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Torino-Roma 0-1. Qualche anno fa…

Fischio d’inizio.

Qualcuno ha ripreso a chiamare De Rossi “il morto con la fascia” e “Capitan Birretta”.

Intervallo.

Qualcun altro ha iniziato a parlare delle “stecche di Monchi” (e a storpiarne il nome in Mongo, Monco…).

Fischio finale.

Qualcun altro ancora, non potendo più definire Justin Kluivert “il nuovo Iturbe”, non ha esitato a descrivere Pastore come “il nuovo Adriano”.

E’ il 19 Agosto, si è giocata la prima giornata di campionato, e abbiamo vinto 0-1.

Qualche anno fa avremmo prenotato i posti al Circo Massimo.

10 calciatori.

Nella settimana della finale mondiale e di Cristiano Ronaldo alla Juventus, mi è stato chiesto, tramite social, di elencare i 10 calciatori della Serie A che ho visto giocare e che più mi hanno emozionato. In tutta franchezza, non vedevo l’ora e ringrazio chi mi ha tirato in ballo.

Dunque, non sono in ordine di preferenza né in ordine cronologico. 10 sono richiesti e 10 ne ho elencati. Di getto, senza pensarci troppo. D’altra parte, stiamo parlando di emozioni.

Ah, ovviamente: ho escluso dalla lista Francesco Totti. Perché se riguarda lui, l’emozione è una cosa privata.

1) Dejan Savicevic.

Genio puro e indolenza elevata a potenza. Il tutto in un Milan guidato da un allenatore che, con il suo rigido 4-4-2, rappresentava la nemesi del suo modo fantasioso di intendere il calcio: Fabio Capello. A cui comunque, tra incomprensioni varie, nel maggio del 1994, fa vincere la Coppa dei Campioni abbattendo, praticamente da solo, il Barcellona di Zubizarreta, Romário, Stoichkov, Guardiola (e Cruijff in panchina).

2) Giovanni Cervone.

Ammetto, ho un debole per i portieri grandi, grossi e brutali (a prescindere dalle loro qualità tecniche). Cervone era, comunque, forte ma inspiegabilmente sottovalutato. Tanto che praticamente ogni due anni veniva acquistato un portiere per rimpiazzarlo: Zinetti (!), Lorieri (!!), Sterchele (!!!). Dopo qualche partita, però, tra i pali ci tornava lui.

Il 30 marzo del 1993 (nella partita di ritorno della semifinale di Coppa italia) contribuisce a respingere l’assalto del Milan degli “invincibili” e conquistare la finale parando (al 90’) il rigore tirato da Jean-Pierre Papin. Un’impresa. Era la Roma di Garzya, Benedetti, Comi, Piacentini contro il Milan di Maldini, Baresi, Lentini, Rijkaard, Gullit. Impresa che proprio lui e il sopracitato Zinetti manderanno in vacca negli spogliatoi, ingiuriando l’arbitro Pezzella, facendosi squalificare e costringendoci a schierare nella doppia finale contro il Torino il primavera Fimiani.

3) Gheorghe Hagi.

“Regele”, il Re. Passare dal Real Madrid al Brescia pur di giocare in Serie A, quando la Serie A era davvero il campionato più bello di tutti. Col Brescia retrocesso in Serie B, sarebbe potuto passare al Napoli di Ottavio Bianchi, per indossare la maglia numero 10. Non se ne fa niente, anni dopo il “Maradona dei Carpazi” dirà: ”Avevo avuto alcune offerte in estate, ma non sono un codardo”.

4) Daniele De Rossi.

Roma-Torino 3-2. Sì, quella della doppietta di Totti in meno di 4 minuti. La Roma è sotto 1-2, il Capitano in panchina. E’ la fase finale della carriera, la penultima stagione. Il rapporto con Spalletti è già ai minimi termini. Al 41esimo del secondo tempo viene mandato in campo come mossa della disperazione. Il resto è storia. Dopo il goal del 3-2 l’abbraccio collettivo sfiora l’isteria, sul campo e sugli spalti. Mentre il Torino porta mestamente il pallone a metà campo l’inquadratura di Sky sfiora De Rossi in panchina. E’ questione di pochi secondi, ha le labbra serrate e gli occhi lucidi. Come chi fa di tutto per non scoppiare a piangere. Come me, davanti alla tv. Come i tifosi allo stadio. Come tutti.

