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L’intermittenza.

Andrea Camilleri, L'Intermittenza, Mondadori.
Andrea Camilleri, L’Intermittenza, Mondadori.

Quando si allontana dalla ormai esasperante saga-Montalbano, Camilleri ha guizzi interessanti. Ho letto tempo fa “Un sabato con gli amici”, ho letto ora “L’intermittenza”. Li ho apprezzati entrambi, anche se in entrambi i casi mi ci sono volute un po’ di pagine per smettere di aspettarmi l’intervento di Fazio, le scivolate di Catarella o i pistolotti di Montalbano stesso.

Il romanzo è del 2010, ma attualissimo.

Gli affari sporchi, le aziende sull’orlo del fallimento salvate grazie ad oscuri giochi finanziari fatti da manager senza scrupoli sulla pelle dei lavoratori, la politica superficiale, connivente e cialtrona, i conti milionari nei paradisi fiscali, l’agitarsi dei sindacati, sembrano ricalcati dalle cronache economiche (e non solo) italiane. Quello tratteggiato da Camilleri è un capitalismo “sporco”. Sia da un punto di vista imprenditoriale che umano. Un capitalismo corruttore e, a sua volta, corrotto e corruttibile.

Un capitalismo talmente privo di qualsiasi scrupolo, da sembrare descritto oggi. Con la consulenza di Fassina.

Invece si arriva in fondo, e tra i ringraziamenti c’è quello ad Ichino.

Ma, in effetti, il libro è del 2010. E anche questa è l’Italia, appunto.

LDAPOST della domenica. Cesena-Roma 0-1. ‘na vittoria è ‘na vittoria.

‘Na vittoria è sempre ‘na vittoria.

E tre punti so’ sempre tre punti. A prescinde che, ‘sta vittoria, sia netta, sofferta, strameritata o sculata.

Certo però, se per tornare a vincere – contro il Cesena, peraltro – te devi affidà alle doti di Salih Ucan, devi fa entrà Lorenzo Pellegrini, mette Yanga Mbiwa terzino per non perde i contrasti aerei contro nientepopodimenoche Defrel e Succi, e soprattutto devi sopportà Doumbia a zonzo senza meta per il campo per tutti i 90 minuti, beh forse qualche domanda sul valore de ‘sta squadra (e de ‘sta vittoria) bisognerebbe fassela.

Però, per carità, tre punti so’ sempre tre punti. E ‘na vittoria è sempre ‘na vittoria.

E tanto me mancava, che m’è sembrata pure bella.

Il momento è delicato.

Solitamente, a me Ammaniti piace.

Niccolò Ammaniti, Il momento è delicato, Einaudi.
Niccolò Ammaniti, Il momento è delicato, Einaudi.

Ho amato Io non ho paura e la Roma di Che la festa cominci. Sono stato piacevolmente colpito da Branchie e Io e te. Addirittura non mi è dispiaciuto il film Il siero delle vanità di Infascelli, di cui Ammaniti ha scritto il soggetto.

Altrettanto solitamente, però, a me le raccolte di racconti non piacciono. A meno che non si tratti di operazioni commerciali evidenti. Tipo quelle, a tema, di autori diversi. Alla “Natale in giallo”, per capirci. Letture agili e veloci. Intrattenimento dichiarato, con cui spesso al fianco di autori importanti e conosciuti si da visibilità a nuovi scrittori (a volte talenti) da scoprire.

In questo libro pensavo di trovare una via di mezzo. Ma i racconti di Ammaniti sembrano messi insieme per fare volume. Molti li avevo già letti, apparsi in altre raccolte o in altre pubblicazioni. E quelli che mi sono sembrati inediti li ho trovati sconclusionati. Grotteschi e ai limiti dell’inverosimile come molti dei romanzi di Ammaniti, ma senza un filo conduttore forte. Fini a se stessi, insomma.

Un’operazione commerciale, quindi. Ma non dichiarata. Nascosta. Camuffata.

Che non mi è piaciuta.

 

 

LDAPOST della domenica. Roma-Sampdoria 0-2. I campioni.

E’ lunedì sera, e piove da domenica. Non vinciamo da ‘na vita. Il primo posto ormai sta a distanze siderali. Il terzo invece sta proprio qui dietro, con tutto il suo carico di prese per il culo. Diteme voi perchè dovrei esse’ ottimista.

Mihajlovic è bravo e stronzo. E infatti in panchina s’incazza e si agita vedendo la sua squadra, molle e distratta, concedere qualche occasione alla Roma. Senza badare al fatto che a noi, viste le prestazioni della Roma di ‘sto periodo, quella stessa squadra molle e distratta ce sembra, tutto sommato, arcigna e convincente.

Le azioni con cui, a strappi, arriviamo al tiro sono tutte in ripartenza. E tutte sventate da Viviano, in versione Neuer-per-una-sera. Che poi, forse, alla luce del ruolino in casa, impostare la partita come una provinciale in trasferta potrebbe pure esse’ una buona idea. Certo poi ci vorrebbe un po’ di piglio a centrocampo. Un po’ di velocità. E infatti le telecamere di Sky non si perdono il labiale di Garcia, inquadrato mentre incita Pjanic a velocizzare e ad essere protagonista. Che poi è quello che je dimo tutti almeno da novembre. Si vabbè, forse “Tira fuori le palle, a rincojonito” è un’espressione un filo meno tecnica di quella usata dal Mister. Ma il senso è quello, eccome.

