Come cavalli che dormono in piedi.

Come cavalli che dormono in piedi, Paolo Rumiz. Feltrinelli.
Come cavalli che dormono in piedi, Paolo Rumiz. Feltrinelli.

C’avevo provato con “Annibale”. C’ho riprovato con “Come cavalli che dormono in piedi”. Incuriosito dal tema storico del nuovo viaggio letterario/giornalistico di Paolo Rumiz e – forse ancor di più – dalla sua motivazione umana, dal senso (e dall’esigenza) “di appartenenza”. Un viaggio sulle tracce delle testimonianze lasciate dagli italiani (triestini, trentini, giuliani) che nel 1914, sudditi dell’Impero Austro-Ungarico, stavano “dall’altra parte”. Che hanno combattuto una guerra su cui la storiografia deve rimettere la giusta luce.

Tema complesso, affascinante e ostico. E coraggioso, soprattutto nel continuo stimolare ad una riflessione alternativa, a lasciare da parte nozioni e libri di storia facendo trasportare il racconto e le ricostruzioni dai “morti”, e non dai vivi.

C’ho provato. Ma confesso che trovo la prosa di Rumiz indigeribile. Densa di partecipazione, ma macchinosa. Forzatamente lenta (come le ferrovie che descrive) fino a diventare noiosa.

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