Tutti gli articoli di lorenzoisonline

Roma-Carpi 5-1. Una partita che dice poco. Per quanto…

Valanga di goal a parte, quella col Carpi è una partita che dice poco.

Dice che il goal di Manolas è la logica conseguenza di quando, sulle respinte da calcio d’angolo, c’è reattività nel recuperare la palla e nel provare la conclusione da fuori. E non la sonnolenza di domenica scorsa.

Dice che per carità, io me lamento di De Sanctis, ma la respinta di Brkic sul goal di Gervinho è il segno che tra i pali in Serie A di serrande sfasciate ne girano…

Dice che il goal di Borriello non era manco quotato, e la prima azione con cui lo ha sfiorato lo annunciava come la ricevuta della raccomandata quando sai che te deve arriva ‘na multa.

Dice che il palo di Gervinho è un sussulto d’orgoglio del Dio del Calcio. Perché va bene il goal, va bene la buona partita, ma che ca**o  l’azione personale e il tocco sotto so’ roba da attaccanti veri. E te sei Gervinho.

Bella la goleada, bella la vittoria, bello il rigore parato, bello tutto. Ma certo che il Carpi è davvero poca cosa. Per vincere, e soprattutto per convincere, ci vuole altro ancora. Continuità, prestazioni e risultati. Questa, quindi, è una partita che dice poco.

Per quanto, a ben vedere, un dato positivo c’è. Abbiamo battuto Frosinone, Carpi e Juventus. E, si sa, gli scudetti si vincono con le piccole.

Una considerazione su Roma-Carpi

A Totti dobbiamo tutti tanto. Anzi, tutto.

E forse, proprio per questo, noi che gli dobbiamo tutto, dobbiamo avere la lucidità per considerare i 6 minuti di oggi, con annesso goffo scatto e infortunio, una richiesta d’aiuto.

Sua, a noi.

La richiesta di smetterla di invocarlo in campo al primo sbadiglio, alla prima stecca del tridente, alla prima delusione. Di non chiedergli sacrifici fisici ulteriori. Di non esporlo al ludibrio di ritmi atletici insostenibili e all’esposizione di una condizione fisica oggettivamente – e anche, anagraficamente – deficitaria.

Diciamo che me la racconto così.

Mi fa sicuramente meno male di “viale del tramonto”.

In viaggio, Gerusalemme e Palestina #1.

Le mura parlano e raccontano storie. E’ probabilmente la considerazione più banale (perlomeno tra le più banali) che storici o archeologi possano fare. In alcuni casi, poi, non raccontano solo storie, ma raccontano la Storia. E’ così per quelle imponenti che cingono la città vecchia di Gerusalemme, e per i segni lasciati dalla guerra di indipendenza sulla Porta di Sion. Per le pietre dell’antica Gerico nel Tell es-Sultan e per quelle dell’inespugnabile fortezza di Masada. Parlano di Dio i blocchi di pietra bianca del muro del pianto, i marmi della moschea El-Aqsa, le maioliche della Cupola della Roccia e il travertino di Betlemme della Basilica della Natività. Parlano di una strage i resti romani del Palazzo di Erode. Per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina non si può non lasciare la parola alle mura.

Per raccontare il mio viaggio a Gerusalemme e in Palestina, quindi, non posso non cominciare da un muro.

Betlemme, Bansky

Da questo mostro di cemento armato, filo spinato e militari. Alto fino a nove metri (nove metri, 2 volte il muro di berlino) con terminal e porte di sicurezza (i “check-point” spacciati per “controlli di sicurezza” ma utilizzati come una vera e propria frontiera) che immettono nella città da tutti i punti cardinali.

Un muro che accerchia Betlemme e la divide da Gerusalemme. Che divide, quindi, i luoghi che il cristianesimo venera come quelli della natività di Gesù da quelli della morte e della resurrezione. Che divide “chirurgicamente” due città così indissolubilmente legate da essere – per credenti, atei, religiosi o laici – una l’imprescindibile appendice dell’altra.

Betlemme, il muro.

Un muro che nel troppo superficiale immaginario comune separa gli israeliani dai palestinesi. Ma che, in realtà, separa quartieri e città. Palestinesi da palestinesi. Che smembra famiglie, divise – in tantissimi casi – dal colore della Hawiya, la carta d’identità. Verde quella di chi risiede nei Territori occupati; Blu quella di chi risiede a Gerusalemme e che, pur non avendo passaporto, può frequentare scuole, ospedali, servizi sociali. Marcare differenze nelle differenze, un metodo vecchio come il mondo. Divide et Impera, d’altronde.

Un muro, le cui porte dettano i ritmi delle giornate. Come le preghiere. Che nel migliore dei casi, fin dall’alba costringe a file di ore per i controlli di sicurezza chi, permesso di lavoro e documento alla mano, da Betlemme si deve spostare a Gerusalemme. Oppure, in caso di chiusura – decisa in modo assolutamente unilaterale – a mettersi in cammino per ricominciare da capo e mettersi in fila in un altro varco, in un altro check point.

Rientro in Palestina

Allora, per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina, non posso non cominciare dalla guida Khalid. Che ci porta in giro nei dintorni di Betlemme e ci chiede se è bello dormire a Gerusalemme (distanza 8 – otto!! – chilometri). Lo chiede a noi. Perché a lui, palestinese cristiano, non è permesso. A Gerusalemme ci può andare solo a Natale o a Pasqua. E deve tornare la sera. Sempre che le porte del muro siano aperte. Sennò, cristiano o no, “sticazzi” del tuo pellegrinaggio.

