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“Il nuotatore”, voleva essere un grande thriller.

Tradotto in 28 lingue in pochissimo tempo. Un numero enorme di copie vendute in tutto il mondo. Il nuotatore si presenta come un thriller classico, ricco di suspense e colpi di scena.

Il nuotatore, Joakim Zander, Bompiani.
Il nuotatore, Joakim Zander, Bompiani.

Ad attirarmi, oltre al titolo a me particolarmente affine, è stata – dopo averlo sfogliato un po’ – la narrazione affidata a voci diverse (in questo caso tre). Espediente che, in altri libri dello stesso genere, mi aveva colpito positivamente. E in effetti, per quanto inizialmente risulti complicato seguirne l’intreccio, la storia diventa, capitolo dopo capitolo, molto coinvolgente. Probabilmente grazie alle sue esperienze lavorative l’autore, Joakim Zander (avvocato svedese con incarichi in Medio Oriente e a Bruxelles), riesce a creare un contesto politico-lobbistico degno dei migliori legal-thriller e delle migliori spy-story. Purtroppo però gli ultimi capitoli non mantengono lo stesso livello. La storia sembra troncata in fretta, con una sparatoria che, più che ai grandi esempi del genere somiglia a quella di un film western: bang bang bang e i buoni vincono.

Peccato.

Poi, solita annotazione da “rompiscatole”: l’autore in primis, e poi il traduttore, dovrebbero stare molto attenti alle ripetizioni. Lo stesso aggettivo ripetuto tre o quattro volte in una pagina trasmette la sensazione di un lavoro affrettato e sciatto, più affine a un “libro nel cassetto” autoprodotto che a quella di uno di successo in tutto il mondo.

 

LDAPOST del mercoledìcomefossedomenica. Parma-Roma 1-2. Tira lui.

L’avvicinamento all’infrasettimanale è all’insegna della matematica. Sottrarre gli infortunati, dividere il risultato per le riserve, fratto la metà dei giovani, moltiplicare per le partite da giocare nei prossimi nove giorni, e aggiungere Destro. Il risultato sarà la formazione schierata da Garcia: la difesa nell’inedita versione “senti come so ‘ste olive”, il centrocampo talmente contato che a Keita viene ritirato il libretto della pensione, e Destro in panchina.

La Roma parte incamerando percentuali di possesso palla degne del Barcellona di Guardiola. Purtroppo le sfrutta nella versione de noantri, quella del “progetto asturiano”. Il Parma invece sceglie di abbassare il livello dell’ispirazione, e si schiaccia nella metà propria metà campo come fosse il Bari di Fascetti. Cassano, in effetti, ce l’ha. E i difensori non sono certo meglio di Neqrouz.

Insomma, il concetto di “partita spettacolare” è un’altra cosa. Quello di “spettacolo puro”, invece, sta tutto in un attimo, in un lampo. Perché al 27esimo la scena viene illuminata da un assist sublime di Totti per Ljajic. Talmente sublime da costringere anche il sonnolento talento serbo a ridestarsi di botto, tirare in porta senza troppi orpelli, fare 1-0 e inginocchiarsi a baciare il campo come Cristoforo Colombo appena sbarcato in America.

Che, poi, se all’assist aggiungiamo il cambio di campo fatto due minuti dopo, di 40 metri e di prima, dalla semplice standing ovation si passa direttamente alla candidatura al Premio Nobel per la Letteratura. Perché a scrive poesie con penna, carta e calamaio so’ boni tutti, ma l’avrei voluti vedé Carducci, Pirandello, Quasimodo e Montale a dispensare versi col pallone fra i piedi.

Il secondo tempo inizia fiacco, la Roma deve gestire la rosa diventata corta troppo presto e gli impegni ravvicinati, perciò rallenta e arretra.

Con la più classica delle azioni di contropiede Gervinho, dopo uno scatto bruciante zazzera al vento (si, je piacerebbe..) svirgola a lato. E come nell’ancor più classica tradizione del calcio, l’azione successiva De Ceglie pareggia. La capocciata su calcio d’angolo è forte e centrale. Nulla può De Sanctis, molto di più avrebbero potuto i tre greci che lo marcavano. Ma che evidentemente avevano perso la concentrazione in un’accesa discussione sulle prospettive economiche e le relazioni con la Banca Centrale Europea post default.

La reazione è scarsa, e pure confusa.

Gervinho non azzecca un controllo. Più che un giocatore fuori forma sembra un uomo fuori fase, pronto per la prossima serie di “In treatment”, seduto sul divano di fronte al soporifero Castellitto.

Lei ha problemi?

Eh dottore, di notte sogno che mi rubino la fascia per i capelli

Stia tranquillo, lei non ha capelli. Grazie, sarebbe una piotta, le spedirò la fattura”.

Pur nel nulla generale, però, strappiamo un calcio di punizione dal limite.