Comunque, finisce il primo tempo e a me viene in mente, di colpo, Rudi Voeller. Sì, Rudi Voeller. Il tedesco che vola. E me viene in mente pure che se lui avesse ricevuto un decimo dei passaggi vanificati da Gervinho a due metri dalla porta, noi nel 1991 la Coppa Uefa l’avremmo vinta. Eccome. E me viene in mente pure che se al centro dell’attacco ce fosse lui, oggi c’avremmo dieci punti sulla terza. Almeno. Altro che prese per il culo.

Ecco. E’ lunedì sera e piove da domenica. Non vinciamo da ‘na vita e m’è tornato in mente Rudi Voeller. Diteme voi perchè dovrei esse’ allegro.

La Roma è lenta, fiacca, prevedibile e confusa. Esattamente l’opposto dello schema su calcio d’angolo di Eto’o: veloce, studiato e letale. 0-1. Segna De Silvestri. Che, peraltro, è laziale. Peraltro.

E siccome al peggio – è proprio vero – non c’è mai fine, col risultato da recuperare esce Totti per Verde. Poi entra Doumbia per Iturbe. Attacco rivoluzionato, e il risultato è che l’azione più nitida se la crea Torosidis. Che però c’ha i piedi di Torosidis, mica de Iturbe o de Totti. E comunque, a scanso di equivoci, mentre il terzino greco sta ancora con le mani in testa a evoca’ l’anima de li mejo figli de Zeus Panhellenios, Garcia lo toglie per Ljajic. Quella palesata dal tecnico della Roma non è confusione. So’ segnali di disturbo bipolare.

E comunque al termine de ‘sta vorticosa girandola di attaccanti improvvisata dal tecnico francese come fosse un Carlos Bianchi qualsiasi, la Samp fa entrare Muriel. E fa il secondo.

Famola finita qui.

Che sì, de ‘sto passo non arrivamo manco terzi. Ma in quanto a figure de merda semo sempre i campioni.

LDAPOST della domenica. Chievo-Roma 0-0. Peggio di così…

Che sarebbe stata una partita strana me ne so’ accorto già dall’ingresso delle squadre in campo. Quando il Chievo ha inspiegabilmente rinunciato alla classica maglia gialla e blu (peraltro già discutibile di suo) per presentarsi travestito da Pescara. Esasperando, nel nome di un presunto marketing, quell’oltraggio all’eleganza che deve essere materia di esame nei corsi di design della moda sportiva.

Invece, per rendermi conto che sarebbe stata una partita di merda (anzi no, che sarebbe stata l’ennesima partita di merda) me ce so’ voluti esattamente 11 minuti. 11 dannati minuti passati a rincorrere Paloschi, Hetemaj, Schelotto e Pellissier nella nostra metà campo. 11 fottutissimi minuti durante i quali i piedi vellutati di Manolas e Astori si esibivano in tutto quel repertorio di palle in tribuna, spazzate e campanili dimenticato dai tempi di Carlos Bianchi.

Raccapricciante è l’unico aggettivo che mi viene in mente.

Raccapricciante come l’immagine della gamba fratturata di Mattiello. Poraccio.

Raccapricciante come le triangolazioni sulla fascia sinistra del nonno di Cole e del fantasma di Gervinho, concluse sempre con la palla in una direzione e lo scatto dalla parte opposta.

Totti che recupera un pallone a centrocampo e, da solo, tenta la percussione centrale palla al piede rende l’idea della staticità della squadra. E al suo ennesimo – e quasi disperato – tentativo personale Dainelli cerca di pareggiare il conto delle fratture. L’intervento sulla caviglia del Capitano è così limpido, deciso e mirato che il pubblico, vedendolo rialzarsi senza stampelle, bendaggi, gessi o barelle, non ce può crede e je urla “buffone!”.

Per quello che gli consentono gli anni e le pedate degli avversari Totti è l’unico che ce prova. Chiama il pressing, incita i compagni a non schiacciarsi, corre a infastidire i rilanci di Bizzarri. E inciampa. Ecco, quella goffa caduta e le conseguenti prese per il culo del pubblico clivense (che, me rendo conto, abituato com’è a vedere campioni come Eriberto, D’Angelo, Marazzina, Lazetic e Manfredini, uno come Totti non può che schifarlo) sono l’immagine di quanto per ‘sta squadra di sopravvalutati e presuntuosi il Capitano si esponga a figuracce che, per storia, classe e umanità, proprio non si merita.

All’intervallo più che un the caldo mi ci vuole un antidepressivo.

Inizia il secondo tempo. E per dar conto delle giocate di Cole e Gervinho ce vorrebbe un luminare di psichiatria.

Ljajic e Verde per Paredes e Totti sono le mosse di Garcia. Evidentemente, visto il recente filotto di splendidi risultati, il fatto che il Capitano debba uscire al sessantesimo è mossa che merita di essere reiterata. E altrettanto evidentemente l’ottima prestazione offerta da Gervinho (quella del 17 settembre col CSKA, però!) convince il Mister a lasciarlo in campo sempre e comunque.

I guizzi (flebili e sparuti, peraltro) di Ljajic e iturbe si infrangono contro l’atavica assenza di un centravanti. Ma, con Doumbia e Sanabria comodamente seduti in panchina, la mossa della disperazione è l’ingresso di Pjanic (un altro in splendida forma). Della serie “speriamo che sculiamo una punizione”. Infatti, da quel momento, facciamo solo falli in attacco.

Finisce com’era cominciata.

Ottavo pareggio in 10 partite.

Peggio di così, ce sta solo Josè Angel.