35 anni senza Gilles.

Io quello che stessi facendo l’8 Maggio 1982 alle 13.52 non me lo posso ricordare. Avevo 4 anni, ero piccolo. Mamma e papà raccontano che sapessi riconoscere i piloti dai caschi (che poi, vabbè, a 4 anni Mozart già componeva, ma accontentiamoci…). Comunque, io cosa stessi facendo l’8 Maggio 1982 alle 13.52 proprio non lo so.

Quello che so con certezza è che, da quel giorno, i pochi istanti successivi all’impatto fra la ruota anteriore sinistra della Ferrari 126 C2 di Gilles Villeneuve e la posteriore destra della March di Stirling Moss, quei maledetti secondi prima che il corpo del pilota canadese sbalzato via dall’abitacolo ricadesse sulla rete di recinzione e poi sulla pista, ho provato a fermarli mille volte. Mille volte ho distolto lo sguardo da quella tuta bianca accasciata contro la rete di protezione. Mille volte ho spento la tv, mille volte ho cambiato canale.

Perché Gilles Villeneuve non era solo il pilota “più veloce della storia della Formula 1”, non era un eroe. Era (ed è) un sogno.

Enzo Ferrari ha scritto di avergli voluto bene. Anch’io.

Roma-Lazio 1-3. SPQR.

 

La portavamo scritta sulla maglia la sintesi dell’ennesima delusione della stagione.

4 lettere d’oro su sfondo rosso sfoggiate come un vanto e pesanti come macigni.

Retorica spavalda di Popolo e Senato. Di Quiriti e Latini. Di imperatori e barbari invasori. Arrogante  ostentazione di una Eternità presupposta. Tutta nostra, e solo nostra. Che se funzionasse davvero così, il Panathinaikos avrebbe più Coppe dei Campioni del Real Madrid.

4 lettere d’oro su sfondo rosso, invalicabili come l’Everest.

Simbolo di come, credendo d’essere il Barcellona, finiamo per fare a malapena la figura dell’Espanyol.

Juventus-Barcellona 3-0. Invidia? Ma per carità…

Per carità. Il goal di Turone, il fallo di Deschamps su Gautieri, la rimessa laterale di Aldair, Moggi e Calciopoli, il dottor Agricola, la farmacia e i “non ricordo” di Montero, Nedved che urla “è giusto è giusto”. E il fallo su Ronaldo. E i goal non visti di Bierhoff, Pellissier e Muntari.

Però quella di ieri è una partita che vorrei veder fare alla Roma in Europa. Eccome se vorrei. E non tanto per il risultato, per le 3 sberle rifilate a una delle squadre meno equilibrate e più sopravvalutate della stagione. Perchè, per carità, “mai schiavi del risultato”, “c’è ancora il ritorno”, la “remuntada”, eccetera eccetera. Quanto per la prestazione, per la concentrazione, per la vocazione al sacrificio. Ecco, in Europa vorrei vedere, prima o poi, una Roma capace di non consegnarsi in partenza, armi e bagagli, all’avversario. A quello più forte, tantomeno a quello che forse potrebbe essere un po’ più forte. Vorrei vedere una difesa che non si intimidisce davanti al fenomeno di turno, un centrocampo che non si addormenta a dieci dalla fine – “tanto ormai è finita” – e che non cede all’isteria dopo due palloni persi. Vorrei vedere degli attaccanti che sgomitano, lottano e magari ripiegano pure a fare i terzini, se necessario. E che, tra una cosa e l’altra, segnano pure.

Juventus-Barcellona 3-0 Champions League 12017

Invidia? Ma per carità. Il goal di Turone, il fallo di Deschamps su Gautieri, la rimessa laterale di Aldair, Moggi e Calciopoli, il dottor Agricola, la farmacia e i “non ricordo” di Montero, Nedved che urla “è giusto è giusto”. E il fallo su Ronaldo. E i goal non visti di Bierhoff, Pellissier e Muntari. E “mai schiavi del risultato”. E c’è ancora il ritorno. E occhio alla “remuntada”…

Marzo 2017.

Francesco Hayez, La Meditazione o L’Italia del 1848.

Una giovane donna, bellissima, dai capelli corvini. Col seno semiscoperto e il volto nascosto da un velo d’ombra. Le mani stringono la croce del martirio risorgimentale. Lo sguardo, infelice ma al tempo stesso fiero e deciso, invita a condividere il dolore per il naufragio delle speranze d’indipendenza. Stimolando empatia in chi lo incrocia, non compassione.

L’Italia del marzo 1848. O la Roma del marzo 2017.

appunti sparsi, in ordine sparso.