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Una considerazione su Roma-Carpi

A Totti dobbiamo tutti tanto. Anzi, tutto.

E forse, proprio per questo, noi che gli dobbiamo tutto, dobbiamo avere la lucidità per considerare i 6 minuti di oggi, con annesso goffo scatto e infortunio, una richiesta d’aiuto.

Sua, a noi.

La richiesta di smetterla di invocarlo in campo al primo sbadiglio, alla prima stecca del tridente, alla prima delusione. Di non chiedergli sacrifici fisici ulteriori. Di non esporlo al ludibrio di ritmi atletici insostenibili e all’esposizione di una condizione fisica oggettivamente – e anche, anagraficamente – deficitaria.

Diciamo che me la racconto così.

Mi fa sicuramente meno male di “viale del tramonto”.

Sampdoria-Roma 2-1. Dominare la partita.

Pareggio.

Vittoria.

Vittoria.

Pareggio.

Sconfitta.

Con questo ruolino non si va da nessuna parte. E per nessuna, intendo proprio nessuna. E non parlo dello scudetto che, mi pare chiaro, con queste premesse è cosa che davvero non ci riguarda. Ma dell’annata, che si prefigura dura da digerire senza l’aiuto di qualche chilo di effervescente Brioschi preso a manciate avide, come pop corn al cinema.

Anche se, tutto sommato, è frutto di un episodio sciagurato (l’autorete di Manolas è roba da Gialappa’s band), la sconfitta di ieri sembra il segno evidente di una crisi profonda. Di idee, di gioco, di prestazione. E, quindi, di risultati.

E’ vero, come si sono affrettati a dire tutti nel post partita, che il pallone tra i piedi ce lo ha avuto sempre la Roma. Ma è altrettanto vero che, con ‘sto benedetto pallone tra i piedi, la Roma ha fatto tutto fuorchè dominare. Perché non può voler dire “dominare la partita” fare 2000 cross e battere 1000 calci d’angolo senza girarne nessuno (N-E-S-S-U-N-O) verso la porta. Che senso ha crossare approssimativamente (molto approssivamente in alcuni casi) verso la testa di un’unico attaccante senza che l’area – intasata dai 10/11 della squadra avversaria – sia attaccata anche da centrocampisti ed esterni? Potrebbe provare a spiegarlo il mister Rudi Garcia? Visto che questo abominio tattico degno delle romette di mazzoniana memoria s’era già palesato contro il Frosinone, magari mi aiuterebbe a capire di quale antiacido fare scorta per i mesi a venire.

Costringere il portiere avversario a fare 3 parate vuol dire “dominare la partita”? 3 parate molto scenografiche, per carità. Ma quanti tiri nello specchio ha fatto la Sampdoria? 3, anche loro. E meno male. Perché De Sanctis è sempre goffo e in ritardo e, a differenza di Viviano, non ne prende uno.

Non può voler dire “dominare la partita” affidarsi alle giocate di Pjanic (bene di nuovo in posizione da trequartista e non da intermedio), senza che la squadra faccia movimenti studiati e organizzati; ignorare sistematicamente per tutto il primo tempo le sovrapposizioni a destra di Florenzi e Salah; servire gli esterni sui piedi, e mai in velocità; non trovare mai l’inserimento di un centrocampista centralmente.

No, non è questo che si intende con “dominare la partita”.  Non quest’anno, almeno. Quando basterebbero cose semplici. Cose che, per dire, riuscivano pure a Nonda, Wilhelmsson, Alvarez, Kharja…

Roma-Sassuolo 2-2. L’impresa impossibile.

Diciamoci la verità. Per compiere imprese impossibili ci vuole coraggio, è vero. Ma anche un’attitudine particolare. Un talento specifico, naturale, di quelli che non si costruiscono artificialmente neanche con l’allenamento più estremo e la dedizione più totale.

Per compiere imprese impossibili c’è bisogno di possedere un “fuoco sacro”. Una fiamma sempre accesa. Sopita, ma in grado di tornare viva esplodendo all’improvviso, con la potenza di un vulcano in eruzione.

Perché non bastano applicazione ed impegno per prendere goal da Politano. Né per trasformare la squadra orgogliosa, organizzata e veemente vista contro il Barcellona in quella pavida, pallida, sfibrata (e sfibrante) in campo domenica. Tantomeno per lasciar annegare in un mare di approssimazione, pochezza e improvvisazione tattica il 300esimo goal di Francesco Totti.

