LDAPOST del mercoledìcomefossedomenica. Parma-Roma 1-2. Tira lui.

L’avvicinamento all’infrasettimanale è all’insegna della matematica. Sottrarre gli infortunati, dividere il risultato per le riserve, fratto la metà dei giovani, moltiplicare per le partite da giocare nei prossimi nove giorni, e aggiungere Destro. Il risultato sarà la formazione schierata da Garcia: la difesa nell’inedita versione “senti come so ‘ste olive”, il centrocampo talmente contato che a Keita viene ritirato il libretto della pensione, e Destro in panchina.

La Roma parte incamerando percentuali di possesso palla degne del Barcellona di Guardiola. Purtroppo le sfrutta nella versione de noantri, quella del “progetto asturiano”. Il Parma invece sceglie di abbassare il livello dell’ispirazione, e si schiaccia nella metà propria metà campo come fosse il Bari di Fascetti. Cassano, in effetti, ce l’ha. E i difensori non sono certo meglio di Neqrouz.

Insomma, il concetto di “partita spettacolare” è un’altra cosa. Quello di “spettacolo puro”, invece, sta tutto in un attimo, in un lampo. Perché al 27esimo la scena viene illuminata da un assist sublime di Totti per Ljajic. Talmente sublime da costringere anche il sonnolento talento serbo a ridestarsi di botto, tirare in porta senza troppi orpelli, fare 1-0 e inginocchiarsi a baciare il campo come Cristoforo Colombo appena sbarcato in America.

Che, poi, se all’assist aggiungiamo il cambio di campo fatto due minuti dopo, di 40 metri e di prima, dalla semplice standing ovation si passa direttamente alla candidatura al Premio Nobel per la Letteratura. Perché a scrive poesie con penna, carta e calamaio so’ boni tutti, ma l’avrei voluti vedé Carducci, Pirandello, Quasimodo e Montale a dispensare versi col pallone fra i piedi.

Il secondo tempo inizia fiacco, la Roma deve gestire la rosa diventata corta troppo presto e gli impegni ravvicinati, perciò rallenta e arretra.

Con la più classica delle azioni di contropiede Gervinho, dopo uno scatto bruciante zazzera al vento (si, je piacerebbe..) svirgola a lato. E come nell’ancor più classica tradizione del calcio, l’azione successiva De Ceglie pareggia. La capocciata su calcio d’angolo è forte e centrale. Nulla può De Sanctis, molto di più avrebbero potuto i tre greci che lo marcavano. Ma che evidentemente avevano perso la concentrazione in un’accesa discussione sulle prospettive economiche e le relazioni con la Banca Centrale Europea post default.

La reazione è scarsa, e pure confusa.

Gervinho non azzecca un controllo. Più che un giocatore fuori forma sembra un uomo fuori fase, pronto per la prossima serie di “In treatment”, seduto sul divano di fronte al soporifero Castellitto.

Lei ha problemi?

Eh dottore, di notte sogno che mi rubino la fascia per i capelli

Stia tranquillo, lei non ha capelli. Grazie, sarebbe una piotta, le spedirò la fattura”.

Pur nel nulla generale, però, strappiamo un calcio di punizione dal limite.

Holebas, con fare sicuro e sguardo concentrato, sistema il pallone e conta i passi sognando il goal risolutore al debutto. Mentre in bocca si affaccia il sapore amaro  dell’ennesima figura barbina, Pjanic, con fare altrettanto determinato, sintetizza in un’occhiata l’aulica frase Levate dar cazzo, tiro io. Per essere certo che il messaggio venga recepito, signorilmente glielo fa tradurre pure in greco da Manolas.

Tira lui.

1-2. All’ultimo minuto. Come 13 anni fa.

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