Una condanna può fermare Diabolik?

Giovedì 1 Agosto 2013. La corte di Cassazione ha confermato la condanna di Berlusconi a 4 anni per frode fiscale, chiedendo alla Corte d’Appello di rideterminare la pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici. La condanna è definitiva, e definitivamente indiscutibile è il reato: frode al fisco. Questo è il fatto, nudo e crudo.

[Non si tratta di un’evasione di sopravvivenza ma proprio di un reato in questo caso. Il viceministro Fassina può stare tranquillo. NDR].

Paradossalmente, però, oggi il reato – o i reati – commessi da Berlusconi smettono di essere tra i nodi cruciali del dibattito politico italiano. Quelle che iniziano oggi sono due partite distinte l’una dall’altra e al tempo stesso pericolosamente intrecciate l’una con l’altra. Una in seno alla destra; l’altra, strano a dirsi, nel cuore del centrosinistra. Più precisamente nel Partito Democratico.

Il PDL si troverà a fronteggiare, per la prima volta in modo chiaro e definito – anche definitivo mi verrebbe da dire e da sperare… – la “strenua resistenza” dei fedelissimi del Cavaliere, pronti ad uno scontro frontale con la magistratura (i nemici di sempre) per mantenere vivo quello “Stato a parte” (lucidamente descritto da Ezio Mauro nell’editoriale di oggi su “la Repubblica”) in cui si muovono dal 1994 e i mal di pancia dei rappresentanti delle richieste di evoluzione del centrodestra verso forme, modalità e tematiche dal respiro certamente più ampio. Richieste, va detto, che non hanno significativi portavoce in Parlamento ma che potrebbero avere presa maggiore a livello territoriale.

Il Partito Democratico si trova, di fatto, già diviso. Che strano.

Da una parte l’esperienza di governo di larghe intese, con Berlusconi stesso. il Premier Letta è stato più volte messo al sicuro, almeno a parole, dallo stesso Berlusconi. Cioè dallo stesso avversario politico. Dallo stesso condannato. Che in questo modo ruba per l’ennesima volta la scena, impossessandosi con la forza del ruolo del “buono”, che seppur “perseguitato” garantisce il sostegno necessario al governo e l’impegno promesso al paese per affrontare le urgenze economiche e sociali. Dall’altra parte le anime più inclini ad una rapida revisione degli obiettivi del governo, coscienti che la condanna sia la goccia che fa traboccare il vaso della pazienza chiesta (e imposta) al proprio elettorato. E, quindi, decisi a “staccare la spina” all’esecutivo dopo la realizzazione di una nuova legge elettorale e l’inquadramento de quella di stabilità: Civati ne è l’esempio più chiaro e coerente. 

Da sospettoso complottista come spesso mi piace essere però, la teatralità del messaggio diffuso in rete ieri sera mi fa pensare ad ennesimo trabocchetto preparato da Berlusconi in cui il PD rischia di cadere con tutte le scarpe. I “contraccolpi” per il governo ci saranno, c’è poco da fare. Lo ha detto chiaramente anche il premier Letta, augurandosi però che non ci siano mosse azzardate da parte del PDL. Praticamente una richiesta formale di appoggio ai ministri che del PDL sono anche esponenti di vertice (Alfano, Lupi, Lorenzin ecc.). Se però i possibili contraccolpi fossero una serie piuttosto ritmata di “spallatine” con l’obiettivo di logorare e ampliare la divisione all’interno del PD fino a farla diventare uno squarcio insanabile? Le prospettive per il centrodestra cambierebbero. Sarebbero infatti le divisioni del centrosinistra a far cadere il governo “di pacificazione sociale” interrompendo il processo di risanamento (presunto) dell’economia. E questa potrebbe essere, ancora una volta, una carta decisiva da giocare in una campagna elettorale (più o meno improvvisa) a cui il PD arriverebbe comunque dilaniato da un congresso che ancora una volta si prospetta logorante.

Attenzione quindi a cantare vittoria e a stappare lo champagne. Avrò letto troppi fumetti di Diabolik ma… “nessuno è mai riuscito a prendere il genio del male” (Eva Kant in “Sepolto Vivo”). 

Nomine, stipendi, competenze. La cultura e’ un settore “pro bono”?

E’ uno scandalo che il direttore di un importante ente di ricerca riceva uno stipendio? Assolutamente no, ci mancherebbe. Anzi. Lo stipendio dovrebbe essere anche direttamente proporzionale ai risultati raggiunti dall’ente di ricerca stesso. Convegni, pubblicazioni, analisi, borse di studio, biblioteche e archivi consultabili online sono un esempio di quello di cui, un direttore, si dovrebbe occupare. Non poco.

