Tutti gli articoli di lorenzoisonline

Fuga dal Campo 14, l’agghiacciante testimonianza sui lager della Corea del Nord.

Fuga dal Campo 14 non è una semplice biografia. E’ una riflessione e, al tempo stesso, un atto d’accusa duro e agghiacciante sulla dittatura in Corea del Nord. E’ la storia di Shin Dong-hyuk nato e cresciuto nel “Campo 14”, uno di quei campi di internamento e “rieducazione” su cui solo oggi ha iniziato ad interrogarsi una commissione delle Nazioni Unite.

Oggi ha 32 anni, e da quel lager è riuscito a fuggire 10 anni fa calpestando, nel vero senso della parola, il corpo di un compagno fulminato dall’alta tensione della recinzione.

Blaine Harden, Fuga dal Campo 14, Codice.
Blaine Harden, Fuga dal Campo 14, Codice.

Dopo la fuga in Cina ed una prima assistenza ricevuta in Corea del Sud ha iniziato un lunghissimo (e durissimo) percorso di riadattamento alla normalità. Anzi, a quella che noi consideriamo la normalità. Perché Shin è cresciuto senza conoscere nulla del mondo, senza sapere che la Terra fosse tonda. Senza aver mai ascoltato una persona cantare. Senza sapere nulla che non fosse la propaganda del Partito del Lavoro. “Pensavo semplicemente che ci fossero persone nate con le armi e persone nate prigioniere, come me. Che il mondo fuori fosse uguale a quello dentro”. Ma se le lacune di conoscenza possono essere colmate grazie ad una curiosità vivace e una grande determinazione, la pelle martoriata dalle cicatrici lasciate delle agghiaccianti torture subite renderà infinito il percorso di recupero, che Shin con coraggio condivide con Organizzazioni ed Associazioni che si occupano di diritti umani per le quali gira il mondo per raccontare la sua storia, testimone vivente degli abomini messi in atto dal 1948 ad oggi, dalle dittature di Kim Il Sung, Kim Jong-il e Kim Jong-un.

Lavorare fino allo sfinimento, tradire i suoi familiari, fare la spia, chinare lo sguardo e sopportare gli abusi delle guardie erano i suoi unici doveri per espiare colpe che non poteva e non doveva nemmeno conoscere. Il crimine che Shin “aveva commesso” era quello di avere uno zio fuggito, negli anni Cinquanta, in Corea del Sud. In Corea del Nord, infatti, è legale incriminare i cittadini in base ai legami di sangue e di parentela grazie ad una legge istituita nel 1972 dal “Grande Leader” Kim Il Sung che recita: “il seme dei nemici di classe deve essere estirpato attraverso tre generazioni”.

Il giornalista Blaine Harden ha messo ordine nei ricordi e nei racconti di Shin senza omettere i particolari più spaventosi, senza coprire – per inutili pietismi – le azioni più aberranti che lo stesso Shin ha dovuto commettere per sopravvivere, e senza mai smettere di ricordare che, in questo stesso momento, altri prigionieri le staranno commettendo. Perché anche l’orrore, non solo la pietà, può contribuire a scuotere l’opinione pubblica da quell’indifferenza che finora è stata la più preziosa alleata della dinastia dei Kim.

Illuminante, a questo proposito, un passo dell’Economist: Forse la portata delle atrocità è tale da anestetizzare l’indignazione. E’ molto più facile ridicolizzare il regime e le pazzie del suo leader piuttosto che affrontare realmente la sofferenza che quel regime infligge alla popolazione. Eppure sappiamo di omicidi, schiavitù, spostamenti forzati di popolazione, torture, stupri: la Corea del Nord commette praticamente ogni atrocità che rientri nella categoria “crimini contro l’umanità”.

