Chissà perchè ma, dopo la presentazione di oggi, piu’ leggo questo
piu’ penso a questo
Chissà perchè ma, dopo la presentazione di oggi, piu’ leggo questo
piu’ penso a questo
Alcune partite sono decisive a prescindere dall’avversario che si incontra. Che sia una squadra in lizza per non retrocedere, una di pari livello o piu’ forte, spesso sono le motivazioni a fare la differenza. Che si tratti di uno scontro salvezza, di una sfida-scudetto o una partita fondamentale per l’accesso diretto alla Champions, sono fattori decisivi la grinta, la cattiveria agonistica e, senza dubbio, la capacità dei giocatori piu’ importanti di far valere il tasso tecnico, di trovarsi al posto giusto nel momento giusto.
Poi, se ti mancano giocatori fondamentali in ruoli ancor piu’ fondamentali, se in attacco puoi schierare formidabili velocisti ma un po’ appannati in quanto a realizzazioni e centravanti di grande livello ma reduci da infortuni seri (e quindi evidentemente in ritardo di condizione) si deve ragionevolmente fare a meno dei fronzoli, degli arabeschi, e badare ad avere un assetto tattico solido, convinto e convincente.
Per questo, quando una squadra con queste difficoltà scende in campo con piglio, senza paura, disposta – se necessario – ad accettare la sfida e rispondere colpo su colpo, tiro su tiro, agli avversari (a prescindere dal loro valore) merita applausi quale che sia il risultato. A volte, poi, capita che al 90esimo segni Joaquin.
E bye bye Napoli.
Perchè intanto la Roma, al Chievo, l’aveva asfaltato. Con semplicità. Con il suo velocista appannato e col suo centravanti appesantito. Nonostante assenze importanti, infortuni e giocatori “riciclati”. Riportando tutto alla giusta distanza: 6 punti. Che poi so’ sette.
Ah, e riportando alla giusta distanza pure quello squallido “Kevin crack, godo ancora”. Ma de che (e di chi) stamo a parla’…
Che sarebbe stata dura, si sapeva già dalla settimana scorsa. Quando, più che la sconfitta col Napoli, l’infortunio di Strootman aveva gettato oscuri presagi sul futuro della Roma.
Infortunio che ha attirato gli avvoltoi sopra Trigoria, pronti ad accanirsi sui poveri resti del centrocampo giallorosso, convincendo Garcia ad affidare il ruolo fondamentale a poro Taddei: quello di spaventapasseri.
Ma soprattutto, infortunio che ha lasciato scoperta la difesa, con Benatia e Castan costretti a vedersela all’arma bianca con una schiera di indemoniati giocatori friulani lanciati, alla velocità della luce, verso la porta di De Sanctis.
Che, dal canto suo, trovava una di quelle serate di grazia (che di solito la Roma subisce, consentendo ad un qualsiasi sconosciuto portiere avversario di rovinarci la nottata) e si produceva in una serie di inteventi miracolosi. I più emotivi, alla seconda deviazione decisiva, hanno ceduto alla commozione. Leggende narrano che gli spiriti di Masetti, Cudicini (Fabio) e Ginulfi, abbiano fatto lacrimare le foto appese ai muri dei Roma Club come la Madonna di Civitavecchia.
Anche perché, se De Sanctis parava, il bambino promosso titolare da Padre Guidolin – il predestinato Simone Scuffet – non era da meno. Nonostante i brufoli a tradire l’anagrafe e una pettinatura alla turca degna più di un mediano del Besiktas che di un qualsiasi diciassettenne italiano. Solo che, mentre dopo gli interventi di De Sanctis i difensori della Roma riuscivano, in un modo o nell’altro, a sventare le minacce, dopo quelli di Scuffet il trio Heurtaux-Danilo-Domizzi rimaneva più imbambolato del solito, consentendo a Totti e Destro di fare 2-0.
Risultato che, amministrando con attenzione, avrebbe consentito alla Roma di sfruttare la ripresa per risparmiare un po’ le forze (residue) della rosa (ristretta). Respingendo l’assalto del Napoli col minimo sforzo. Appunto, con un po’ d’attenzione. Quella che avrebbe chiuso la partita e mandato tutti a cena senza la sofferenza di dover vedere prima Pinzi entrare nel taccuino dell’arbitro per un goal e non per un intervento da codice penale, e
poi la gioia per il “tiro della vita” di Torosidis smorzata dal “rimpallo della vita” di Basta. Sì, perché mentre lo spirito di Candela possedeva il laterale greco, lo spingeva in progressione sulla fascia e gli consentiva di tirare una botta secca di sinistro a fil di palo,
quello del mai dimenticato (e sempre amato) Giovanni Cervone da Bruciano si impossessava di De Sanctis, che concludeva la sua straordinaria partita con una goffa respinta a “pugno moscio” che il centrocampista serbo dell’Udinese non poteva che sfruttare come si trattasse di un calibrato e prezioso assist.
3-2. E ultimi minuti a chiappe strette, a vedere Allan e Florenzi, entrambi posseduti dallo spirito di Vieri, sparare alle stelle dei goal già fatti come Bobone (con la sua rinomata sensibilità nel tocco) riuscì a fare negli ottavi del mondiale 2002 contro la Corea.