Holebas, con fare sicuro e sguardo concentrato, sistema il pallone e conta i passi sognando il goal risolutore al debutto. Mentre in bocca si affaccia il sapore amaro  dell’ennesima figura barbina, Pjanic, con fare altrettanto determinato, sintetizza in un’occhiata l’aulica frase Levate dar cazzo, tiro io. Per essere certo che il messaggio venga recepito, signorilmente glielo fa tradurre pure in greco da Manolas.

Tira lui.

1-2. All’ultimo minuto. Come 13 anni fa.

LDAPOST della domenica. Roma-Cagliari 2-0. Ridateme Zeman!

E’ bastato un attimo per far tornare alla mente vecchi (manco troppo) ricordi.

E no, non c’entrano niente le sigarette di Zeman né l’ostinata fedeltà dei seguaci del “maestro” (coi relativi “4-3-3 sbroccopetté” e i pirotecnici 4-5 in casa). Stavolta basta la sintetica comunicazione delle formazioni che sarebbero scese in campo. Perchè all’annuncio del debutto in Serie A nel Cagliari del ventenne portiere Alessio Cragno, la mente corre al pareggio dell’anno scorso e alle parate di Avramov, mentre le mani – per conseguenza diretta – corrono ad alleviare il basso ventre da fastidioso (quanto improvviso) prurito.

Al calcio d’inizio il Cagliari del maestro boemo si schiera tutto sulla linea di metà campo. Schema che, da una vita, dovrebbe scatenare subito una spavalda proiezione offensiva. Ma che (dalla stessa vita) produce sempre lo stesso risultato: contropiede fulminante degli avversari dopo neanche 3 secondi di gioco. L’ultimo passaggio però capita sui piedi Florenzi, che spara in tribuna il primo cross della partita. Dopo poco pure il secondo.

La Roma corre, triangola e verticalizza. Il tutto a mille a l’ora. Il Cagliari dovrebbe correre, dovrebbe verticalizzare e dovrebbe triangolare. Ma Joao Pedro non è Di Biagio, Farias non è Signori e, soprattutto, Avelar non è Candela. Infatti al terzo tentativo il cross di Florenzi è perfetto per Destro. 1-0.

Zeman, come sempre, è una sfinge. Anche il Cagliari. Nel senso che è immobile come il colossale monumento egizio. La Roma invece, no. Florenzi ancora meno: 2-0. E tanto je stava stretto il campo all’esterno della Roma, che corre pure in tribuna ad abbraccià la nonna.

Il primo tempo, quindi, si chiude al 13’. Il resto è solo accademia. Keita arpiona palloni e fa giravolte come fosse il miglior Pizarro, Florenzi (ormai in evidente delirio trequartistico) scucchiaia alla Totti e stoppa di tacco alla Cassano, Yanga Mbiwa anticipa e spazza come fosse Samuel e Cole azzecca diagonali come fosse, semplicemente, vivo.

Tanto gioca sul velluto la Roma nella parte finale del primo tempo quanto l’inizio del secondo si connota per una noia e una approssimazione tecnica degna di una partita di centro classifica della Lega Pro.

Destro esce per Pjanic, e s’incazza.

Florenzi esce per Ljajic, e s’incazza. S’incazza Ljajic, intendo. Almeno questo traspare dallo sguardo del serbo che probabilmente, vista la calura del pomeriggio, avrebbe preferito continuare a fasse ‘na pennica in panchina.

La prima azione degna di nota del secondo tempo arriva al 28esimo, e Gervinho la conclude mangiandosi un goal che “meno male che stava in fuorigioco sennò sai le madonne”. Che poi, dopo domenica, l’ivoriano è un tema spinoso. E’ una questione delicata. Perché per quanto uno per rispetto e sensibilità voglia sorvolare sulle implicazioni psicologiche della calvizie, bisogna pur dire che la pelata e il complicatissimo sistema di riporti svelati dalla caduta della fascia, fanno sembrare il tupè di Conte una soluzione dignitosa e la cresta di Nainggolan una pettinatura classica.

A riprova dell’utilità della tournèe negli USA in fase di preparazione e della straripante condizione fisica che ne deriva, con un solo cambio a disposizione chiedono di uscire nell’ordine: Maicon, Keita, Cole e De Rossi. La spunta quest’ultimo, che ferma il gioco e, zoppicando, si accomoda in panchina. Se continua così a Manchester tra una settimana ci mandiamo direttamente la primavera. Comunque, abituata a rimaneggiamenti di moduli e di posizioni da ultimo quarto d’ora, la Roma non si scompone neanche con Emanuelson in campo e continua a gestire.

Massimo risultato col minimo sforzo. A ‘sto punto sì, si può dire: ridateme Zeman. Ridatemelo mercoledì sulla panchina del Parma, ad esempio.