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Roma-Juventus 2-1. Kalokagathìa.

Kalós kai aghatós. L’indissolubile identità tra bellezza e virtù che distingue l’uomo nobile. Una bellezza unica, irriproducibile, e per questo coinvolgente e totalizzante. Che conquista allo stesso tempo la superficie dei sensi, la profondità dell’anima e la complessità della mente.

Una bellezza che si irradia nello spazio e nel tempo.

Quello spazio e quel tempo sospesi, in particolare, tra le parole “colpo di testa di Bonucci” e  “Szczesny ci arriva con la punta delle dita”.

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Kalós kai aghatós.

Verona-Roma 1-1. Ricominciamo, pareggiando.

Ricominciamo, finalmente.

E ricominciamo sperando di vedere una Roma nuova. Quella Roma 3.0 che invochiamo da Febbraio, dopo che gli aggiornamenti del software tentati da Garcia e la nuova App “Doumbia centravanti” installata da Sabatini si sono rivelati fallimentari come un Windows Vista qualsiasi. Però ricominciamo con una formazione che, anche al meno smanettone, risulterebbe subito piena di bug. Ricominciamo con Dzeko e Salah nel tridente d’attacco, è vero. Ma pure co’ Gervinho. Ricominciamo con Castan (bentornato) al centro della difesa. Ma pure co’ Torosidis raccattato a sinistra.

Ricominciamo con il centravanti costretto ad agire da regista offensivo e i due attaccanti laterali obbligati a giocare la palla con le spalle alla porta per ovviare all’assenza di una fonte di gioco che possa verticalizzare rapidamente. E giocando la palla spalle alla porta Gervinho e Salah sono molto meno pericolosi. E “molto meno pericolosi” è un gentile eufemismo per evitare di cominciare la stagione con una sequela di madonne. Oh, lo dico chiaro e tondo, tanto siamo tra amici. Se questo è il gioco che Garcia ha intenzione di proporre come alternativa a Totti, ammazzatemi. Almeno smetto di soffrire.

Ricominciamo con Hallfredsson trasformato nel perfetto mix tra Roy Keane e Juan Sebastian Veron. E con Jankovic che aspetta la Roma per svegliarsi, ricordarsi di essere una grande promessa, segnare e poi precipitare di nuovo in letargo (almeno fino alla 1° giornata di ritorno). E ricominciamo con Florenzi che gioca contemporaneamente da terzino, ala e interno, che corre, copre, contrasta, spazza, tira e – già che c’è – segna pure.

Ricominciamo con le sostituzioni e gli accorgimenti tattici fatti a risultato compromesso. Fuori De Rossi, davvero troppo lento e impreciso nel far ripartire l’azione (non che Keita abbia fatto molto meglio, ma questo passa il convento). Pjanic spostato come vertice alto di centrocampo anziché interno, ruolo nel quale veniva sovrastato fisicamente anche da Souprayen (che più che un terzino sembra un complesso multivitaminico). E ricominciamo anche con l’intoccabile Gervinho.

Ricominciamo con un 1-1 striminzito, un’ultima sostituzione da fare a 10′ dalla fine, con Totti e Ljajic in panchina, e con Ibarbo in campo come mossa della disperazione. Bisognava allargare l’azione, ha spiegato il tecnico nel dopo-partita. E laddove avevano fallito Salah, Gervinho e Iago Falque, doveva riuscì Ibarbo. Ibarbo. I-Bar-bo.

E infatti, ricominciamo pareggiando.

PS. Ricominciamo anche con l’inno “O Generosa”, composto per la Serie A da Giovanni Allevi. Che scopro essere l’orrida musica che accompagnerà l’inizio delle partite per tutto il campionato, e su cui hanno glissato signorilmente anche i telecronisti di Sky. Ad un primo ascolto fa rimpiangere le marcette suonate in classe col flauto alle medie. Perfino i cori “RomaRomaVaffanculo” con cui i fini pensatori scaligeri l’hanno sovrastato sembravano musicalmente più appropriati.

Argento vivo.

Argento Vivo, Marco Malvaldi, Sellerio.
Argento Vivo, Marco Malvaldi, Sellerio.