E 3-2 sia. E sticazzi dell’impenetrabilità difensiva, del turnover e della rosa corta. E se serve, domenica prossima, col Chievo, s’attrezzamo pure per una seduta spiritica.
Abbiamo fatto crack. Non un crack finanziario, quello l’abbiamo scongiurato anni fa, quando ‘a Bbanca si è accaparrata (con un invidiabile fiuto per i grandi affari) le quote di Italpetroli. E l’abbiamo evitato di nuovo quando gli americani (o, citando alcuni sapienti pseudogiornalisti esperti di cultura statunitense, gli american straccions) si sono comprati un po’ di quote de ‘a Bbanca.
Abbiamo proprio fatto crack, tutti, come ha fatto crack il ginocchio di Strootman. Che quando l’olandese s’é accasciato a terra e si teneva la rotula, abbiamo pensato “aaahhh” come se c’avessero dato una mazzata sopra la nostra.

Lo stesso “aaahhh” che avevo urlato alla lettura della formazione ufficiale. Lo stesso “aaahhh” (di allarmante terrore, mani sulle guance, bocca spalancata e corde vocali agghiacciantemente mute) che m’ha trasfigurato quando ho provato ad associare i nomi Bastos, Florenzi e Gervinho al sostantivo goal.
Lo stesso “aaahhh” (pero’ cantilenante, di rammaricata consapevolezza) associato alla netta sensazione che, ancora una volta, un ceppo recrudescente di “fenomenite asturiana” avesse riattecchito negli spogliatoi della Roma. E, di conseguenza, la certezza che, nonostante ci si affanni in ricerche, siamo ancora tanto lontani dal riuscire a sintetizzare un vaccino sicuro.
Lo stesso “aaahhh” (di piacevole stupore, da botta sulla fronte e “ecco chi m’ero scordato!”) detto quando, mentre snocciolavo nomi di diciassettenni centrocampisti della primavera presumibilmente in panchina, ho visto porononno Taddei togliersi la tuta.
Lo stesso che, con l’apparente distacco di chi è stravolto dallo shock, ho pronunciato vedendo la palla crossata da Ghoulam sbattere sul ciuffo pettinato di Callejon, strusciare l’incrocio dei pali e insaccarsi.
“Ah”.
Una delle citazioni più frequenti, parlando di calcio, è quella secondo cui uno degli allenatori italiani più importanti e innovativi, Arrigo Sacchi da Fusignano, avrebbe definito lo 0-0 come il risultato ideale di una partita perfetta.
Partendo da questo pur discutibile assioma, in punta di lingua vorrei precisare che:
– Lo 0-0 potrebbe pure essere il risultato perfetto di una partita perfetta, ma per definire perfetta una partita c’è bisogno, oltre che dell’applicazione inesorabile delfuorigioco, della ritmica sovrapposizione dei terzini, dell’inesorabile svolgimento delle diagonali difensive, delle triangolazioni degli attaccanti e degli inserimenti dei centrocampisti, anche della giusta cornice di pubblico. Che di questa presunta “partita perfetta” possa apprezzare tutti gli aspetti sopra citati. E, magari, a questa presunta partita perfetta possa contribuire con colori, parole e suoni. Perciò una partita giocata senza tifosi nelle curve e nei distinti faccio fatica a definirla una “partita”, figuriamoci “perfetta”. Se poi curve e distinti sono chiusi in ottemperanza ad una norma che, in nome di una non meglio precisabile “discriminazione territoriale”, punisce il coro “Vesuvio lavali cor foco” ma se ne strasbatte dei vari “Romano bastardo” o “La storia ci insegna che, la lupa romana è, un cane rognoso che muore allattando due figli di troia olè”, la partita può essere definita solo “falsata”. Altro che “perfetta”.
Di conseguenza, di una partita fondamentale per il campionato così evidentemente falsata, non penso sia necessario parlare. Non è necessario parlare della eccessiva morbidezza di Destro (dovuta, probabilmente, al fisiologico calo di forma che hanno i giocatori dopo il rientro da un grave infortunio). Non è necessario parlare dell’esasperante, e dannoso, intestardirsi di Gervinho in azioni personali che non fanno evidentemente parte delle sue caratteristiche. Non è necessario parlare del momento di confusione di mister Garcia, che estrae dal cilindro due sostituzioni (Bastos e Florenzi) in grado di togliere, allo già spuntato tridente, anche la residua possibilità di combinare qualcosa negli ultimi minuti buttando la palla in mezzo e facendo a sportellate. Non è necessario parlare di una squadra che sembra sulle gambe. Non è necessario parlare di come si debba ovviare, senza soffrire troppo, alla doppia assenza di Pjanic e Totti. Non è necessario parlare di De Rossi che, chiamato ad una prova da leader, ci regala l’ennesima partita isterica, inutile e violenta.
Non è necessario parlare di Bergonzi.
Ma soprattutto non è necessario parlare del Daspo con cui sono stati puniti i tifosi della Juventus autori dell’agghiacciante striscione contro i morti di Superga. Daspo che consente quindi, agli altri tifosi, di continuare a sostenere l’eccezionale cavalcata della Vecchia Signora dai loro posti nello Juventus Stadium.
Non è necessario perchè lo 0-0 è il risultato perfetto di una partita perfetta.