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Come cavalli che dormono in piedi.

Come cavalli che dormono in piedi, Paolo Rumiz. Feltrinelli.
Come cavalli che dormono in piedi, Paolo Rumiz. Feltrinelli.

C’avevo provato con “Annibale”. C’ho riprovato con “Come cavalli che dormono in piedi”. Incuriosito dal tema storico del nuovo viaggio letterario/giornalistico di Paolo Rumiz e – forse ancor di più – dalla sua motivazione umana, dal senso (e dall’esigenza) “di appartenenza”. Un viaggio sulle tracce delle testimonianze lasciate dagli italiani (triestini, trentini, giuliani) che nel 1914, sudditi dell’Impero Austro-Ungarico, stavano “dall’altra parte”. Che hanno combattuto una guerra su cui la storiografia deve rimettere la giusta luce.

Tema complesso, affascinante e ostico. E coraggioso, soprattutto nel continuo stimolare ad una riflessione alternativa, a lasciare da parte nozioni e libri di storia facendo trasportare il racconto e le ricostruzioni dai “morti”, e non dai vivi.

C’ho provato. Ma confesso che trovo la prosa di Rumiz indigeribile. Densa di partecipazione, ma macchinosa. Forzatamente lenta (come le ferrovie che descrive) fino a diventare noiosa.

Distanze.

Le battute sull’Isis che si ritroverà imbottigliata sul Raccordo Anulare non mi fanno ridere.

Tra Sirte (Libia) e Lampedusa (Italia, specifica necessaria soprattutto per l’UE che, evidentemente, da qualche anno se lo è dimenticato) ci sono circa 600 km. Poco più della distanza tra Roma e Milano. Poco meno di quella tra Milano e Napoli. Distanze che qualche migliaio di persone copre in macchina, treno o pullman ogni domenica per assistere a una partita di calcio.

Perciò sì, i terroristi dell’Isis sono alle porte di Roma. E non sono affatto imbottigliati sul Raccordo Anulare. Quello che accade lì, volenti o nolenti, è affar nostro.

LDAPOST della domenica. Roma-Parma 0-0. Nuvole basse.

La fregatura era dietro l’angolo. Ce lo insegnava la storia della Roma (con l’innata capacità di far tornare in salute i malati più disperati) e l’elenco di statistiche negative degli avversari. Eppure tanto era – ed è – disperata la condizione psico-economica del Parma da far sperare che la Roma – seppur rimaneggiata, acciaccata e spuntata – sarebbe riuscita a fare quello che, fino ad oggi, contro i gialloblù ha fatto un buon 90% delle squadre di Serie A: vincere.

E nonostante un inizio lento e macchinoso, il primo anticipo azzeccato da Cole nella stagione (per carità, già al 25esimo del primo tempo) faceva davvero pensare che ‘sto pomeriggio uggioso ci avrebbe riservato un sorriso.

Sì, col cazzo.

Doumbia, neo arrivo e neo campione d’Africa, stravolto da un mezzo giro del mondo e un conseguente jet lag che avrebbe stroncato un supereroe, viene buttato inspiegabilmente nella mischia dopo aver, con ogni probabilità, avuto il tempo di capire solo il senso letterale del motivo del suo acquisto. E quindi per “sostituire Destro” ha sfoggiato una proprietà di palleggio degna dei tornei da Bar dello Sport, una lucidità nei movimenti verso l’aria piccola degna del predecessore e il talento naturale di stare in mezzo alle palle nei momenti decisivi (ostruendo per due volte la porta ai tiri di Ljajic). E il fatto che Keita, dopo l’ennesimo passaggio sbagliato, già al 31esimo si mettesse le mani tra i capelli scuotendo la testa dava idea di quello che avremmo dovuto vedere e sopportare. Cioè pressappochismo nei passaggi, impalpabilità nelle conclusioni e ritmi talmente lenti da far sembrare Cole un giocatore proponibile in serie A.

Tra i titolari solo Florenzi e Ljajic (inspiegabile la sua sostituzione) hanno provato a scuotere la squadra. E a scuotermi da quel torpore in cui il mix divano, nuvole basse e partita di merda mi aveva fatto precipitare. E solo i tre ragazzi subentrati (Verde, Sanabria e Paredes – inciso nell’inciso: forse valeva la pena dargli una chance al posto dei due fantasmi ivoriani?) hanno mostrato di poter imprimere, seppur nella confusione generale, un cambio di passo. Li ringrazio, tutti, per il tentativo. Reso mirabilmente vano dai patetici tentativi di Gervinho di stoppare palloni con il petto, e dalla scelta di attaccanti e centrocampisti di non attaccare mai (mai! mai!) l’area piccola. Aggiungiamoci poi che, nelle sparute circostanze in cui quel rettangolo di 18,32m x 5,50m tra la linea di porta e il dischetto del rigore vedeva la presenza di maglie giallorosse, cadute rovinose (Doumbia) e traverse spizzate da venti centimetri (Cole) non hanno fatto altro che rendere le prospettive ancora più cupe. Le nuvole ancora più basse. E i rodimenti di culo ancora più vorticosi.

Milano-Roma. Anzi, Milano-Magliana.

Treno Milano-Roma. Oggi.

Tre ventenni passano il tempo progettando le tappe del loro weekend a Roma.

Weekend che, peraltro, chiamano “ferie”. Oh raga, non ci credo che sono in ferie. E da solo, con i miei amici! Sono tre anni che non faccio ferie. Meno male che ‘st’esame l’ho passato... Ah, ok.

La scelta del programma per oggi è tra un giro a Trastevere e la visita a Castel Sant’Angelo.

Oh, controlla sul telefono gli orari.

Oh raga, come si scrive castel Sant’Angelo? (E come vuoi che si scriva..)

Silenzio. Mappa aperta sul tavolino.

Ando sta ‘a Majana?. Sento, con quel marcato accento alla Celentano che interpreta Rugantino.

Oh, raga (rafforzativo). Ando ‘sta ‘a Majana?. Eccoci, ci siamo. Faccio in tempo a pensare.

Che poi, io avrei fatto come il Dandi. (Così, dal nulla.)

Eh, lui sì che era figo, che li ha mandati tutti a cagare. (Tutti?)

Che poi, si era sposato quella là, che l’era un puttanun! (Ah, un puttanun. Ma dai?)

Eh ma sai, il Libano in realtà l’ha ucciso la Mafia.

E lo Stato.

Come il freddo, Lo stato si fa sempre i cazzi suoi. (Sempre, sempre. “Raga”, è un mondo difficile..)

Io però avrei fatto come il Dandi, lui sì che era figo. (Ancora)

Porcoddiaz se era figo (Uh, fighissimo..)

Ma allora, raga. Ando sta ‘a Majana?

15.09. Arrivo. Stazione Ostiense. Comunque, sta lì dietro. ‘A Majana.