Shin, però, continua a parlare e a mostrare, senza pudore, la sua schiena martoriata dalle ustioni e il basso ventre mutilato. Le caviglie deformate dai ceppi per tenerlo appeso a testa in giù durante l’isolamento. Le braccia piegate ad arco per i lavori forzati. Il dito medio della mano destra mozzato come punizione per avere fatto cadere una macchina da cucire. E non smetterà di farlo fino a quando i gulag della Corea del Nord non saranno smantellati e i prigionieri liberati.

LDAPOST della domenica. Roma-Milan 0-0. Vallo a sapè..

Sulla partita, rapidamente.

Il fallo di mano evidentemente volontario, in area, andrebbe punito con il rigore. Dopodichè, magari, il rigore lo sbaglio. Oppure vinco 1-0 anche giocando male. Vallo a sape’…

de jong

Rapidamente perché, comunque (e/o purtroppo), il punto non è questo. O almeno, non è solo questo.

Il punto è che lo scudetto si vince con le piccole. E questo Milan, per atteggiamento e rosa, è una piccola (addirittura piccolissima, forse). E questo, dopo quello miracoloso col Sassuolo, è il secondo pareggio in casa, con le piccole.

Il punto è che senza la qualità di Pjanic, rinunciare al Ljajic di questo periodo è un assurdo tattico (soprattutto se poi si sceglie un tridente formato da 3 attaccanti per definizione ma centrocampisti per efficacia in area).

Il punto è che la Roma è sulle gambe, e la rosa fra infortuni, affaticamenti vari, Coppa d’Africa e giocatori estranei al “progetto” (sono autorizzati tutti gli scongiuri davanti alla definizione maledetta), è corta.

E il punto è anche che Garcia, tatticamente, qualcosa deve tornare a inventarsi. E di corsa.

Supernotes: “same same but different”.

Supernotes, Agente Kasper e Luigi Carletti, Mondadori.
Supernotes, Agente Kasper e Luigi Carletti, Mondadori.

La storia vera di uno “007” italiano. Un agente “irregolare” però, prima del Sismi e poi del Ros, protagonista di pericolose operazioni contro il narcotraffico. Un agente sotto copertura dal passato discusso (e discutibile), da giovane legato agli ambienti di destra ma “protetto” da una pericolosa deriva estremista dall’allora procuratore di Firenze Pierluigi Vigna. Quella dell’Agente Kasper è la storia vera dei tredici mesi di prigionia in Cambogia, tra caserme, ospedali-lager e il durissimo “centro rieducativo” di Prey Sar. Una prigionia che però, ufficialmente, per il Governo Italiano non è mai esistita e che l’allora ministro degli Esteri Franco Frattini ha bollato, in una lettera ai familiari, come “l’arresto di un cittadino italiano residente all’estero in forza di un provvedimento di altro Paese straniero (gli Usa) per riciclaggio e reati fiscali”.

L’unica strada per quel “cittadino”, quindi, era quella di cavarsela da solo.

Ed è la strada che “Kasper” e il giornalista Luigi Carletti ripercorrono, ricostruendo i durissimi giorni della prigionia, i faticosi tentativi dell’avvocatessa Barbara Belli di sensibilizzare la diplomazia sul caso, il drammatico silenzio delle istituzioni, ma soprattutto l’oggetto dell’indagine che fu la causa di tutto: le Supernotes. Banconote da 100 dollari vere ma allo stesso tempo false (same same but different è il modo di dire dei protagonisti), stampate con macchine e clichet “autorizzati” in Corea del Nord con cui l’intelligence americana pagherebbe clandestinamente tutto ciò che ritiene necessario per la sicurezza nazionale (regimi canaglia, rivoluzioni, narcotrafficanti, spregiudicate operazioni sul campo) ma che all’opinione pubblica deve rimanere nascosto.

Scorrevole ma sempre ben circostanziato. In equilibrio tra la biografia e la spy story, ma soprattutto in equilibrio tra la cronaca e la teoria del complotto. Interessante.

