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LDAPOST della domenica #31 – Ah – Napoli-Roma 1-0.

Abbiamo fatto crack. Non un crack finanziario, quello l’abbiamo scongiurato anni fa, quando ‘a Bbanca si è accaparrata (con un invidiabile fiuto per i grandi affari) le quote di Italpetroli. E l’abbiamo evitato di nuovo quando gli americani (o, citando alcuni sapienti pseudogiornalisti esperti di cultura statunitense, gli american straccions) si sono comprati un po’ di quote de ‘a Bbanca.
Abbiamo proprio fatto crack, tutti, come ha fatto crack il ginocchio di Strootman. Che quando l’olandese s’é accasciato a terra e si teneva la rotula, abbiamo pensato “aaahhh” come se c’avessero dato una mazzata sopra la nostra.

sobria reazione alla lettura del tridente offensivo in Napoli-Roma.
sobria reazione alla lettura del tridente offensivo in Napoli-Roma.

Lo stesso “aaahhh” che avevo urlato alla lettura della formazione ufficiale. Lo stesso “aaahhh” (di allarmante terrore, mani sulle guance, bocca spalancata e corde vocali agghiacciantemente mute) che m’ha trasfigurato quando ho provato ad associare i nomi Bastos, Florenzi e Gervinho al sostantivo goal.
Lo stesso “aaahhh” (pero’ cantilenante, di rammaricata consapevolezza) associato alla netta sensazione che, ancora una volta, un ceppo recrudescente di “fenomenite asturiana” avesse riattecchito negli spogliatoi della Roma. E, di conseguenza, la certezza che, nonostante ci si affanni in ricerche, siamo ancora tanto lontani dal riuscire a sintetizzare un vaccino sicuro.
Lo stesso “aaahhh” (di piacevole stupore, da botta sulla fronte e “ecco chi m’ero scordato!”) detto quando, mentre snocciolavo nomi di diciassettenni centrocampisti della primavera presumibilmente in panchina, ho visto porononno Taddei togliersi la tuta.

Lo stesso che, con l’apparente distacco di chi è stravolto dallo shock, ho pronunciato vedendo la palla crossata da Ghoulam sbattere sul ciuffo pettinato di Callejon, strusciare l’incrocio dei pali e insaccarsi.
“Ah”.

L’Italicum, dubbi e speranze.

Cito l’On. Roberto Giachetti. Fare ha un prezzo ed è molto più difficile che disfare. Fare insieme necessita l’esercizio di una particolare intelligenza in grado di predisporci a comprendere che quella parola ‘insieme’ nega il principio che la ricetta sia una sola: la nostra. Fare insieme necessita di una disponibilità al confronto e alla rinuncia del ‘tutto noi’. Accade poi che chi non si predispone a questo, chi si chiama e si tiene fuori, non può/sa far altro che opporsi a tutto a prescindere, rinunciando anche a quella parte di proprio che invece avrebbe potuto spendere per il raggiungimento di un obiettivo.

Parole che condivido.

Detto questo, l’Italicum non è, per me, la legge elettorale ideale. Anch’io, come molti, avrei preferito il ritorno al “Mattarellum” e per questo ho sostenuto, nei mesi scorsi, l’iniziativa dello stesso Giachetti. Iniziativa che, però, per una particolare alchimia, ha visto la strenua opposizione dello stesso PD (prima) e M5s (poi). E’ bene non dimenticarlo. Anch’io poi, come molti, ho i pruriti quando sento parlare di accordo Renzi-Berlusconi. Ma non dimentico, come fanno invece alcune semplificazioni giornalistiche (o 5stellistiche, o sinistraelibertistiche) che l’accordo è fra i rappresentanti dei 2 maggiori partiti in Italia. Perché, insisto, piaccia o no, questo è ancora Berlusconi.

Trovo però positivo che il sistema approvato oggi preveda una soglia per il premio di maggioranza, un eventuale ballottaggio e dei collegi plurinominali. Collegi che, seppur con qualche limite, collegando 4 o 5 candidati a un territorio evitano lo squallido sistema delle “liste bloccate” previste dal Porcellum. Sono invece sinceramente sconcertato sulla decisione di rendere valido il sistema solo per la Camera. Per un motivo strettamente legato agli intenti del governo. E’ possibile votare con due sistemi completamente diversi, l’Italicum per la Camera e il proporzionale puro per il Senato? Mi sembra un controsenso se l’obiettivo è creare un sistema che consenta, a chi vince, di governare. Devo quindi credere che, a breve, si procederà alla riforma del Senato. O no?