Poniamo il caso che questo ente di ricerca sia una fondazione costituita nel luglio 2009 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sia presieduta dall’ex deputata Giovanna Melandri ed ospiti due musei (il MAXXI Architettura e il MAXXI Arte).

In questo caso la questione risulta un po’ più delicata.

Inanzitutto per la “storia” della nomina. Effettuata nel 2012 dall’ex Ministro per i Beni e le Attività Culturali Ornaghi, dopo il periodo di commissariamento – guidato dal segretario generale del Ministero Antonia Pasqua Recchia – a seguito delle dimissioni dei vertici (il presidente Pio Baldi, il vicepresidente Roberto Grossi, il consigliere d’amministrazione Stefano zecchi) per la mancata approvazione del bilancio per l’anno 2012 da parte del consiglio di amministrazione. Una situazione difficile, quindi, a cui hanno fatto seguito numerose polemiche (bipartisan) sulla scelta della figura dell’onorevole. Superato il limite dei 15 anni in parlamento, infatti, per una regola del PD Giovanna Melandri non sarebbe stata ricandidata. Scranno parlamentare perso, poltrona trovata. La cultura, dunque, si conferma come il Jurassik Park prediletto della politica nazionale o locale dove continuare a far “pascolare” dinosauri.

La questione risulta anche delicata perché, per sedare le polemiche, venne annunciato che la neo presidente avrebbe lavorato “totalmente gratuitamente”. “Pro bono” per rimanere sui termini utilizzati in questi giorni. Ecco quindi trovare giustificazione le polemiche attuali, visto che mercoledì, invece, il Consiglio di Amministrazione discuterà proprio dello stipendio del presidente.

Credo però sia sbagliato il taglio dato alla polemica. Il concetto che trovo incredibilmente irrispettoso, infatti, non è l’attribuzione dello stipendio ma è quello sintetizzato dai due avverbi “totalmente gratuitamente”. Irrispettoso perché ufficializza il concetto che in alcuni settori (e quello culturale la fa da padrone) si possa lavorare – anzi, quasi si debba – “gratis”. Per passatempo. Per passione. In barba agli studi, agli esami, alle abilitazioni professionali, ai sacrifici, alla gavetta che storici dell’arte, guide turistiche, archeologi e ricercatori sostengono durante la loro formazione. Che non è corta. e nemmeno facile, come invece sostengono in molti.

Trovo quindi normale che, vista la portata dei soggetti coinvolti, un giornalista come Gian Antonio Stella si occupi della questione sulle pagine del Corriere della Sera mettendo bene in evidenza tutte le contraddizioni e le superficialità. Trovo però altrettanto normale che il direttore di una fondazione di tal portata abbia uno stipendio. Che sia garanzia di impegno totalizzante ed esclusivo. Senza distrazioni. Stipendio, però, che deve essere in linea con i risultati raggiunti o gli obiettivi da raggiungere. Una soluzione l’ho proposta, inascoltato, tante volte: attribuzione di retribuzione variabile per direttori e manager basata su un budget predefinito con riferimento alla “regola” di Adriano Olivetta; attribuzione dei contributi statali in base all’analisi di progetti annuali (o biennali) di attività e sviluppo, progetti quadriennali in caso di ricerca (contributo anche per progetti pluriennali da erogarsi comunque in base a step annuali); verifica di ogni step e dei risultati raggiunti annualmente (l’eventuale non raggiungimento degli obiettivi prefissati deve comportare la riduzione su base percentuale del finanziamento all’ente per l’anno successivo e la riduzione dello stipendio della direzione e dei manager incaricati).

Quello che invece non trovo affatto normale e continua a stupirmi è la frequenza con cui dinamiche come questa – che, essendo di ambito nazionale, giustamente finisce sui giornali – siano la norma in ambito locale. Quante aree archeologiche, a Milano ad esempio, sono aperte gratuitamente dai volontari? In quante occasioni a Roma vengono affidate ai volontari giornate di apertura di spazi monumentali? Ho scelto come esempio queste due città non a caso, come simbolo di un’abitudine “bipartisan” (la Milano di Pisapia e la Roma fino a poche settimane fa di Alemanno). Se questo sistema continuasse a trovare terreno fertile potremo arrivare a vedere amministratori locali nominare appassionati di storia come propri consulenti per la valorizzazione del patrimonio archeologico o archeologi volontari diventare direttori di Musei locali. D’altronde, lo farebbero gratis. Per passione. Come la Melandri. Ma se alla passione si aggiungessero le competenze professionali, non sarebbe meglio? O qualcuno pensa che un ragazzo scelga, oggi, di studiare, formarsi, specializzarsi nelle professioni del settore culturale perché vede in esse facili possibilità di successo, carriera e arricchimento?