5) Paulo Futre.

La Joya. Due campionati, due coppe nazionali e una coppa dei campioni con il Porto; due Coppe del Re con l’Atletico Madrid; nel 1987 è secondo nella classifica del Pallone d’Oro dietro un certo Ruud Gullit. Nel Novembre del 1993 il presidente Dal Cin lo acquista per far sognare i tifosi della neopromossa Reggiana. Prima partita, contro la Cremonese, e primo goal: si libera in slalom degli avversari e col sinistro la mette sul primo palo. Prima e ultima partita, però. Al 72’ l’intervento durissimo di un avversario gli causa la rottura del tendine rotuleo. Stagione (e in un certo senso anche carriera) finita, non tornerà più ai suoi livelli. Peccato. Ma sono stati 72’ bellissimi.

6) Aldair Nascimento do Santos.

Dal 1990 al 2003 con la maglia della Roma. E già questo è abbastanza. Stagioni passate al centro della difesa vedendosi sfilare accanto Comi, Berthold, Tempestilli, Garzya, Benedetti, Festa, Lanna, Trotta, Servidei e compagnia cantante. Sopportando l’arrivo di un maestro boemo che  – per il piacere del brivido – lo piazzava terzino destro. Aspettando con pazienza di trovare al suo fianco un Walter Samuel con cui vincere lo scudetto. Proprio come un tifoso qualsiasi. Ma dal centro della difesa, con la maglia numero 6.

7) Andrij Shevchenko.

Centravanti, esterno, seconda punta. Sempre implacabile. In quella saga del rigore tirato a cazzo di cane che è stata la finale di Champions 2003 contro la Juventus (agghiaccianti gli errori consecutivi di Seedorf, Zalayeta, Kaladze, Montero) il suo era lo sguardo di chi non avrebbe mai sbagliato. E infatti.

8) Toninho Cerezo.

Il “tappetaro”, soprannome che oggi violerebbe tutte le regole del politicamente corretto, per via della carnagione, dei baffi, dell’italiano stentato che, arrivato a Roma, lo fecevano somigliare ai venditori ambulanti di tappeti. La sua è stata la prima maglia della Roma che mi ha regalato papà. Di flanella e con le maniche lunghe. Il numero 8 cucito. Bellissima. La mia maglia del cuore. D’altra parte, come ha detto proprio lui, “il cuore di Dio è giallorosso”. E poi chissà, magari prima o poi ci svelerà dove abbia passato il capodanno nel 1983…

9) Rudi Voeller.

Vola tedesco vola! Lui poteva tutto, rendeva possibile tutto. Anche conquistare una finale di Coppa Uefa e vincere una Coppa Italia nella stessa stagione pur schierando al centro del campo Gerolin e Di Mauro. II tutto drizzando, crossando e colpendo di testa. Molto spesso contemporaneamente.

10) Roberto Baggio.

Stagione 2000-2001, Juventus-Brescia 1-1. Lancio da centrocampo di Pirlo, lo stop di destro è anche un irresistibile dribbling su van der Sar in uscita. Classe, coordinazione, semplicità. E’ un passo di tango, sensuale e elegante. Per il “divin codino” sarà il goal più bello segnato in carriera. Di fatto è anche l’episodio che ci consegna lo scudetto.

I muscoli del Capitano. Roma-Barcellona 3-0.

 

Guarda i muscoli del Capitano, tutti di plastica e di metano,
guardalo nella notte che viene, quanto sangue nelle vene.
Il Capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero fuma la pipa,
in questa alba fresca e scura, che rassomiglia un po’ alla vita…

[Francesco De Gregori, I muscoli del capitano, “Titanic”, 1982]

Io, De Rossi e gli “haters”.

Prendiamo un ragazzo di 34 anni. Alto, biondo e con gli occhi azzurri. Bello. Con una moglie, attrice, ancora più bella. Ricco. Ma proprio molto ricco. Calciatore. Romano, romanista e, per inciso, capitano della Roma. Ingredienti ideali, in una società gossippara e guardona, per essere criticato già alla prima smorfia fuori posto. Figuriamoci per una manata in faccia a un avversario.

