Roma-Chelsea 3-0. L’ambiente romano ha sempre ragione.

L’ambiente romano ha sempre ragione.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere i difensori riuscire a reggere l’urto, fisico e tecnico, di attaccanti del calibro di Morata, Hazard, Pedro e Batshuayi.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere il centravanti lottare e fornire assist ai compagni, proteggere la palla e caricarsi sulle spalle la squadra nei momenti di difficoltà.

Sarebbe stato bello – per una volta – vedere gli esterni d’attacco concretizzare le occasioni e poi riprendere umilmente a spremersi in un estenuante lavoro di copertura.

Sarebbe stato bello – per un volta – vedere i subentrati calarsi subito nel clima della partita, pronti a sacrificarsi e aiutare i compagni negli ultimi minuti di “battaglia”.

Sarebbe stato bello – per una volta – viverla e non solo sognarla una “notte di coppe e di campioni”.

Invece eccola, l’mmagine emblematica della mattanza messa in atto ieri sera dai Blues sul campo dell’Olimpico.

Soccer: Champions League; Roma-Chelsea

Daniele De Rossi, la barba lunga a coprire la cicatrice sul volto e le occhiaie a testimoniare la conclamata abitudine a nottate trasgressive, dopo l’ennesima prestazione orribile (d’altra parte, sono almeno dieci anni che ha smesso di giocare…) cerca conforto nel compagno di squadra Federico Fazio, lento, tecnicamente sgraziato e tatticamente inadeguato per essere il leader di una difesa a 4.

Eh sì. L’ambiente romano ha sempre ragione.

 

Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane.

Il Blues è – tra gli altri – quello di James Carrie, Natalie Merchant, Sena Ehrhardt e Mary Gauthier. Voci giuste per dare “un senso alla tristezza che opprime”. I cuori sono quelli di Marco Buratti, l’Alligatore, Max “la memoria” e Beniamino Rossini. I cui battiti anche stavolta sono quei principi “fuorilegge”, per i quali – e con i quali – affrontare la vita (cercando di sopravvivergli). Edith, la “vecchia puttana” della maîtresse Frau Vieira, è la bellissima prostituta quarantenne donna di cui l’Alligatore si innamora quasi per sbaglio. Giorgio Pellegrini è, ancora una volta, il nemico. Non l’unico, ma quello vero. A sua volta infiltrato, per iniziativa di una spregiudicata funzionaria del Ministero dell’Interno, nella rete della narcotrafficante portoghese Paz Anaya Vega.

Massimo Carlotto, Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane, edizioni E/O.
Massimo Carlotto, Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane, edizioni E/O.

Nonostante torni a personaggi e situazioni consuete Carlotto dimostra una continua capacità di innovare lo stile e la costruzione del racconto. Affidando la narrazione in alcuni capitoli alla voce dei “banditi perbene”, in altri a quella del “mostro” partorito dalla fusione tra rappresentanti di uno stato corrotto e un genio del male e della distruzione. Alternando, così, punti di vista, reazioni e, soprattutto, emozioni. Insomma, un ritorno al noir positivo dopo le perplessità lasciate dal thriller “Il Turista“. Ma tenere ancora una volta aperta la possibilità di un nuovo scontro epico tra l’Alligatore e Pellegrini rischia di far diventare tutto un po’ ripetitivo, di allungare eccessivamente il brodo, facendo scemare la voglia di vedere i personaggi andare, definitivamente, “ai resti”. La malinconia dell’Alligatore, lo strazio interiore di Rossini, l’impegno politico così demodé di Max “la memoria”, l’anima marcia e spregevole di Giorgio Pellegrini meritano di tornare a percorrere strade, magari parallele, ma distinte.

Nerone, il grande incendio di Roma e la “Nova Urbs”.

La notte tra il 18 e il 19 Luglio del 64 d.C., al tempo di Nerone, Roma fu distrutta da un incendio di proporzioni inaudite. In breve tempo le fiamme, sviluppatesi al Circo Massimo, nella zona tra Celio e Palatino, divennero un fronte di fuoco compatto e invalicabile, impossibile da domare, che devastò la città per dieci giorni. Il numero di morti, soprattutto nelle zone più popolari, imprecisato. I danni incalcolabili. Delle 14 regiones in cui Augusto aveva diviso l’Urbe, 3 furono completamente rase al suolo, 7 ridotte in rovina.

Dovendo pensare a un “fotogramma” della storia antica, a molti probabilmente verrebbe in mente proprio l’immagine dell’imperatore che contempla Roma bruciare accompagnandosi con la lira.

Locandina del film "Quo vadis?", 1913, diretto da Enrico Guazzoni e tratto dall'omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz.
Locandina del film “Quo vadis?”, 1913, diretto da Enrico Guazzoni e tratto dall’omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz.

