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Quando muore un ragazzo.

La barbara uccisione dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno nei pressi di Hebron ha colpito tutti. E vorrei vedere.

Richieste di giustizia, solidarietà, manifestazioni, partecipazioni (pubbliche e private) al lutto, hanno trovato libero sfogo negli “altoparlanti” dei social network e della stampa online. “Indignazione” è il termine più gettonato nei post, sui forum, nei blog. Ed è giusto così. Le atrocità non devono lasciare indifferenti. Niente, nemmeno la guerra, “giustifica” la barbarie.

Quindi, indignamoci ancora. Indignamoci sempre. Indignamoci, ogni volta che a Gaza muore un ragazzo.

P.s. La posizione interessante (e per me condivisibile) di Amnesty International sulla questione: qui.

L’ultima foto.

Il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli è morto ieri in Ucraina, nel villaggio di Andreevka, vicino a Sloviansk, nella regione separatista ucraina di Donetsk.

La macchina con cui viaggiava è stata travolta da un fittissimo fuoco di kalashnikov e colpi di mortaio.

L’area in cui si trovava è considerata estremamente a rischio. I ribelli separatisti, infatti, sono decisi ad impedire – o comunque complicare- il voto alle elezioni presidenziali. Tanto che, proprio pochi giorni fa, era stato lanciato un appello per la salvaguardia dei giornalisti in Ucraina.

L’informazione non è tutta onesta, non è tutta libera.

E, sicuramente, alcuni “sistemi” vanno cambiati. Se non scardinati.

Ma i vaneggiamenti su processi pubblici ai giornalisti mi fanno pensare solo a totalitarismi, e a scenari di guerra. Dove le elezioni vengono impedite o condizionate.

Non a chi le vuole vincere democraticamente.

Uno scatto di Andy Rocchelli. Un gruppo di dieci bambini, adottati dalla famiglia Kushov, nascosti in un rifugio antibombe a Sloviansk, la località dove Rocchelli è stato ucciso. La città si trova nella regione di Donetsk ed è teatro di combattimenti sempre più pesanti tra i separatisti filorussi e l’esercito di Kiev. Il lavoro è stato pubblicato il 19 maggio dalla Novaya Gazeta, il giornale d'opposizione dove lavorava anche la celebre reporter di guerra, Anna Politkvoskaya, assassinata nel 2006 a Mosca
Uno scatto di Andy Rocchelli. Un gruppo di dieci bambini, adottati dalla famiglia Kushov, nascosti in un rifugio antibombe a Sloviansk, la località dove Rocchelli è stato ucciso. La città si trova nella regione di Donetsk ed è teatro di combattimenti sempre più pesanti tra i separatisti filorussi e l’esercito di Kiev. Il lavoro è stato pubblicato il 19 maggio dalla Novaya Gazeta, il giornale d’opposizione dove lavorava anche la celebre reporter di guerra, Anna Politkvoskaya, assassinata nel 2006 a Mosca

Magari se qualcuno si fosse lasciato convincere da questa prospettiva, guardando quest’ultima foto potrebbe pensarci un po’ su.

In 6 su una Vespa!

In ricordo di Anja Niedringhaus, fotoreporter uccisa oggi da un attentato in Afghanistan.

In sei su una Vespa. foto di Anja Niedringhaus.
In sei su una Vespa. foto di Anja Niedringhaus.

Anja Niedringhaus era una fotografa dell’ Associated Press. Nel 2005 per il suo lavoro in Iraq aveva ricevuto il premio Pulitzer. E’ stata uccisa stamattina nell’est dell’Afghanistan. Scattò la foto divenuta il simbolo della strage di Nassiriya (novembre 2003): un soldato italiano con la mano sull’elmetto in testa, davanti alla base sventrata. Ha seguito come fotoreporter tutte le maggiori crisi del mondo contemporaneo, molti dei suoi scatti sono sul sito www.anjaniedringhaus.com 

Quella sopra mi ha colpito per il sorriso della bambina, e per lo sguardo che si intravede dietro la spalla dell’adulto. E’ una foto che trasmette serenità.

“tra poco finirà”.

L’esasperato tatticismo diplomatico della comunità internazionale (chiamiamolo pure immobilismo) e, soprattutto, l’annoiata indifferenza di molti davanti alla guerra civile che è esplosa in Ucraina – perchè di quello, stringi stringi, si tratta – mi fa tornare drammaticamente alla mente quei maldestri tentativi di sedare, con qualche sanzione e un po’ di aiuti, lo scoppio della guerra nei balcani. Quelle assurde teorie del “non ci esponiamo troppo, tanto tra poco finirà”. Infatti.