Sui luoghi di Annibale: Spoleto, la “Porta Fuga”.

All’indomani della schiacciante vittoria conseguita sul Lago Trasimeno, per Annibale la strada verso Roma sembrava spianata. Ma il condottiero cartaginese non aveva fatto i conti con la testarda opposizione delle comunità dell’Italia Centrale che, nonostante l’Urbe stesse vacillando sotto i colpi dell’esercito punico, si opposero all’invasore con tutte le loro forze. Quando assalì Spoleto né la forza del suo esercito né la fama di invincibile intimorirono gli abitanti che, dalle imponenti mura della città, rovesciarono sui cartaginesi frecce, lance, sassi e olio bollente, fino a spingerlo a desistere dall’assedio. Per Tito Livio (Ab Urbe Condita, XXII, 9) fu proprio l’eroica resistenza di quella piccola colonia a convincere Annibale dell’impossibilità di attaccare direttamente ed espugnare Roma. E, forse, a cambiare la Storia.

Spoleto, la Porta Fuga
Spoleto, la Porta Fuga.


A Spoleto l’evento è ricordato dall’iscrizione scolpita su una delle porte della città, la cosiddetta “Porta Fuga”: Annibale dopo aver sconfitto i Romani al Trasimeno, respinto da Spoleto con gran strage dei suoi, mentre ostilmente marciava verso Roma, con la memorabile fuga assegnò il nome alla porta.

 

E lo pianse con accenti femminili.

Passeggiavo, oggi, tra le monumentali rovine di Villa Adriana, a Tivoli. Raccontando ad un gruppo di appassionati turisti dell’imperatore Adriano, della sua politica, della sua passione per le arti, per l’architettura e la filosofia. Della sua “animula vagula blandula”. Del suo amore. E mi sono tornate in mente poche righe attribuite a Elio Sparziano: “Durante una navigazione sul Nilo perse Antinoo, e lo pianse con accenti femminili. Alcuni insinuarono ciò che la bellezza del giovane e la sensualità di Adriano lasciano immaginare”.

Ma cosa vuol dire piangere con accenti femminili?

C’è poco da “insinuare”. Vuol dire – semplicemente – amore. Busto dionisiaco di Antinoo, Museo Archeologico di Venezia

Un italiano, un arabo e un africano.

Napoli, più o meno le 22.30 di Venerdì sera. Sto tornando in albergo e ho bisogno di comprare una bottiglia d’acqua. Entro nel primo negozio che incontro. Uno di quelli che vende un po’ di tutto, aperto praticamente sempre. Un arabo, sonnecchia su una sedia fuori dall’ingresso. E già sarebbe da fotografare per l’espressione beata, appoggiato ad una pila di rotoli di carta igienica e carta assorbente (peraltro, grande offerta: 8 rotoli 1€!). Comunque, entro. Il tempo di fare un passo verso un indistinto mucchio di bottiglie, e da dietro lo scomparto della frutta sento delle urla. Ma proprio forti. E poi, un secondo dopo, ancora più forti, le risate di tre persone. Prendo l’acqua, m’affaccio. Un arabo, un africano, e un italiano. Continuano a ridere a crepapelle. Viene da ridere anche a me. L’arabo si avvicina alla cassa, “un’acqua? 70 centesimi”. E in napoletano mi fa “scusass’ capo, ma chisti duje song proprio sciemi”. Sorrido. Pago l’acqua. Esco. Loro ridono ancora.

Penso che potrebbe essere l’inizio di una bella storia: un italiano, un arabo e un africano ridono.

Napoli, Piazza della Sanità, "Luce" di Tono Cruz.
Napoli, Piazza della Sanità, “Luce” di Tono Cruz.

Tito Manlio Torquato interpretato da Stefano Starna.

Sabato 13 Maggio, nel corso dell’evento “All of Rome” la Storia di Roma si è fusa con il teatro. E’ stato per me molto emozionante sentire – finalmente! – il suono di quelle “voci” che costituiscono il senso della mia ricerca (e del mio libro). Qui le parole di Tito Manlio Torquato, “uomo di antica severità”, interpretate da Stefano Starna.

appunti sparsi, in ordine sparso.