LDAPOST della domenica #1- odio l’estate.

ODIO L’ESTATE.

Un anno ha 10 mesi. Non è necessario cimentarsi in approfonditi studi relativi al calendario della Roma arcaica per capirlo. Basta guardare gli avventori dei bar delle località di vacanza o gli sventurati ancora al lavoro che sfogliano febbrilmente la Gazzetta dello Sport appoggiata su un banco frigo pieno di cornetti Algida. Un anno ha 10 mesi. Da metà agosto a metà giugno, più o meno.

Ecco perchè.

FEBBRE A 90° (“FEVER PITCH”), 1992, Nick Hornby. “Il guaio dell’orgasmo come metafora, in questo caso, è che l’orgasmo, anche se ovviamente piacevole, è una cosa familiare, ripetibile (nel giro di un paio d’ore, se mangi tanti spinaci) e prevedibile, specialmente per un uomo: se stai facendo sesso, sai cosa sta per venire, per così dire. Forse, se non avessi fatto l’amore da diciott’anni, e se avessi abbandonato ogni speranza di farlo per altri diciotto, e poi all’improvviso, del tutto inaspettatamente, si presentasse l’occasione… forse in queste circostanze sarebbe possibile ricreare con una certa approssimazione quel momento a Anfield. Pur non essendoci alcun dubbio sul fatto che il sesso sia un’attività più piacevole che guardare le partite di calcio (niente pareggi 0-0, niente trappole del fuorigioco, niente risultati imprevisti, e sei al caldo), di solito i sentimenti che genera non sono così intensi come quelli innescati da una vittoria di Campionato all’ultimo minuto che capita una sola volta nella vita. Nessuno dei momenti che la gente descrive come i migliori della propria vita mi sembrano analoghi. Dare alla luce un bambino dev’essere straordinariamente emozionante, ma di fatto non contiene l’elemento cruciale della sorpresa, e in tutti i casi dura troppo a lungo; la realizzazione di un’ambizione personale – una promozione, un premio, quello che vuoi – non presenta il fattore temporale dell’ultimo minuto, e neppure l’elemento di impotenza che provai quella sera. E cos’altro c’è che potrebbe dare quella subitaneità? Una grande vincita al totocalcio, forse, ma la vincita di grosse somme di denaro va a toccare una parte completamente diversa della psiche, e non ha niente dell’estasi collettiva del calcio. E allora non c’è proprio niente che possa descrivere un momento così. Ho esaurito tutte le possibili opzioni. Non riesco a ricordare di aver agognato per due decenni nient’altro (cos’altro c’è che sia sensato agognare così a lungo?), e non mi viene in mente niente che abbia desiderato da adulto come da bambino. Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchiamo di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste.”

FEBBRE A 90° (FEVER PITCH), 1997, regia di David Evans. http://www.youtube.com/watch?v=XzN3qVQIEXUL

Vorrei la pelle nera

Si cantava nel 1967.

Anch’io vorrei, oggi, la pelle nera. Ma non una qualsiasi. Vorrei la pelle nera del ministro Cécile Kyenge. Vorrei la sua calma davanti alle continue provocazioni di cui è oggetto. Vorrei la sua prontezza di spirito.

http://www.repubblica.it/politica/2013/07/27/news/solidarie_a_kyenge_delrio-63810412/?ref=HRER1-1

“Con la gente che muore di fame e la crisi sprecare cibo così è triste”. Poche parole per colpire e affondare gli idioti. Poi – senza dubbio – si dovrà dirimere il nodo ius soli, limarne alcuni spigoli. Forse limitarne alcuni aspetti. Ma intanto, oggi: colpiti e affondati, idioti!

PARTECIPAZIONE E’?

PARTECIPAZIONE E’ INFORMAZIONE, AUTORIZZAZIONE,  GIUSTIFICAZIONE O…PEDONALIZZAZIONE?