Per compiere queste imprese impossibili, ci vuole un talento particolare.

E’ vero o no, mister Garcia?

Frosinone-Roma 0-2. C’è da dire..

Una settimana passata a discutere di De Sanctis in porta, Uçan sulla trequarti, De Rossi in difesa e Totti al centro dell’attacco. E invece Garcia sceglie Rudiger insieme a Manolas (che in una stagione ha cambiato più compagni di reparto de quanti costumi cambia Brachetti in uno spettacolo), De Rossi e Keita insieme a centrocampo, Totti e Dzeko insieme in attacco. Tutti insieme appassionatamente. Pure Gervinho. Quest’ultimo insieme alle madonne (mie) che da un anno lo accompagnano ogni volta che caracolla sul terreno di gioco.

Praticamente pronti-via e Dzeko liscia un pallone di quelli “solo da spingere in rete”, a un metro dalla linea. Ed eccoli lì, gli spettri di Lecce e Venezia (ma anche Sassuolo, per dire) che riappaiono puntuali come le tasse.

Con Nainggolan in panchina Gervinho si esalta nella veste di “distruttore di gioco”. L’ivoriano però distrugge il nostro, di gioco. Alternando movimenti in orizzontale e in verticale esattamente opposti rispetto a quelli richiesti – e attesi – dai compagni. Preso in questo vortice di pressappochismo, Keita prosegue il Festival del Liscio ciccando di testa una palla all’altezza dell’area piccola.

Per fortuna uno che fa i movimenti giusti c’è, e al 27esimo Szczęsny si allunga sulla sua destra e compie una prodezza su Tonev.

Il livello del calcio proposto dalle due squadre è quello che è, e trova l’apice allo scadere del primo tempo quando il contemporaneo liscio di testa di Dzeko e Diakite manda a vuoto Gervinho e Blanchard che – lisciando a loro volta – mandano fuori tempo Iago Falque, che strozza il tiro sul piede di Soddimo. Che spiazza Leali. E fa 0-1. E fine primo tempo.

E meno male.

Ah vabbè, ma il Frosinone è inesperto, fragile, subirà il contraccolpo del goal subito allo scadere. Preso dalla foga, sospinto dal tifo infuocato del Matusa si scoprirà e lascerà spazi alla Roma. Uh, hai da vede. Troviamo talmente tanti spazi che nei primi venti minuti della ripresa Szczęsny è quello che gioca più palloni. E dimostra, peraltro, di avere più tecnica di tutti i centrali in rosa, De Rossi compreso.

55°, fuori Dzeko e dentro Nainggolan. E a quel punto, ovviamente, uscita la torre cominciano a fioccare i lancioni. Gervinho, nel frattempo, è ancora campo.

70°, fuori Iago Falque (stremato) e dentro Salah (era ora). Gervinho, inopinatamente, è ancora in campo.

80°, esce il Capitano, per Iturbe. Gervinho è assurdamente ancora in campo. Non se ne capacita nessuno. Tantomeno i suoi compagni di squadra che, in un rigurgito di lucidità tattica, pur di non sprecare la palla appoggiandola all’ivoriano tornano a cercare triangolazioni e sovrapposizioni. Salah e Iturbe riscrivono – a 300 all’ora – le regole della geometria. E, nonostante l’ivoriano si sbracci al centro dell’area per segnalare la sua presenza, l’opzione scelta da Iturbe è quella te-la-passo-cor-cazzo-e-segno-io. Botta sotto la traversa, 0-2 e partita finita.

C’è da dire, che abbiamo vinto. C’è da dire, che abbiamo vinto perché loro so’ scarsi forte. C’è pure da dire, però, che abbiamo vinto co’ Gervinho in campo.

Roma-Juventus 2-1. Kalokagathìa.

Kalós kai aghatós. L’indissolubile identità tra bellezza e virtù che distingue l’uomo nobile. Una bellezza unica, irriproducibile, e per questo coinvolgente e totalizzante. Che conquista allo stesso tempo la superficie dei sensi, la profondità dell’anima e la complessità della mente.

Una bellezza che si irradia nello spazio e nel tempo.

Quello spazio e quel tempo sospesi, in particolare, tra le parole “colpo di testa di Bonucci” e  “Szczesny ci arriva con la punta delle dita”.

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Kalós kai aghatós.