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Roma-Torino 3-2. Tre minuti.

L’ho scoperto, finalmente.

Quello che ho temuto ci fosse negato da un ineluttabile destino.

Quello che troppe volte c’è sfumato davanti agli occhi, in un attimo.

Quello che ciclicamente proviamo a ricercare lontano, nell’inossidabile “proyecto” tinto di blaugrana o nell’operoso e “testaccino” Leicester. Aggrappati alle sfumature malinconiche del nostro passato, per sentirci parte – anche piccola – di una felicità “altra”.

Quello che in molti c’hanno descritto, sorridenti e irridenti, prima di indicarci i provinciali confini del nostro limitato orizzonte. Quello che hanno provato a spiegarci, saccenti e presuntuosi, puntando il dito contro i nostri sentimenti da Raccordo Anulare.

Ieri però l’ho scoperto, finalmente, com’è ‘na gioia. In tre minuti.

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E questa è la differenza che c’è tra noi, e tutti gli altri.

Roma-Bologna 1-1. La fallibilità del dogma.

Sembrava un semplice lunedì sera d’Aprile. Uno come tanti.

Ma è stato chiaro fin dalla lettura delle formazioni che i puri di cuore sarebbero stati chiamati ad affrontare un cammino di fede di 90′, accidentato e periglioso. E che per uscirne purificati e rafforzati spiritualmente, avrebbero dovuto sopportare con incrollabile fiducia Iago Falque a centrocampo. E con indissolubile serenità i 3 pali di Salah e il goal di Rossettini.

E fiducia e serenità non hanno mai abbandonato gli animi devoti (ecco, a ben vedere forse sulla serenità ho un po’ peccato…). Fino al fatidico 70esimo.

Quando sul dogma della rinascita giallorossa, l’infallibilità divina di Luciano Spalletti da Certaldo, è calata la perversa oscurità dell’eresia.

Quando, nonostante agli occhi di tutti i fedeli in piena trance mistica fosse apparsa la “Santa Trinità della mossa disperata” (Zukanovic centrale – Rudiger terzino – Florenzi esterno alto) a preannunciare in un turbillon di triangolazioni, verticalizzazioni, accelerazioni, sovrapposizioni, cori di angeli e squilli di trombe il definitivo trionfo del Bene, la maligna devianza ha assunto le sembianze del tristo Edin Džeko.

Mo, ce vo’ fede davvero.

Lazio-Roma 1-4. Timori.

Lo temevo, ‘sto derby.

E non per l’irrazionalità tattica o l’isteria agonistica tipiche della stracittadina. Né per la logorante attesa a causa della sosta. Tantomeno per gli stucchevoli rumors di mercato su Pjanic, Nainggolan e Manolas. Figuriamoci se per le deliranti intemerate di Caressa sull’ultimo derby di Totti da titolare.

Io temevo la Lazio.

Sì. Temevo gli ubriacanti dribbling a rientrare di Felipe Anderson, le improvvise botte dalla distanza di Candreva, gli implacabili stacchi di testa di Klose, gli scatti brucianti sul filo del fuorigioco di Matri. Temevo che un trio di centrocampo composto da Pjanic, Keita e Nainggolan, sebbene organizzati tatticamente e tirati a lucido fisicamente, non potesse nulla contro la fisicità di Parolo, il dinamismo di Cataldi, la visione di gioco di Biglia.

Temevo che l’imprevedibilità di El Shaarawy, l’ubriacante velocità di Salah e la lussuriosa tecnica di Perotti non avessero chance contro l’esperienza di Bisevac, il passo di Braafheid, il senso della posizione di Patric e quello dell’anticipo di Hoedt.

Lo temevo, ‘sto derby. Lo temevo eccome.

Poi, però, me so’ svegliato. Ho preso un diger selz e maledetto la peperonata della sera prima.

Quando ho acceso la tv trasmettevano un’amichevole precampionato. Peccato, la Roma ha vinto solo 1-4. C’era da aspettarsi di meglio, è vero. Ma quando gli avversari so’ così scarsi prima della partita l’allenamento si fa lo stesso. Si vede che le gambe erano un po’ imballate…

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Qui Hollywood non c’è.

Per Totti, adesso, ci vorrebbe un film. Per raccontare quella storia che tutti i bambini col pallone sotto al braccio hanno sognato e sogneranno, ci vorrebbe Hollywood. Ci vorrebbe uno di quei film con i colpi di scena, l’azione, i drammi, la suspence e le risate. E con il lieto fine.

Ma qui, Hollywood, non c’è.

Qui ci sono gli striscioni e i cartelli. Gli Io sto con Totti (peraltro, se ci tenete a farvi inquadrare da Sky, almeno non fate errori d’ortografia), gli hashtag #SiamoTuttiTotti, la solidarietà pelosa di qualche d’accatto, lo sdegno ipocrita degli opinionisti tv e la rabbia vomitata dai microfoni di qualche radio.

Qui ci sono i ruspanti Totti nun se tocca!. E lo scrosciante c’è solo un capitano di una curva tornata, per caso o per magia, a farsi sentire (e vedere).

E tutto questo questo non è cinema.

E’ un accanimento inspiegabile. Con cui si sacrifica il campione e la sua classe cristallina sull’altare dello slogan, della battaglia, dell’autodeterminazione. Ma è anche l’espressione di una paura inconscia. Come l’abbraccio disperato di un bambino al salvagente che dovrebbe proteggerlo da una piscina come fosse il mare in tempesta. Perché una Roma senza Totti, è vero, un po’ fa paura. Come il futuro. Ma forse adesso siamo grandi abbastanza per imparare a nuotare.

Una considerazione su Roma-Carpi

A Totti dobbiamo tutti tanto. Anzi, tutto.

E forse, proprio per questo, noi che gli dobbiamo tutto, dobbiamo avere la lucidità per considerare i 6 minuti di oggi, con annesso goffo scatto e infortunio, una richiesta d’aiuto.

Sua, a noi.

La richiesta di smetterla di invocarlo in campo al primo sbadiglio, alla prima stecca del tridente, alla prima delusione. Di non chiedergli sacrifici fisici ulteriori. Di non esporlo al ludibrio di ritmi atletici insostenibili e all’esposizione di una condizione fisica oggettivamente – e anche, anagraficamente – deficitaria.

Diciamo che me la racconto così.

Mi fa sicuramente meno male di “viale del tramonto”.