Ma è un’immagine distorta. Da alcuni resoconti degli storici antichi (Disgustato dalla bruttezza dei vecchi edifici e dalle strade tutte strettoie e curve, dette fuoco alla città, riporta Svetonio; Nerone sentì il desiderio di realizzare quello che aveva sempre sperato, cioè mandare in rovina la città. Perciò incaricò segretamente alcuni uomini che, comportandosi come fossero ubriachi, appiccarono focolai di incendio in più parti di Roma, scrive Cassio Dione); dalle ipotesi avanzate da qualche studioso moderno (lo storico russo Sergej Kovaliov, ad esempio, spiega l’incendio con il fatto che l’imperatore aveva in precedenza comprato a basso costo la vastissima zona tra Esquilino e Palatino sulla quale sarà eretta poi la Domus Aurea); e – perché no? – dalle re-interpretazioni cinematografiche (come dimenticare il primo Kolossal, Quo Vadis?, del 1913, o l’interpretazione di Peter Ustinov nel rifacimento del 1951).

Perché è proprio a Nerone, invece, che si devono quei provvedimenti per proteggere la città dal ripetersi di un evento così tragico. Tacito (Annales, XV, 43) descrive nei particolari i criteri urbanistici della Nova urbs voluta dall’imperatore: strade più ampie, blocchi di case ben allineate e dall’altezza limitata, con cortili e portici, realizzate con pietre refrattarie al fuoco e, soprattutto, senza muri divisori comuni. Le zone della città che non erano occupate dal palazzo imperiale furono riedificate: non già come dopo l’incendio gallico qua e là a casaccio, senza seguire un piano, ma con blocchi di case ben allineati, con più ampio respiro di strade; le costruzioni non dovevano superare una certa altezza, vi era dello spazio adibito ai cortili e a protezione delle facciate venivano aggiunti dei portici. (…) Volle che i nuovi edifici fossero saldati in talune parti non con travi ma con pietra di Gabi o di Albano, refrattarie al fuoco. (…) Volle infine che non vi fossero muri divisori comuni tra casa e casa ma che ogni edificio disponesse di muri propri.

A nulla valse, però, la generosità nel soccorrere e accogliere gli sfollati, per i quali Nerone aprì il Campo Marzio e i giardini imperiali, fece costruire ricoveri provvisori e organizzò distribuzioni di generi alimentari. A nulla valsero i riti espiatori verso gli dei. Niente riuscì a cambiare – né, in molti casi, cambia oggi –  l’infame opinione che l’incendio fosse stato comandato.

Un breve frammento del mio racconto sul “grande incendio di Roma del 64 d.C. e sulla Nova Urbs neroniana, nel corso della visita guidata al Vicus Caprarius (Roma) realizzata il 15 ottobre 2017 in occasione della presentazione del libro “A tavola con gli antichi romani” di  Giorgio Franchetti.

MILLENNIUM 5, L’uomo che inseguiva la sua ombra.

Quinto capitolo della serie Millennium, secondo firmato da David Lagercrantz.

recensioni l'uomo che inseguiva la sua ombra, marsilio, 2017, Lagercrantz
David Lagercrantz, L’uomo che inseguiva la sua ombra, Marsilio.

La trama torna, per fortuna, a ruotare attorno ai due personaggi principali della saga. Lisbeth Salander rispetto al volume precedente  (Quello che non uccide, 2015, il primo firmato da Lagercrantz) si avvicina notevolmente alla hacker geniale, enigmatica e affascinante dei tre episodi “originali”. E tratto distintivo di Mikael Blomkvist torna ad essere l’interesse per la verità, più che per la notizia.

La trama è intricata. Ma si dipana progressivamente, come consuetudine, intorno al classico schema: Lisbeth (questa volta inizialmente in prigione) deve fare i conti con il suo passato e, con l’aiuto di Blomkvist, contrastare quelle forze oscure che lo vogliono, e la vogliono, distruggere. E questo comincia ad essere un problema. Perché Lagercrantz, pur dimostrando maggiore attenzione verso i due personaggi fondamentali (e quindi correggendo astutamente il tiro rispetto “Quello che non uccide”, particolarmente criticato dai sostenitori più accaniti della serie per l’eccessivo distacco dimostrato), non riesce a nascondere una sostanziale mancanza di identità. Il thriller è ben modulato (la prima parte, ambientata all’interno della prigione di massima sicurezza di Flodberga tiene incollati alle pagine) con, al suo interno, due storie altrettanto avvincenti (l’omicidio del blogger bengalese Jamal Chowdhury e l’incontro tra i due gemelli Daniel e Leo) e Lagercrantz sembra volersi richiamare allo stile di Larsson (ad esempio nelle lunghe e meticolosissime descrizioni sull’abbigliamento anche dei personaggi più insignificanti o sulla topografia della città). Svolge bene il compito, per carità, ma non dimostra empatia con la storia.

appunti sparsi, in ordine sparso.