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I miei “Oscar d’inchiostro” 2015!

Inevitabilmente, quando devo spostare la pila di libri letti (nel tentativo, sempre più vano, di cercare di fare spazio a quelli da leggere), finisco sempre per fare questo giochino: una classifica, una personalissima “Notte degli Oscar d’inchiostro”. Ecco, allora, i “vincitori” il 2015!

The winners are..

La Scoperta del 2015 è stata, senza dubbio, “La vita in generale”, di Tito Faraci (Feltrinelli). A metà tra la fiaba e il fumetto, una storia sulla fiducia e sul senso di comunità. Consigliato, consigliatissimo.

Il Miglior Personaggio incontrato è Olav, il killer dislessico protagonista di “Sangue e Neve” di Jo Nesbø (Einaudi). Poteva nascere solo dalla penna di un fuoriclasse.

Come Miglior Libro scelgo “Sottomissione”, di Houellebecq (Bompiani). E non c’entrano niente gli attentati del 13 Novembre o la strage di Charlie Hebdo, perché quello che per molta critica è un libro sulla prevaricazione dell’Islam nei confronti dell’occidente, per me è un grande libro sull’opportunismo e sulla debolezza etica degli uomini. Sull’innata capacità di lasciarsi sottomettere da chi (o da cosa) ci vuole sottomettere.

Menzione speciale per “Napoli Ferrovia” (Feltrinelli), di Ermanno Rea. Per la voglia che mi ha fatto venire di tornare, al più presto, a passeggiare a Napoli.

P.s. Se qualche lettore fa lo stesso gioco, si apra il confronto! 😉

La linea verde. Giallo a Gerusalemme.

La linea verde non è un libro sul conflitto israelo-palestinese. E’ un libro su quello che c’è in mezzo. Sull’umanità che il conflitto infinito ha asfissiato. E sulla disumanità che di questo stesso conflitto infinito si nutre.

Francesco Diodati, La linea verde, Feltrinelli.
Francesco Diodati, La linea verde, Feltrinelli.

I palestinesi, da una parte. E gli israeliani, dall’altra. Divisi – nei disegni del primo ministro Eleazar Rot, da un muro che protegga Israele dagli attentati. Ma che sia, in realtà, un modo per perseguire il “sogno” del Grande Israele. Che non rispettando “la linea verde” del confine tra Israele e Cisgiordania, e addentrandosi per chilometri nel territorio palestinese includendo la colonia di Ariel, Nablus fino agli insediamenti di Ma’ aleh Adumin, tagli a fette la Cisgiordania riducendola in pratica a cinque o sei enclave isolate. In questo modo lo Stato Palestinese avrebbe serie difficoltà a sopravvivere, privo di confini certi e contiguità territoriale. Un muro che, quindi, nasca per proteggere, anzi – ancor di più – per garantire, quel sistema di collusioni con cui la destra sionista e Hamas si oppongono ad ogni riavvicinamento, ad ogni tentativo di accordo tra israeliani e palestinesi, anche con gli atti più efferati. Orrori su cui l’Autore non sorvola. Di cui non nasconde gli aspetti più atroci. Ma che inserisce nel racconto con delicatezza rara, senza partigianerie, con un trasporto semplice e commovente degno dell’intensità lirica dell’episodio di Cecilia di manzoniana memoria. Fu allora che la vide: una giovane donna era china sul corpo di una bimba di sette, otto anni. Sembrava inspiegabilmente intatta. Le accarezzava il volto di un bianco marmoreo su cui erano spalancati due grandi occhi azzurri fissi nel nulla. le mancava il braccio sinistro. Al suo posto aveva accostato un arto palesemente più lungo e con voce tenera e rassicurante le ripeteva: “Stai tranquilla piccola mia, ora arrivano e te lo rimettono a posto. Stai tranquilla, non ti faranno male, ci sono io con te”.

Ecco, La linea verde è un libro al tempo stesso duro e delicato. Esattamente come quella terra, bellissima e maledetta, di cui parla.

Oh, per inciso. La linea verde sarebbe anche un giallo. A metà fra il thriller e la spy story. E forse proprio “il genere” scelto da Francesco Diodati (inciso nell’inciso, Ufficiale Superiore dell’Esercito Italiano) finisce per essere l’unico anello debole del libro. Ma davvero, non è importante.

Napoli-Roma 0-0. Eroici.

Gyomber

Questo volenteroso ragazzo si chiama Norbert Gyömbér.

Norbert è slovacco, ha 23 anni, è alto 1.90m e fa il difensore centrale. O a volte, ma molto a volte, in nazionale, il mediano. Nonostante le sue leve lunghe e la sua andatura dinoccolata al 37’ del secondo tempo è stato schierato come terzino destro. Per limitare Insigne, e poi Mertens.