LDAPOST della domenica. Genoa-Roma 0-1. E allora…

Se il pareggio di Manolo Gabbiadini allo Juventus Stadium aveva gettato una secchiata d’acqua fredda sugli ardenti propositi di fuga dei bianconeri, aveva anche gelato gli animi più razionali tra i tifosi giallorossi, coscienti che negli almanacchi della Roma – storicamente parlando – alla definizione “occasione d’oro” si associa spesso “cocente delusione”.

Aggiungiamoci che Garcia si presenta schierando il tridente leggerissimo Gervinho-Ljajic-Florenzi – 3 che, tutti insieme, fanno il cinismo sottoporta di Paolino Poggi (in versione giallorossa) – e l’idea di strappare coi denti un pareggio a Genova diventa un’ipotesi non solo accattivante ma addirittura seducente. E l’inizio non fa che confermare il copione immaginato alla lettura delle formazioni. La Roma viaggia a velocità tripla rispetto al Genoa e il trio d’attacco entra e esce dall’area a piacimento. Se la passano, se la ripassano, se la ripassano ancora. Poi scattano-crossano-stoppano. Cascano. Ariscattano, aricrossano ma non aristoppano. Inseguono, inciampano, lanciano e recuperano. Poi di colpo tirano. Ma addosso a Perin.

Che però, in questo vorticoso turbinare di esterni al posto del centravanti e centrocampisti al posto degli esterni, esasperato, abbatte Nainggolan. Rigore ed espulsione. Lamanna entra con l’occhio spento della vittima sacrificale, Ljajic afferra il pallone e va sul dischetto con l’occhio spento consueto. Il pallone rotola verso la porta lento e praticamente centrale. E le madonne arrivano puntuali, come gli zampognari a Natale.

La Roma, sempre storicamente parlando, si sarebbe dovuta spegnere lì. Se un recupero prepotente di Maicon non avesse consentito a Nainggolan di colpire al volo dal limite dell’area e, in sforbiciata volante, segnare il goal che Osvaldo insegue da una vita e per il quale, da una vita, caca il cazzo (nonostante sia ormai evidente come riesca a tutti). 1-0 e fine primo tempo.

Inizia la ripresa e la Roma, nonostante la superiorità numerica, risulta lenta e leggera. Il tocco troppo morbido di Ljajic, a un metro dalla porta, su un cross pennellato dal sempre più prepotente Maicon, fa venire i brividi ripensando alla collezione di beffe, recenti e passate. E Gervinho e Florenzi steccando l’ultimo tocco mettono il suggello all’elenco dei rimpianti.

Il Genoa si gioca la carta Pinilla. In perfetta simmetria con l’alzarsi della lavagnetta, le mani si abbassano a grattarsi le palle. Perché questo attaccante così generalmente fallito e fallimentare, mentre ai mondiali contro il Brasile all’ultimo secondo dell’ultimo minuto prende la traversa e (scambiando l’automortificazione per dignità) se la tatua pure, contro di noi è una specie di cecchino infallibile.

C’è solo da tenere palla.

E infatti Totti entra per Ljajic. Entra alla fine della partita per addormentare un po’ il gioco. Entra senza fascia da capitano. Entra, e sbaglia tre palloni su tre. A ‘sto punto m’aspetto l’invasione di locuste, il diluvio universale e, possibilmente, la fine del mondo.

Al 37° c’è posto anche per Iturbe. E’ evidente che Garcia si chieda chi sia quel saccoccione col numero 22 seduto accanto a lui…

Ovviamente pensare di andare via coi tre punti e in tranquillità è pura fantascienza. Il guardalinee si inventa un angolo per il Genoa, e il Genoa segna. Incredibilmente, però, lo stesso babbeo con la bandierina in mano vede il fuorigioco – netto – di Rincon, e sul fischio finale, ci da quello che è giusto.

Loro invece, subito dopo il fischio finale, ce danno un sacco di botte.

Perché per qualcuno abituato a fallimenti, evasioni fiscali, valigette e inibizioni varie, quello che è giusto è comunque un furto.

E allora:

Holebas