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Make hummus not walls.

Mentre Gerusalemme e i territori palestinesi sono teatro di scontri e rappresaglie, Kobi Tzafrir, proprietario dell’Hummus Bar di Kfar Vitkin (città costiera a nord di Tel Aviv), ha deciso di offrire uno sconto del 50% ad ebrei ed arabi che pranzano allo stesso tavolo. Ha scritto sulla pagina Facebook: Avete paura degli arabi? Avete paura degli ebrei? Da noi non ci sono arabi, e nemmeno ebrei. Da noi ci sono solo persone e un hummus eccellente. Marketing? Certo. Ma anche chissenefrega. Soprattutto perchè l’idea ha contribuito, rimbalzando di social in social, ad accendere un po’ di luce su quei messaggi di riconciliazione e su quegli inviti alla condivisione che, purtroppo, risultano ancora più isolati. Rinchiusi anche loro (o forse soprattutto loro) da un muro di cemento, metallo e filo spinato.

Quindi:

make hummus not walls

Il Corriere della Sera ha inserito questa notizia (“piccola”, è evidente, ma non insignificante) tra quelle di “cucina” (qui). Tanto per dimostrare ancora, se mai ce ne fosse bisogno, quanta attenzione presti la stampa italiana alle voci israeliane fuori dal coro. O fuori dal muro.

Bayer Leverkusen-Roma 4-4. Individualità, disorganizzazione, lettura della partita e mentalità. Ovvero, pistolotto su come impiccarsi una partita in 4 semplici mosse

Senza preamboli:

1) Individualità scadenti. Torosidis ha sul groppone il 1° ed il 4° goal. Praticamente ha messo la sua firma sulla partita. 2 azioni, lo stesso errore. Affronta gli avversari entrambe le volte nello stesso disastroso modo: torsione innaturale del busto, passo incrociato. Nel primo caso, tanto per non farsi mancare nulla, aggiunge anche le braccia spalancate in piena area. Qualsiasi terzino le avrebbe tenute unite dietro la schiena, ma provate a farlo con il busto ruotato rispetto al fronte dell’azione e con una dinamica della corsa innaturale). Rigore, 1-0 (e prima madonna). Nel secondo caso, invece, la palla gli sfila tra le gambe proprio mentre (sempre col busto girato) i due piedi sono goffamente in aria. E quindi si trova, per quanto stia correndo, irrimediabilmente e goffamente privo di un perno grazie al quale correggere il movimento. Ora, i limiti tecnici del greco sono evidenti. E’ altrettanto evidente che nessuna squadra di medio livello in Europa si presenterebbe in una partita decisiva con un terzino del genere. E’ innegabile, però, che l’allenatore – se ritiene di non avere di meglio in rosa – su questi limiti tecnici debba far lavorare sodo il giocatore. Oppure fare altre scelte (per ora Florenzi, ma a gennaio si dovrà necessariamente intervenire).

2) Difesa disorganizzata. I movimenti della difesa sono stati a dir poco raccapriccianti sul 2° e sul 4° goal. L’immagine di Rudiger piantato come un ciocco di mogano al centro dell’area mentre i tre compagni di reparto tentavano un maldestro fuori gioco non ammette repliche. Come d’altronde, rigirando il concetto, quella di Torosidis, Manolas e Digne, che tentavano un maldestro fuorigioco con Rudiger piantato come un ciocco di mogano al centro dell’area. Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia. E non cambia neanche quando, a uscire in modo scriteriato sul portatore di palla avversario, è Florenzi (come nel caso del pareggio del Leverkusen). Nonostante tutto, questo è il punto che mi preoccupa meno. Credo siano errori causati inevitabilmente dalla disabitudine a giocare insieme. E’ una difesa che cambia troppi pezzi ogni volta per avere sincronia e affiatamento. Certo però che la gestione dei rientri di Rudiger e Castan e della loro alternanza lascia perplessi…

3) Lettura della partita. La sostituzione di Salah è stata sbagliatissima. La fama di funambolo dell’egiziano è cresciuta in modo esponenziale da quando gioca in Italia. Dove però, a causa della mediocrità del campionato, chi ha la capacità per fare più di uno scatto e un dribbling può agevolmente superare almeno i 3/4 delle difese della Serie A. Credo invece che la sua maggior qualità sia l’unire una tecnica finissima ad un movimento continuo che, in fase di ripiego, consente al centrocampo di non perdere o di recuperare le posizioni. Nel primo tempo in due occasioni sbaglia in modo abbastanza grossolano la giocata. Una volta eccede nei dribbling, un’altra appoggia la palla con eccessiva sufficienza. In entrambi i casi sfrutta la velocità per posizionarsi davanti agli avversari, costringendoli a rallentare e ricominciare l’azione. Non solo. Salah, che non occupa mai (quasi mai) la posizione di centravanti, agendo invece da “guastatore” tra le linee. Questa posizione (solo apparentemente anarchica) consente a Gervinho di tagliare dalle fasce verso il centro. O di andare in percussione centralmente negli spazi che l’egiziano gli apre eseguendo il movimento a uscire.