Notizia di questi giorni, il Comune di Roma ha indetto un referendum online  sul progetto di chiusura al traffico privato di parte di via dei Fori Imperiali. Una serie di domande a cui si può rispondere tramite Facebook o attraverso il sito del comune. Nulla di trascendentale o particolarmente rivoluzionario, dopo una registrazione obbligatoria (inevitabili le prime polemiche su presunte manipolazioni dei risultati attraverso l’uso di email fittizie) viene richiesta la zona di residenza, quella nella quale si lavora, la frequenza con la quale si transita in via dei Fori, il mezzo di trasporto usato per farlo, se si conosce il progetto di pedonalizzazione, quali sono le criticità e quanto si è favorevoli al progetto. Si possono, poi, lasciare suggerimenti o avanzare delle proposte. Partecipazione ampia, quindi.

La trovo una idea sbagliata. Nei tempi e nei modi.

fori pedonaliPiani di questo tipo dovrebbero essere progettati, spiegati e realizzati in base alle ricadute positive che avranno sulla città nel lungo periodo: miglioramento della vivibilità, tutela del patrimonio storico artistico, tutela ambientale, ricadute economiche ecc. Non possono e non devono essere esaltati, criticati o “inquinati” da forme di consultazione che attraggono, “di pancia”, gli ultras del sostegno o della critica. Non c’è dubbio che i residenti si troveranno a fare i conti con un primo impatto che li costringerà a stravolgere alcune abitudini. Così come il fruitore della versione domenicale dei Fori, completamente pedonali, sarà con ogni probabilità un convinto sostenitore del progetto. Più di tanti altri – tecnici, burocrati o politici – saranno i “pendolari cittadini” che si spostano tra metro e autobus per lavoro ad aspettarsi le “rogne” più grandi in termini di traffico. Ma è sbagliato fossilizzarsi sugli ingorghi di questi primi giorni di sperimentazione dovuti anche ai contemporanei (e necessari, imprescindibili!) lavori di rifacimento e manutenzione di marciapiedi e carreggiate.  E’ evidente poi che gli operatori turistici si dimostreranno entusiasti (e ci mancherebbe altro..) vedendone subito le ricadute positive in termini di attrattività e indotto, così come i commercianti volgeranno subito il pensiero (e magari più di qualche “vaffa”) verso i primi, inevitabili disagi.

http://www.ilmessaggero.it/roma/campidoglio/fori_pedonali_merulana_commercianti/notizie/302512.shtml

E allora?

E allora una giunta seria se ne deve fregare. Non deve badare ai “Mi Piace” o alle prese in giro sui social network. Roma non si amministra attraverso le pagine e i post di facebook.

Individuato l’obiettivo, realizzato il progetto, organizzate le tempistiche di intervento (riorganizzazione della viabilità, ampliamento e riorganizzazione della rete di mezzi pubblici, ciclabilità ecc.), si proceda a passo spedito! Senza eccessive smanie di protagonismo o voglie di “metterci la firma”, ma anche senza permettere che rivalità politiche (o semplici antipatie perché – diciamoci la verità – in quanto a empatia Marino ha ancora parecchio da imparare..) o disagi personali possano rallentarne, se non comprometterne, la realizzazione e la riuscita.

Un esempio pratico: il progetto di pedonalizzazione del centro di Firenze. E’ stato contestato aspramente dai commercianti e dagli albergatori. Ma è stato assorbito dalla città e percepito come un miglioramento della qualità di vita e di lavoro, oltre che come un valore aggiunto per l’offerta turistica (fondamentale peraltro per la “vita” di gran parte delle categorie inizialmente sulle barricate).

Mi chiedo: che senso ha realizzare un progetto che, di fatto, rivoluzionerà una parte fondamentale della città e voler allo stesso tempo inseguire l’acclamazione popolare a furia di consultazioni online? Il comune deve prendere la decisione che ritiene migliore per la città, per l’idea che ha proposto (e che è stata scelta) di città. Farsi carico delle critiche e risolvere gli eventuali bugs del progetto. E permettere alla città di assorbire i cambiamenti.

La consultazione, in fin dei conti, c’è già stata. Poche settimane fa. Marino è il sindaco di Roma, e questo progetto era uno dei punti cardine della sua campagna elettorale. E le alternative non mancavano. La proposta a 5 stelle, il cuore di Marchini, la parentopoli di Alemanno. C’era la sinistra radicale e c’era la destra estrema.

Adesso non è il momento di perdersi in chiacchiere, ma di fare. E non si possono mettere sullo stesso piano le critiche costruttive, le opinioni – a volte anche discordanti – degli addetti ai lavori con le banalità gridate dagli “strilloni di internet”, postate su facebook grazie allo smartphone dal sedile della macchina, “che tanto stiamo fermi in un ingorgo”. Macchina presa per fare 500m, magari.

appunti sparsi, in ordine sparso.