E nel frattempo, mi chiedo, con quali (e quanti) senatori si garantirà l’iter della legge? Con quelli che, fin da ora, dichiarano che la stessa deve essere profondamente cambiata?

Insomma, Renzi si è preso un bel rischio. Portare a casa questo primo risultato, anche se con molte sofferenze, questo primo risultato sarebbe molto importante, per “sturare” una conduttura “attappata” e consentire all’acqua di riprendere a scorrere. Magari non velocemente come – “una riforma al mese” – aveva annunciato il Premier, ma comunque a scorrere. Altrimenti si rischia un altro pantano.

Arab Jazz. Un po’ bello, e un po’ no.

Arab Jazz, di Karim  Miské ha vinto, nel 2012, il Grand prix de littérature policière.

Arab Jazz, di Karim Miské, Fazi.
Arab Jazz, di Karim Miské, Fazi.

Premio sicuramente meritato per la particolare impronta che l’autore ha dato ai personaggi, evidentemente figli – come lui (nato in Costa d’Avorio da madre francese e padre mauritano, e cresciuto in Francia) – di quel cosmopolitismo tipicamente parigino in grado di rendere le differenze culturali e religiose grandi ricchezze o  pericolose fonti di contrasto a distanza di poche fermate di Metro. Sicuramente meritato anche per l’originale protagonista, Ahmed. Cronicamente depresso, incapace di relazioni sociali “normali”, protetto dalla corazza dei gialli che compra a chili, in un negozio di libri usati del quartiere in cui si e’ autoconfinato. Avvincente l’evoluzione dei due livelli di indagine sulla morte di Laura, una giovane hostess dell’Air France: quello ufficiale della polizia e quello “personale” di Ahmed (di cui la ragazza era innamorata).

Pero’ è proprio quel cosmopolitismo che all’inizio caratterizza il libro a diventare presto esagerato. Eccessivo, quando capitolo dopo capitolo si sovrappongono (e confondono) arabi, ebrei, asiatici, africani, turchi, armeni, cristiani, testimoni di Geova, poliziotti corrotti e criminali comuni. Troppe differenze, troppe sfumature diverse, troppi tratti particolari che, pur volendo mettere in risalto i contrasti, finiscono per appiattirsi.

Insomma, l’ho trovato un po’ bello. E un po’ no.

Poi, nota critica per l’editore Fazi: le note alla fine del libro sono scomodissime.

“Pompei”, il kolossal delle banalità.

Ci sono tanti modi per realizzare male un film storico. Si può lasciare un orologio la polso di un centurione o sbagliare la ricostruzione dei monumenti di Roma. Si possono armare le legioni come si trattasse di eserciti fantasy o i gladiatori come fossero cavalieri medievali.  Si possono semplificare e tagliare, per più o meno giustificabili ragioni di tempo, le vicende storiche. Errori grossolani, certo. Ma…

…ma poi c’è il talento di Paul W.S. Anderson, il regista di “Pompei”. Che shakera forsennatamente tutti i cliché cinematografici sull’antica Roma, semplifica fino a rendere inverosimile la storia della tragica eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e regala al pubblico un rarissimo esempio di kolossal della banalità.

I primi 40 minuti sono la copia, ancor meno credibile, della prima serie di “Spartacus”. Gladiatori, addominali, bicipiti e botte da orbi in un viaggio tra la Britannia e Pompei talmente surreale da lasciare col fiato sospeso aspettando qualcosa che…dovrà pur accadere dopo simile preambolo. Si, aspetta e spera.

La battaglia nell’arena durante i giochi delle Vinalia con la riproposizione dello scontro tra ribelli Celti e milizie romane è spudoratamente copiata dal primo combattimento al Colosseo del “Gladiatore” Massimo Decimo Meridio.

Quando, finalmente, comincia a eruttare il Vesuvio e si potrebbe sperare in un riallineamento con la fedeltà storica, i lapilli sembrano i meteoriti di “Armageddon” e le navi che cercano di allontanarsi dalle coste vengono affondate da un bombardamento di fuoco che neanche in “Pearl Harbour”. Per finire con un inseguimento tra una quadriga e un cavallo degno di “Fast & Furious”.

Insomma, da evitare a qualsiasi costo.