E pure ‘sta terza sconfitta di fila non cambia la stagione. Però…
Però rompe il cazzo.
E pure ‘sta terza sconfitta di fila non cambia la stagione. Però…
Però rompe il cazzo.
Che i risultati di queste ultime partite siano ininfluenti, non c’è dubbio.
E meno male.
Perchè la seconda sconfitta consecutiva rovina tutte quelle vanesie considerazioni su compattezza, concentrazione, cattiveria agonistica e impenetrabilità difensiva che, diciamoci la verità, pur non equivalendo a un trofeo (né avvicinandosi a una vittoria), dopo due anni di asturiano e boemo martirio, quantomeno riconsolavano.
A questo, poi, va aggiunto il goal preso all’ultimo minuto da Osvaldo. L’ex insultato, deriso, vaffanculato da tutto l’Olimpico e umiliato pure dal suo allenatore che, per scelta tecnica e tricologica invidia, lo bolla come riserva delle riserve facendolo partire dalla panchina anche in una partita che vede in campo (da una parte e dall’altra) proprio una pletora di riserve. Ecco, dunque, l’esemplificazione migliore di quel talento innato della Roma nel riuscire a trovare il modo di trarre il peggio del peggio da un risultato già comunque ampliamente schifoso. Aggiungere sempre quel pizzico di rodimento di culo in più, a un già vorticoso roteare di palle. Quel guizzo, quell’idea, quel condimento unico per rendere sempre memorabile il sapore di ogni sconfitta. Anche la più insignificante.
Che poi, comunque, c’è di peggio. Fossi nato in Portogallo sarei stato senz’altro del Benfica.
Abbiamo perso. Male.
Cè poco da fare, è così.
Però dov’è la bellezza, se non nell’imperfezione che caratterizza un volto, un corpo, una vita? O una squadra. Questa squadra, soprattutto. Che perfetta non è stata mai e probabilmente mai lo sarà. Perchè la perfezione è roba di cervello, la Roma invece è roba di cuore. De core.
La sconfitta di Catania non è una vergogna. E’ il leggero e sfuggente strabismo della Gioconda, è l’abbondanza delle forme dell’Afrodite accovacciata.
E’ My mistress’ eyes are nothing like the sun di Shakespeare.
E’ più forte di me, non capisco.
Non capisco perché, sabato sera, abbia suscitato questa ondata di generalizzato sdegno (e di annessa benpensantistica moralità) il fatto che, in una situazione di fortissima tensione e criticità come quella che si era creata prima dell’inizio della finale di Coppa Italia, i responsabili di pubblica sicurezza abbiano “trattato” con uno dei referenti (o forse con “il” referente) dei soggetti coinvolti.
“Genny ‘a carogna non è l’interlocutore con cui i rappresentanti delle istituzioni dovrebbero abbassarsi a trattare!!” gridavano i professionisti dell’etica a orologeria (come saggiamente la chiama un mio amico) nei Tg, in radio e sul web. Ma dai? (versione elegante del ben più chiaro Graziearcazzo!)
Ma in quel momento, purtroppo, la voce di Genny ‘a carogna, seduto a cavalcioni sulla balaustra dello stadio, era quella che stava rimbalzando di seggiolino in seggiolino, di smartphone in smartphone, di social network in social network. Era la voce più forte. Più del Prefetto. Più del Questore. Più del Presidente del Consiglio e del Presidente del Senato (che pure erano lì, a neanche cento metri, non nascosti nei palazzi). E’ agghiacciante, ma era quella con cui era necessario parlare per fare in modo che il messaggio fosse recepito da tutti.
E’ questo che a me scandalizza.
Che, con personaggi del calibro di Genny ‘a carogna, lo Stato abbia ancora la necessità di “trattare”. Nonostante i Daspo, i tornelli, le tessere del tifoso, le telecamere.
Mi scandalizza uno Stato che, a forza di raccontarci che Stefano Cucchi è morto per inanizione, che una ragazza durante una manifestazione è stata calpestata perché scambiata per uno zaino e che Federico Aldrovandi s’è ammazzato da solo, in situazioni critiche ha meno credito delle parole e degli sproloqui di un capobranco pregiudicato.
Non mi scandalizza che vada a “trattare”. Mi scandalizza che sia ridotto a doverlo fare anche con chi, già dalla scritta sulla maglietta, inneggia alla sua fine.
M’hanno fatto un pesce d’aprile in ritardo.
M’hanno fatto credere che venerdì 25 si giocasse Roma-Milan. Che è sempre stata una partita spettacolare, a prescindere dalla differenza di classifica tra le due squadre. Una bella serata di calcio, quindi, per un giorno di festa.
Eh. Tra due squadre però.
Perchè Roma-Milan e’ stata questo. E questo. Per me è soprattutto questo. Ma è anche una partita che è stata decisa da Gullit, da Shevchenko o da Ibrahimovic. Non da giocatori qualsiasi.
Solo che il 25 Aprile, all’Olimpico, a giocare contro la Roma non c’ho trovato il Milan, ma una squadra di dilettanti.