Ebbene, questo volenteroso ragazzo, preso d’infilata a destra, a sinistra, sopra e sotto, fa parte di quel manipolo di eroi che ieri ha tatticamente annichilito lo spettacolare Napoli di Sarri.  Asfissiandone la manovra a centrocampo e azzerandone la capacità realizzativa.

Il tutto, senza mai superare la propria metà campo.

A posto così.

Torino-Roma 1-1. Sugli eufemismi, sui sofismi e sui purismi.

Un brutto risultato, per usare un eufemismo. Figura retorica abituale nella descrizione delle partite della Roma, per sostituire (per scrupolo sociale, per riguardo morale o – molto spesso – per semplice amor proprio) una altisonante raffica di madonne con affermazioni più attenuate.

E un brutto risultato è stato, quello di ieri. E’ vero. Ma che, nonostante abbia le sembianze di una prestazione tatticamente soporifera, tecnicamente scialba e caratterialmente opaca, non può non essere attribuito ad un inconfutabile scempio arbitrale. A volersi produrre in un inequivocabile sofismo. A voler difendere, con un ragionamento cavilloso e capzioso, ma dall’apparenza coerente, l’inesorabile trascinarsi di una squadra senz’anima. Sopravvalutata e, cosa ancor più grave, sopravvalutatasi.

Ma il risultato di Torino è anche l’ineludibile maschera tragica della Roma. Destino, dicono. Purismo, dico io. Atteggiamento che sovrasta, rifiuta e condanna senza scampo ogni tentativo di scrivere una storia diversa. Dottrina intransigente, che elabora l’ambizione in strisciante minaccia per una rassicurante soccombente integrità. E che ci consegna alla tradizionale sconfitta come fosse una ineluttabile necessità.

La notte di Roma.

Dopo la preveggenza di Suburra, Bonini e De Cataldo raccontano la Roma di Mafia Capitale, degli intrighi di partito (e per partito s’intende solo il Pd) e del Giubileo.

Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, La notte di Roma, Einaudi.
Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, La notte di Roma, Einaudi.

Martin Giardino, detto “er tedesco”, è il sindaco che gira in bicicletta, che chiude al traffico privato tutta via dei Fori Imperiali, che inaugura la riqualificata Piazza Testaccio. Un Ignazio Marino evidentemente idealizzato, tratteggiato con tutti i suoi difetti (l’insicurezza nelle dichiarazioni, la rigidità, l’incapacità di leggere le reali esigenze della città) ma stavolta in grado di rimanere “a barra dritta” anche nel momento più cupo. Con stampa e opposizione, sia interna che esterna al Pd, scatenate (un’accusa di stupro al posto dei rimborsi ottenuti attraverso ricevute false) e la città vittima di una vera e propria “apocalisse” (scioperi dei trasporti, rivolte delle periferie e centro storico sommerso dall’immondizia). Ad aiutarlo c’è Adriano Polimeni, ex senatore messo in disparte dalla spregiudicata gestione “rottamatoria” della giovane e spregiudicata deputata Chiara Visone dopo aver preparato una dura relazione sullo stato dei circoli del partito in città (tesseramenti falsi ecc.). A sua volta, supportato da un amico di gioventù – padre Giovanni Darè – nominato direttamente da papa Francesco Responsabile Unico del Giubileo. Insomma, Bonini e De Cataldo raccontano di una auspicabile santa alleanza fra gli incorruttibili in grado di tenere testa alla Roma dei palazzinari, della mafia e dei criminali. E la raccontano, come al solito, bene. Con un ritmo serrato, con dei registri ben strutturati e con la solita metodica precisione.

Ma invece di rimanere con successo nei confini del giallo, del thriller, gli autori la contaminano con una morale evidentemente anti-renziana, superficiale e di conseguenza inutile ai fini della storia. Quindi, Chiara Visone sembra tanto la Boschi, contro cui si scagliano le vecchie glorie (molto poco glorie, peraltro) della sinistra. E il partito del Nazareno sembra tanto quello contro cui si scagliano i supporter più accesi di marino. Sconfinano nella sfacciata marchetta citando un ristorante della Garbatella (nome, zona, specialità…manca solo il prezzo e il numero per prenotare) e, tra una sbandata radical-chic e l’altra, finiscono per confondere “account” con “hashtag” nella descrizione delle modalità di consultazione online del M5s.

Però La notte di Roma è un thriller, non un trattato politico. Perciò non credo che, senza il precedente inequivocabilmente profetico di Suburra (ne scrivevo qui), avrebbe meritato molta considerazione.