdistan turco”. Quella di Naki possiamo considerarla una scelta di cuore. E di libertà, “Azadi”. Parola che si tatua sull’avambraccio sinistro e per la quale la TFF (Federazione calcistica della Turchia) presieduta da Yıldırım Demirören (ex presidente del besiktas e fortemente sostenuto dal presidente Recep Tayyip Erdoğan) lo squalifica per 15 giornate. No, non è uno scherzo. Erdogan è già pesantemente intervenuto per limitare la libertà di espressione nel mondo calcio. Nel 2013, in seguito all’appoggio dato dalle tifoserie dei tre principali club di Istanbul (Galatasaray, Besiktas e Fenerbahce) [3] al movimento di Gezi Park (sulla vicenda è assolutamente da vedere il documentario “Istanbul United” [4]), ha bandito i cori politici dagli stadi.

L’arrivo di Naki all’Amedspor coincide con un periodo di grandi tensioni. Nonostante l’Isis, quello che dovrebbe essere un nemico comune, sia alle porte, nel novembre del 2015 la Turchia interrompe la tregua (annunciata da Öcalan nel 2013) bombardando postazioni del PKK in Iraq e riaprendo così le ostilità armate col gruppo curdo [5].

Sui campi di calcio, come già capitato in altri scenari “caldi”, le divisioni non si stemperano. Quando i calciatori turchi incontrano Naki e l’Amedspor si esibiscono spesso nel saluto militare, in sostegno ai soldati che rispondo agli ordini del presidente.

Già. Proprio questo “saluto militare”, purtroppo.

Così, dopo aver messo a segno il goal che suggella la qualificazione dell’Amedspor ai quarti di finale della Coppa di Turchia, Naki dedica l’impresa “a coloro che hanno perso la vita e ai feriti durante la repressione nella nostra terra che dura da più di 50 giorni. Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!».

Il post, pubblicato sui suoi account social, costa al giocatore altre 12 giornate di squalifica. Al club un’irruzione della polizia nella sede e il sequestro dei computer. Ai tifosi la squalifica per la storica partita seguente, contro il Fenerbache (che – almeno ogni tanto una buona notizia – esprimerà solidarietà nei confronti di Naki e dei tifosi dell’Amedspor) [6] [7].

Non è ancora abbastanza.

Il 7 gennaio di quest’anno, nei pressi di Düren, vengono sparati alcuni colpi di pistola sulla sua auto. Rimane, fortunatamente, illeso [8].

In questo clima, il 31 gennaio, si consuma l’ultimo atto della vicenda. La TFF lo giudica colpevole di “propaganda ideologica” e “separatismo curdo”, e lo squalifica per tre anni e mezzo dall’attività agonistica (oltre ad infliggergli una multa di circa 60mila euro). Equivale a una squalifica a vita. La causa? Aver condiviso un video sui social media con un appello di partecipazione ad una manifestazione contro l’offensiva militare turca nell’enclave curda di Afrin, nel nord della Siria [9].

Questa è la carriera di Deniz Naki. Sul campo non  è stata la carriera di un fuoriclasse. Non importa.