Una classica lettura estiva. Leggera, scorrevole, divertente, da sfogliare in spiaggia, sotto l’ombrellone, o la sera al fresco di un refolo di vento. “Argento vivo” è una commedia degli equivoci in perfetto stile-Malvaldi. I tratti caratteristici ci sono tutti: la matematica, la letteratura (e la grammatica!), le battute (talmente spietate da diventare omaggi) sugli ingegneri. Un umorismo mai banale, mai sboccato ma al tempo stesso mai ingessato. Un’ironia diretta, schietta che, in più di un’occasione, mi ha costretto a soffocare le risate (tanto per provare ad evitare di essere scambiato per uno scemo che ride da solo…). Se non ha niente di significativo da dire e vuole semplicemente fare dei discorsi grammaticalmente ineccepibili, smetta di scrivere romanzi e si candidi per il Partito Democratico. Sarà pure “sparare sulla croce rossa” ma  – visti i tempi – la chiosa è geniale. E poi Leonardo Chiezzi – protagonista e vittima della serie di equivoci che costituiscono la trama – blogger letterario “maniaco” della punteggiatura, autoironico, innocuamente irascibile alla maniera dei toscani, sembra un personaggio autentico, comune, sincero (molto più del “barrista” – per carità rigorosamente con due erre – Massimo e del suo BarLume). Anzi, sembra proprio Malvaldi.

Suburra.

Progetto “Waterfront”, lo chiamano. Milioni di metri cubi di cemento mascherati da “housing sociale”. Basterebbe una delibera – presentata al momento giusto e votata dai numeri “giusti” – per consentire alla malavita di mettere le mani sulla cementificazione della periferia sud di Roma. Ma per una delibera serve la una certa politica. E ad una certa politica serve una certa chiesa. Non sono solo i boss, quindi, a sedersi attorno al tavolo di questo affare colossale per ridisegnare alleanze, stringere patti e stabilire il futuro di Roma.

Giancarlo De Cataldo, Carlo Bonini, Suburra, Einaudi.
Giancarlo De Cataldo, Carlo Bonini, Suburra, Einaudi.

Non c’è dubbio che a De Cataldo abbia fatto bene lavorare a quattro mani con Bonini. Stavolta infatti la banda della magliaia (dopo i fasti letterari di Romanzo Criminale, quella sorta di obbligato “sequel” Nelle mani giuste, e lo stanco prequel Io sono il Libanese) riecheggia solo sullo sfondo, come un’eco lontana, per lasciare spazio a scenari (geografici, sociali ma anche – e soprattutto – politici) più attuali. Scenari cupi, ovviamente. In cui la finzione letteraria e la cronaca si fondono, regalando al lettore una trama in cui oggi (il libro è invece del 2013) possiamo agevolmente riconoscere i luoghi, ricostruire i tempi e attribuire i nomi e le facce che, quotidianamente, leggiamo e vediamo su quotidiani e telegiornali.

Il monopolio criminale sul litorale. La collusione con la malavita di esponenti del parlamento e del consiglio comunale. Le feste e i “festini” a base di cocaina e prostitute. La doppia vita di politici baciapile e la spregiudicatezza negli “affari” di una parte della chiesa. Le devastazioni dei black bloc e le violenze della polizia. La corruzione nella magistratura e nelle forze dell’ordine. Il titolo non poteva essere più azzeccato. Tutto questo è “Suburra”, nell’accezione più negativa del termine. Plebaglia, gente di malaffare. Come quella che abbiamo intorno.

Il cacciatore di teste. Non il migliore Nesbø, ma non da buttare.

Sicuramente non è la miglior prova di Jo Nesbø.

Jo Nesbø, il cacciatore di teste, Einaudi.
Jo Nesbø, il cacciatore di teste, Einaudi.

Il ritmo stenta tanto all’inizio, quando si svelano le due nature del protagonista (infallibile cacciatore di teste e inafferrabile ladro di opere d’arte). E accelera in un vorticoso crescendo (anche eccessivamente) nella seconda parte. Inseguimenti, violenze, un po’ di sesso ed esagerazioni varie che sembrano strizzare l’occhio più alle serie tv che al noir. L’immersione del protagonista nei liquami di un bagno (e successiva descrizione del “panorama” da quel privilegiato punto di vista), ad esempio, scatena l’irrefrenabile esigenza di andare avanti nella lettura. Più per sedare il voltastomaco che per la suspence, però.

Nonostante questo Nesbø offre – come consuetudine – personaggi interessanti, mai banali. Non c’è un “eroe”, stavolta. Roger Brown non suscita simpatia. Tantomeno alcun genere di empatia. Anzi, è lontano anni luce dalla carica umana e sentimentale di Harry Hole (perchè tanto, i personaggi di Nesbø è con Hole che devono confrontarsi). Però, non è un personaggio “vuoto”. Ha un vissuto, un carattere, debolezze e obiettivi (più o meno leciti). E’, insomma, un personaggio originale. E’ questa, secondo me, la caratteristica che rende grande Nesbø. I suoi personaggi sono sempre diversi, nessuno è mai la copia (anzi, la brutta copia) di altri.

Non è la miglior prova di Nesbø, dicevo. Ma non è un thriller da buttare.