Per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina, non posso non cominciare da Sofia che, il muro, vuol farcelo vedere per bene. Dall’alto. E quando si accorge che a mia moglie è venuta la pelle d’oca (perchè le donne sono più sensibili, io avevo il voltastomaco) le dice “pensa che questa è la mia vita”.

Per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina non posso non cominciare dalle opere di Bansky. Che non abbelliscono. Perché niente può abbellire una sfregio così grande. Ma di certo rendono chiaro, evidente, come questo muro sia uno strumento d’attacco. Non di difesa.

Betlemme, Bansky (Instagram)

Che poi, che per raccontare un viaggio a Gerusalemme e in Palestina si dovesse cominciare da un muro, non era neanche difficile immaginarlo. Basta andare nella basilica di Santa Maria in Trastevere e guardare il mosaico dell’abside. “Hierusalem”, si legge, accanto alla rappresentazione di una città cinta da torri e da mura. Appunto.

Da una porta in queste mura escono sei agnelli. E dall’altra parte del mosaico, da Betlemme – appunto – ne escono altri sei. Tutti si spostano  simmetricamente e contemporaneamente verso il centro, verso l’Agnus Dei. Sempre che i check-point siano aperti.

gerusalemme (1)

betlemme (1)

mosaico absidale

Gerusalemme e Palestina, Luglio 2015.

Sampdoria-Roma 2-1. Dominare la partita.

Pareggio.

Vittoria.

Vittoria.

Pareggio.

Sconfitta.

Con questo ruolino non si va da nessuna parte. E per nessuna, intendo proprio nessuna. E non parlo dello scudetto che, mi pare chiaro, con queste premesse è cosa che davvero non ci riguarda. Ma dell’annata, che si prefigura dura da digerire senza l’aiuto di qualche chilo di effervescente Brioschi preso a manciate avide, come pop corn al cinema.

Anche se, tutto sommato, è frutto di un episodio sciagurato (l’autorete di Manolas è roba da Gialappa’s band), la sconfitta di ieri sembra il segno evidente di una crisi profonda. Di idee, di gioco, di prestazione. E, quindi, di risultati.

E’ vero, come si sono affrettati a dire tutti nel post partita, che il pallone tra i piedi ce lo ha avuto sempre la Roma. Ma è altrettanto vero che, con ‘sto benedetto pallone tra i piedi, la Roma ha fatto tutto fuorchè dominare. Perché non può voler dire “dominare la partita” fare 2000 cross e battere 1000 calci d’angolo senza girarne nessuno (N-E-S-S-U-N-O) verso la porta. Che senso ha crossare approssimativamente (molto approssivamente in alcuni casi) verso la testa di un’unico attaccante senza che l’area – intasata dai 10/11 della squadra avversaria – sia attaccata anche da centrocampisti ed esterni? Potrebbe provare a spiegarlo il mister Rudi Garcia? Visto che questo abominio tattico degno delle romette di mazzoniana memoria s’era già palesato contro il Frosinone, magari mi aiuterebbe a capire di quale antiacido fare scorta per i mesi a venire.

Costringere il portiere avversario a fare 3 parate vuol dire “dominare la partita”? 3 parate molto scenografiche, per carità. Ma quanti tiri nello specchio ha fatto la Sampdoria? 3, anche loro. E meno male. Perché De Sanctis è sempre goffo e in ritardo e, a differenza di Viviano, non ne prende uno.

Non può voler dire “dominare la partita” affidarsi alle giocate di Pjanic (bene di nuovo in posizione da trequartista e non da intermedio), senza che la squadra faccia movimenti studiati e organizzati; ignorare sistematicamente per tutto il primo tempo le sovrapposizioni a destra di Florenzi e Salah; servire gli esterni sui piedi, e mai in velocità; non trovare mai l’inserimento di un centrocampista centralmente.

No, non è questo che si intende con “dominare la partita”.  Non quest’anno, almeno. Quando basterebbero cose semplici. Cose che, per dire, riuscivano pure a Nonda, Wilhelmsson, Alvarez, Kharja…

Roma-Sassuolo 2-2. L’impresa impossibile.

Diciamoci la verità. Per compiere imprese impossibili ci vuole coraggio, è vero. Ma anche un’attitudine particolare. Un talento specifico, naturale, di quelli che non si costruiscono artificialmente neanche con l’allenamento più estremo e la dedizione più totale.

Per compiere imprese impossibili c’è bisogno di possedere un “fuoco sacro”. Una fiamma sempre accesa. Sopita, ma in grado di tornare viva esplodendo all’improvviso, con la potenza di un vulcano in eruzione.

Perché non bastano applicazione ed impegno per prendere goal da Politano. Né per trasformare la squadra orgogliosa, organizzata e veemente vista contro il Barcellona in quella pavida, pallida, sfibrata (e sfibrante) in campo domenica. Tantomeno per lasciar annegare in un mare di approssimazione, pochezza e improvvisazione tattica il 300esimo goal di Francesco Totti.

Per compiere queste imprese impossibili, ci vuole un talento particolare.

E’ vero o no, mister Garcia?