Paradossalmente ritengo ne sia conferma proprio il goal di Iago Falque. Nato da un’invenzione estemporanea di Gervinho ormai confinato sulla fascia. Era il 2-4. 999 volte su 1000 sarebbe stato il goal decisivo, si dirà. E’ vero. Ma è altrettanto vero che, da quel momento in poi, gli attaccanti della Roma non sono stati più in grado di arginare le avanzate dei laterali del Bayer, né di impedire che l’azione potesse cominciare, lucidamente, dalla difesa.

4) Mentalità. Per la seconda volta consecutiva in Champions League la Roma è entrata in campo come se avesse bisogno di studiare gli avversari. Di capire “la situazione”. Senza logica, senza piglio, senza nerbo. Senza palle. Solo che, solitamente, le partite di un certo livello si studiano e si preparano prima, non si aspettano i primi 20’ del primo tempo. La Roma ha giocato da subito con grinta, determinazione e applicazione solo contro il Barcellona. Senza perdersi d’animo sotto di un goal, né quando sembrava impossibile riuscire a superare la metà campo. Contro avversari più scarsi (Bate Borisov) o quanto meno alla nostra portata (Leverkusen) la squadra è entrata in campo svagata, superficiale, disorganizzata. Per carità, questo è indice della fragilità psicologica di giocatori che, in Europa, non hanno storia né palmares. Ma anche della mentalità drammaticamente provinciale di chi li allena e li gestisce.

Detto tutto questo, la prestazione di ieri entra di diritto nella classifica delle “amarezze europee”. Insieme ai rigori con l’Arsenal e lo Slavia Praga. Grazie ragazzi.

Roma-Empoli 3-1. Equilibrio..

Equilibrio ci vorrebbe. Equilibrio.

Che in due settimane di Nazionale, di Conte e di Tavecchio, l’Empoli diventa lo United di Ferguson. O il Barcellona di Guardiola. E Skorupski diventa Peruzzi, Paredes diventa Iniesta, Maccarone diventa Rooney e Giampaolo (sì, Giampaolo) diventa Van Gaal.

Equilibrio ci vorrebbe. Equilibrio.

Che alla prima palla appoggiata da Gervinho tra le braccia di Skorupski la Roma torna la Roma, e l’Empoli torna l’Empoli. Ealloracchecazzofai, chiudi il primo tempo 0-0 coll’Empoli?

Equilibrio ci vorrebbe. Equilibrio.

Che Pjanic, De Rossi, Salah, e pensamo tutti a martedì.

Equilibrio ci vorrebbe. Equilibrio.

Che è stata ‘na papera di Szczesny, altrochè. Ealloratepareva. Ealloraèsemprecosì. Ealloraguardacomevaafinì.

Equilibrio ci vorrebbe. Equilibrio.

Ma non lo dico a Garcia. Lo dico a me.

La ladra di piante.

Daniela Amenta, La ladra di piante, Baldini&Castoldi.
Daniela Amenta, La ladra di piante, Baldini&Castoldi.

Anna è laureata in psicologia. Assegnista al CNR con sei mesi, di prova, al Dipartimento di Neurofarmacologia. Al concorso le viene consigliato di non partecipare, Guardi signorina questo concorso lasciamolo fare a chi ha una laurea in medicina, verrà anche il suo tempo. Precaria. Anzi, precarissima. Generazione 1000 euro. Un po’ no future, un po’ sticazzi. Abita a Roma, quartiere Monteverde, in una casa dell’anziana e ricca Rita Zunino, coi capelli da fata e la faccia incartapecorita. Affitto rigorosamente in nero. Anna è una ladra di piante. Le ruba di notte dai condomini, dai marciapiedi, impietosita dalle foglie secche, dai rami spezzati, dai vasi troppo piccoli. Le cura e le rianima sul terrazzo, diventato una vera e propria foresta.

