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Un italiano, un arabo e un africano.

Napoli, più o meno le 22.30 di Venerdì sera. Sto tornando in albergo e ho bisogno di comprare una bottiglia d’acqua. Entro nel primo negozio che incontro. Uno di quelli che vende un po’ di tutto, aperto praticamente sempre. Un arabo, sonnecchia su una sedia fuori dall’ingresso. E già sarebbe da fotografare per l’espressione beata, appoggiato ad una pila di rotoli di carta igienica e carta assorbente (peraltro, grande offerta: 8 rotoli 1€!). Comunque, entro. Il tempo di fare un passo verso un indistinto mucchio di bottiglie, e da dietro lo scomparto della frutta sento delle urla. Ma proprio forti. E poi, un secondo dopo, ancora più forti, le risate di tre persone. Prendo l’acqua, m’affaccio. Un arabo, un africano, e un italiano. Continuano a ridere a crepapelle. Viene da ridere anche a me. L’arabo si avvicina alla cassa, “un’acqua? 70 centesimi”. E in napoletano mi fa “scusass’ capo, ma chisti duje song proprio sciemi”. Sorrido. Pago l’acqua. Esco. Loro ridono ancora.

Penso che potrebbe essere l’inizio di una bella storia: un italiano, un arabo e un africano ridono.

Napoli, Piazza della Sanità, "Luce" di Tono Cruz.
Napoli, Piazza della Sanità, “Luce” di Tono Cruz.

Marzo 2017.

Francesco Hayez, La Meditazione o L’Italia del 1848.

Una giovane donna, bellissima, dai capelli corvini. Col seno semiscoperto e il volto nascosto da un velo d’ombra. Le mani stringono la croce del martirio risorgimentale. Lo sguardo, infelice ma al tempo stesso fiero e deciso, invita a condividere il dolore per il naufragio delle speranze d’indipendenza. Stimolando empatia in chi lo incrocia, non compassione.

L’Italia del marzo 1848. O la Roma del marzo 2017.

Napoli Ferrovia.

Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Feltrinelli.
Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Feltrinelli.

Una cronaca-diario in odore di romanzo. Un giornalista ottantenne torna a Napoli dopo tanti anni. Dopo quasi una vita. E ripercorrendo alcune tappe della sua storia familiare ne attraversa i quartieri e le strade. E, con essi, quelle trasformazioni (sociali ed urbanistiche) che, dal dopoguerra ad oggi, hanno stravolto, nascosto o casi cancellato la Napoli affacciata sul mare, entusiasta, vitale ed energica. Condivide queste passeggiate notturne con Caracas, cinquantenne di origine venezuelane, ex naziskin in procinto di convertirsi all’Islam. Razzista, anticomunista e antiamericano, ma pronto ad aiutare gli sconfitti e gli emarginati. La ricerca del “cuore” della città diventa così per entrambi un pretesto per condividere momenti della propria storia. Momenti  spesso dolorosi, a tratti disperati. Le storie del giornalista – l’Io narrante, lo stesso Rea –  e di Caracas diventano quindi la storia stessa di Napoli. Le due vite opposte si specchiano nelle contraddizioni della città, nella sua ancestrale bellezza e, allo stesso tempo, nella sua apparentemente inarrestabile decadenza. I racconti che Rea e Caracas si scambiano sono gli stessi di quella Napoli “sedotta” dagli americani nel dopoguerra, quando con l’insediamento a Bagnoli del Quartier Generale del comando dell’Europa Meridionale fu trasformata in una sorta di capitale della “guerra fredda” ma, allo stesso tempo, fu privata delle sue risorse produttive e con esse delle speranze di rinascita. Sono i racconti di quella Napoli a cui interessi politici e criminali hanno rubato il mare e i sogni. Intense, toccanti e accorate sono, per questo, la descrizione e l’invettiva contro la Palazzata Ottieni: nel 1954, il costruttore Ottieni – sindaco l’armatore Achille Lauro con flotta e interessi a genova – costruì l’orrenda barriera di cemento armato alta dieci piani e lunga l’intero fronte mare di piazza Mercato spregiativamente chiamata “palazzata” o anche “muraglia cinese”. L’opera colpì non soltanto per la sua mostruosità urbanistico-architettonica ma anche, e forse soprattutto, per la sua pesante carica simbolica. Il messaggio di quel cemento non ebbe bisogno di interpreti: napoletani, non c’è più mare per i vostri sogni, toglietevelo dalla testa, non vi appartiene più. E sono i racconti di quella Napoli in cui anche la droga sembra fatta arrivare di proposito, per distruggere gli uomini e annientare la città. Per inchiodarla al ruolo di colonia, di terra da prosciugare e poi abbandonare. 

Ma Napoli Ferrovia non è il patetico racconto di una ineluttabile depressione. E’ un viaggio a ritroso nel tempo dolorosamente carico di speranza per il futuro. E’ l’appello a non girare la testa dall’altra parte quando fette sempre più ampie della società sono emarginate. E’ l’invito – accorato – a fare comunità, sempre. Napoli Ferrovia non è solo Napoli, dunque. E’ l’Italia.

Bellissimo.

La pistola e gli occhi chiusi.

Ci vuole del tempo per metabolizzare la morte di un quattordicenne. E forse non basta (anzi no, non deve bastare) neanche tutto il tempo del mondo per metabolizzare che un quattordicenne possa essere ucciso da un carabiniere.

Però allo sgomento che ho provato di fronte a un fatto così enorme, alla sensazione del fiato che manca come dopo aver ricevuto un pugno nello stomaco, si è aggiunto un senso di rabbia verso una comunità che ai comportamenti “fuorilegge” sembra essersi arresa.

Una comunità che piange un ragazzo ucciso ma continua a chiudere gli occhi sui coetanei che non smettono di muoversi in tre sul motorino, senza casco. Perchè “a Napoli così è normale“.

Una comunità che chiude gli occhi sul fatto che un quattordicenne (non un uomo!) possa fare un giro in motorino di sera con due amici che sono, rispettivamente, un latitante e un pregiudicato. Perchè “ce ne sono tanti”.

Sia chiaro: non c’è dubbio che un quattordicenne ammazzato, per di più dallo Stato, annichilisca qualsiasi tentativo di “giustificazione” o “motivazione”. E non c’è dubbio che la giustizia debba essere rapida, e la condanna esemplare. Nonostante la divisa. Anzi, ancor di più per la divisa.

Ma non si può far finta di non vedere che Davide Bifolco è stato ammazzato anche da quel contesto, e da tutti quegli occhi chiusi.