Aggiungiamoci il carattere. Non il temperamento sul campo, però. Non la “vena gonfia”, che gli ha consegnato il centrocampo della Roma e della Nazionale a 20 anni ma che già altre volte – troppe volte – lo ha tradito (e ha tradito noi con lui). Quello, invece, che gli ha permesso di affrontare e superare vicende che avrebbero fatto “deragliare” tanti. Vicende private, personali, delicate, per le quali chiunque chiederebbe riserbo e silenzio. Ma che sciacalli da quattro soldi non hanno avuto remore a gettare in pasto ad un’opinione pubblica che auto-istigandosi a suon di me l’ha detto un amico mio che conosce bene gli amici suoi trasforma ogni errore in crimine e ogni critica in accusa.

Non basta. Aggiungiamo ancora un’indipendenza intellettuale rara in un mondo di urlatori e di megafoni. Discreta e mai banale. Ecco, adesso gli ingredienti sono perfetti per scatenare le invidie più turpi di un “ambiente romano” che nel calcio – come anche, negli ultimi anni, nel sociale o nella politica – sfoga una sempre più esasperata tendenza alla ricerca di un colpevole “sempre e comunque”. E così l’accusa diventa condanna, il giudizio diventa fango.

E che non lo sai? Non è mica una novità, l’anno scorso l’espulsione col Porto c’ha rovinato la stagione. E non te la ricordi l’entrataccia su Chiellini? E il pugno a Mauri. E perché, la gomitata a McBride? E poi je da giù con la Ceres tutte le sere. Capitan Birretta, con la barba lunga per nascondere la cicatrice che j’hanno lasciato i Casamonica. Che guadagna sei milioni l’anno e non fa’ una partita buona da un secolo. A Ostia essere come Spada è ’n attimo.

Questa invettiva ha ripreso vigore domenica, al 24esimo della ripresa di Genoa-Roma. E la colpa è, indiscutibilmente, solo di De Rossi. Ma anche se stavolta la teoria del “male della Roma” ha varcato le Colonne d’Ercole del Grande Raccordo Anulare per calcare palcoscenici nazionali (Avrebbe potuto migliorare, smussare gli angoli peggiori del suo carattere con le vittorie. Cambiare. È andata così. Forse la sua tanto cara Roma lo ha rovinato. Di sicuro lui ha rovinato la Roma. Così, ad esempio, Lorenzo Vendemiale su Il fatto quotidiano, 27 novembre 2017, articolo completo QUI) rimane un’invettiva squallida che poco ha a che vedere col calcio. Degna dei peggiori “haters”. Di chi fa del fomentare rancori una professione, e del rimestare invidie e livori una ragione di vita. E forse anche per questo a me Daniele De Rossi piacerebbe continuare a vederlo per tanto tempo con la maglia della Roma.

daniele de rossi as roma

Roma-Chelsea 3-0. L’ambiente romano ha sempre ragione.

L’ambiente romano ha sempre ragione.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere i difensori riuscire a reggere l’urto, fisico e tecnico, di attaccanti del calibro di Morata, Hazard, Pedro e Batshuayi.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere il centravanti lottare e fornire assist ai compagni, proteggere la palla e caricarsi sulle spalle la squadra nei momenti di difficoltà.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere gli esterni d’attacco concretizzare le occasioni e poi riprendere umilmente a spremersi in un estenuante lavoro di copertura.

Sarebbe stato bello – per un volta – vedere i subentrati calarsi subito nel clima della partita, pronti a sacrificarsi e aiutare i compagni negli ultimi minuti di “battaglia”.

Sarebbe stato bello – per una volta – viverla e non solo sognarla una “notte di coppe e di campioni”.

Invece eccola, l’mmagine emblematica della mattanza messa in atto ieri sera dai Blues sul campo dell’Olimpico.

Soccer: Champions League; Roma-Chelsea

Daniele De Rossi, la barba lunga a coprire la cicatrice sul volto e le occhiaie a testimoniare la conclamata abitudine a nottate trasgressive, dopo l’ennesima prestazione orribile (d’altra parte, sono almeno dieci anni che ha smesso di giocare…) cerca conforto nel compagno di squadra Federico Fazio, lento, tecnicamente sgraziato e tatticamente inadeguato per essere il leader di una difesa a 4.

Eh sì. L’ambiente romano ha sempre ragione.