Riccardo è un giornalista. Appassionato critico musicale “prestato” alla cronaca nera.  Cronaca spicciola di omicidi, rapine e violenze al posto di Jazz, Rock, Punk e Progressive. Zingari e mafiosi invece di Chet Baker e dei Clash. Ipocondriaco. Separato. Abita a Roma, quartiere Monteverde, in una casa dell’anziana e ricca Rita Zunino, coi capelli da fata e la faccia incartapecorita. Affitto rigorosamente in nero. E terrazza confinante con una vera e propria foresta.

Lanfranco è un informatore della Questura in pensione. Stanco, ma non rassegnato. Solo “un po’ rincoglionito”, secondo la sua badante Irina. Abita a Roma, quartiere Monteverde. Non in una casa di Rita Zunino, ma dell’anziana coi capelli da fata e la faccia incartapecorita conosce bene il debole per il gioco e i debiti.

Tre storie che si incrociano in un quartiere che è, allo stesso tempo, un piccolo paese e una metropoli. Comunità solidale in grado di riunirsi e mobilitarsi per riqualificare Villa Sciarra o “liberare” un gatto lasciato rinchiuso, e indifferente di fronte agli occhi pesti di una ragazza “caduta dalle scale”. Un quartiere specchio di quella detestabile retorica su Roma, “quanto sei bella Roma”, ché Roma è bella solo se la si guarda dagli attici con la vista nei quartieri giusti. […] Una città che non ha salvato il proprio fiume, il proprio mare, la propria memoria e se ne casca a pezzi. E se ne compiace di farsi divorare, di mettersi in svendita, perennemente in saldo, tanto Roma è Roma, ma che ce frega, ma che ce ‘mporta… Retorica a cui qualcuno, però, si ribella. Trovando la musica anche dove non c’è, cercando di salvare un gatto o rubando piante.

The program.

THE PROGRAMLance Armstrong è un truffatore. E infatti è come un cinico, spietato, presuntuoso e arrogante impostore che ci viene presentato nel film di Stephen Frears. Anche con i capelli radi e il volto scavato dalla chemioterapia. Anche – e soprattutto – nell’usare la malattia come vero e proprio trampolino per la gloria. Su questo, che poi è l’aspetto più rivoltante della vicenda, The program non fa sconti. Percorrendo però la strada della somiglianza fisica (nella locandina Ben Foster sembra il sosia dell’americano, ed è incredibile Jesse Plemons nei panni di Floyd Landis) e dell’estrema fedeltà al libro Seven Deadly Sins: My Pursuit of Lance Armstrong del giornalista David Walsh, Frears ha semplificato troppo (se non cancellato del tutto) alcuni momenti della “storia” sportiva di Armstrong. Facendo così risultare fuori contesto le sequenze di gara e le immagini di repertorio, catapultando Armstrong e la sua squadra ai vertici del ciclismo mondiale all’improvviso, quasi per caso. Il texano invece, pur avendo vinto a sorpresa nel 1993 il campionato del mondo (che, si sa, nel ciclismo conta quanto il due di coppe quando regna bastoni) diventa “Lance Armstrong” nel Tour del 1995 quando, 2 giorni dopo la morte del compagno di squadra Fabio Casartelli, vince la tappa di Limoges tagliando il traguardo in lacrime mandando baci al cielo. Lance Armstrong è un truffatore, ma quella pagina di sport all’epoca commosse tutti (compresi quelli che sarebbero diventati i suoi più accesi detrattori). Tra arrivi in salita e spericolate discese il film ci racconta di uno spietato cannibale, implacabile e inarrestabile. Quanto fosse, invece, un coniglio travestito da leone si era chiarito agli occhi degli appassionati molto prima dell’indagine e della radiazione. Quando (Tour del 2000), nel pieno quindi della sua epopea-chimica, sul Mont Ventoux, dopo aver risposto con irrisoria facilità ai ripetuti attacchi di Marco Pantani, con gesti squallidamente plateali indicò al Pirata che, se avesse smesso di accelerare, lo avrebbe lasciato vincere.

Detto questo, fare un film sullo sport è impresa molto difficile (due sequenze con Ben Foster in lanciato in discesa a 80km/h sono quantomeno poco credibili), e The program, infatti, è un film sul sistema-Armstrong più che sul ciclista-Armstrong. Ma inseguire la somiglianza fisica dei protagonisti, l’attinenza tecnica (le bici Trek e gli interventi meccanici, ad esempio), i riferimenti alle competizioni (come la Freccia Vallone iniziale) e i dettagli quelli economici (US Postal, Nike, ecc.) e poi non sfiorare nemmeno questi questi due episodi è una colpevole approssimazione.

Insomma, mi aspettavo di più.