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Risposta.

http://www.gazzetta.it/Formula-1/04-11-2015/formula-1-hamilton-schumacher-fan-club-kerpen-130785007497.shtml

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Basterebbe così poco per rispondere a quest’uomo da niente.

Basterebbe, per esempio, ricordargli che deve gran parte della sua carriera alle vittorie ottenute con una scuderia, la McLaren, che progettava macchine ed evoluzioni grazie allo spionaggio industriale.

Basterebbe ricordargli che se Timo Glock non si fosse spostato (apposta) all’ultimo metro dell’ultima curva del Gran Premio del Brasile, nel 2008 il mondiale l’avrebbe vinto Felipe Massa.

Ma forse è meglio rimanere in silenzio, a fissarne la capigliatura da mohicano d’accatto e la vacuità dello sguardo tipica dell’ottuso. E spaccargli il c**o in pista l’anno prossimo, senza pietà.

#ForzaMichael #KeepFightingMichael

Inter-Roma 1-0. Scritti corsari.

Che poi, a ricordare i quarant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini c’ha pensato la Roma. In anticipo di qualche ora su istituzioni, intellettuali, ministri, critici e letterati.

C’ha pensato con le mani di Handanovic che arrivavano a destra, a sinistra, in alto e in basso. E con quella di Pjanic, che sarebbe stato meglio non fosse arrivata da nessuna parte. C’ha pensato con i rimpalli in area di Salah e con la lentezza esacerbante con cui Dzeko ha cercato il tap-in invece di spaccare palla, porta, difensore e rete. C’ha pensato con l’esultanza di Medel, con quell’attaccatura dei capelli così impietosamente vicina agli occhi che neanche in una sgangherata saga fantasy.

C’ha pensato la Roma perchè la storia della Roma è circolare, gattopardesca, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero*. Dovrebbe imparare, questa Squadra speciale nel vivere alla grande ma con le pezze al culo che i suoi vizi sono ciclici, e si ripetono incarnati da uomini diversi*.

E invece no, non impara mai.

E invece Handanovic, Dzeko, Salah, Medel.

*Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975.

Check Point.

Jean-Christophe Rufin è uno dei fondatori di Medici Senza Frontiere. Ma Check Point non è un libro su Medici Senza Frontiere. Né un elogio incondizionato dell’impegno umanitario e della cooperazione. Tutt’altro. Rufin – che evidentemente sa di cosa parla – non ne mitiga i limiti e non ne nasconde le eventuali strumentalizzazioni. Che siano personali o, più in generale, politiche.

Jean-Christophe Rufin, Check Point, E/O.
Jean-Christophe Rufin, Check Point, E/O.

Cinque ragazzi della ONG francese Tête d’Or, attraversano in camion gli scenari più tragici del conflitto nella ex Jugoslavia per portare aiuti umanitari in un villaggio bosniaco. Ma i cadaveri, le esplosioni, i “check point”, non stravolgeranno il loro viaggio quanto le amicizie, i rapporti, i tradimenti e gli opportunismi nati – deflagrati, potremmo dire – nelle cabine di guida. Scontri, turbamenti, sentimenti, che li costringeranno ad interrogarsi sulle motivazioni più profonde che li hanno spinti a scegliere l’impegno e ad affrontarne i rischi. E’ questa la forza della storia. Rufin non propone analisi ideologiche o critiche socio-politiche. Non divide in buoni o cattivi. Mostra, senza censure, gli aspetti più intimi dell’impegno umanitario. E, di conseguenza, i suoi limiti. Sembra voler sottintendere un rimpianto per il pionierismo improvvisato e sincero delle prima missioni, indugiando sulle motivazioni più alte, più nobili ma senza sorvolare su quelle più superficiali o utilitaristiche.

Un racconto sincero.

P.s. La copertina è la nota dolente. Per carità, io sono sicuramente esagerato. Ma quelle delle edizioni E/O sono, spesso, davvero meravigliose. Quelle dei libri di Carlotto, ad esempio. O di quelli di Izzo. Ecco, non questa. Che sembra la locandina di una fiction.

Fiorentina-Roma 1-2. Fischi, fischietti e fischioni.

Secondo il “Galateo” i fischi sono un inequivocabile segno di maleducazione. Ma al richiamo del “fischio” abbiamo ceduto tutti, almeno una volta. O perlomeno c’abbiamo provato tutti. A qualcuno infatti fischiare riesce bene. Fischi forti, decisi, perentori. Ad altri invece i fischi escono a stento. Sfiati, più che altro. 

Fischiano senza pietà i melomani dopo la stecca di un tenore. Fischiano le navi per segnalare una manovra. Ci sono fischi celebri nel calcio, come quello “ a due dita” del Trap prima maniera. Ci sono fischi “musicali” indimenticabili, De Andrè ne “Il pescatore” o Modugno in “Vecchio Frack”. Ci sono addirittura alcuni casi di “lingue fischiate”, in cui fischi di vario genere sostituiscono la lingua parlata. 

Ecco cos’è stata Fiorentina-Roma, la sublimazione del fischio. 

I fischi dell’arbitro. Che dovrebbero trasmettere autorevolezza, fermezza e rigore. E invece, con in campo Orsato di Schi[f]o risultano essere solo sottolineature approssimative e caotiche di una incontrollabile isteria. Parafrasando, so’ tutti fischi “a cazzo di cane”. I fischietti distribuiti in tribuna, per contestare Salah. Per insultarlo, per togliergli fiducia e tranquillità, per destabilizzarlo. Non male come performance musicale. Magari un po’ corta, perché dopo sei minuti i fischietti erano stati già tutti riposti. Dove? Lasciamolo all’immaginazione.

E i fischioni. Due. Che potevano essere anche tre. Nonostante i fischi, e i fischietti.

1997-2015, da Jerez a Sepang.

18 anni fa.
26 ottobre 1997, Gran Premio d’Europa a Jerez de la Frontera. La rimonta della Williams di Jacques Villeneuve fa sfumare il sogno mondiale di Michael Schumacher e della Ferrari.

Alla curva Dry Sac il pilota canadese affianca la Ferrari all’interno. L’anteriore destra della Rossa piomba sulla fiancata della Williams. Contatto evidentemente deliberato. Ritiro e sconfitta. Polemiche a non finire. Uno dei momenti, anzi no, probabilmente l’unico momento davvero buio della storia di Schumacher in Ferrari. Qualcuno addirittura lo definì un “ex pilota che non avrebbe più vinto nulla” (in Italia c’è sempre chi ci vede lungo…).

Un mese dopo, sempre a Jerez, durante una sessione di test prima dell’inizio del motomondiale, un pilota che si definiva un grande tifoso di Villeneuve indugiò a lungo davanti ai fotografi baciando l’asfalto del circuito. Guarda un po’, proprio quello della curva Dry Sac.

Era Valentino Rossi.

Chissà se oggi se lo è ricordato.