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Su Roma-Atalanta 0-2. Ma anche su Bologna-Roma e Barcellona-Roma.

Sì, vabbè. Ma di che parliamo?

Del campo impraticabile di Bologna? Del 6-1 che tanto non conta perché le altre hanno pareggiato? Del salvataggio sulla riga di Cigarini, o del miracolo di Sportiello?

Potremmo parlare del fatto che, nell’anno degli insegnati di calcio (Sarri, Sousa), la Roma è in mano a uno scolaro svogliato. Uno di quelli che, impegnandosi, potrebbe pure andare bene (Juventus, Fiorentina), invece vivacchia. Improvvisa. S’accontenta del minimo indispensabile. E colleziona insufficienze. Una guida tecnica approssimativa e confusionaria che s’innesta “alla perfezione” in un contesto già notoriamente e storicamente bipolare di suo. Ma porca troia so’ partito lasciando la Roma del derby, torno, e me ritrovo quella di Andreazzoli…

O potremmo parlare dell’improvvisazione in attacco degna della seconda Roma di Ranieri (Dzeko che crossa per Iturbe non è un “approccio sbagliato al match”, è un film dell’orrore!). Oppure della disorganizzazione difensiva stile “calciotto del giovedì”.

Ancora, potremmo parlare di come, quando la mossa della disperazione è poro-Sadiq, quel tecnico che in due anni e un po’ ha fatto scappare Sanabria in Spagna e Paredes all’Empoli, ha fatto perdere le tracce di Ponce (prima dell’infortunio) e ha mortificato Uçan, forse tanto astuto non è.

Altrimenti – per carità – potremmo stare a parlare fino allo sfinimento della rosa. Di quanto so’ scarsi Torosidis, Rudiger, De Rossi, Keita, Iturbe e compagnia cantante. Dimenticando che un’impronta di gioco, un’anima di squadra, l’abbiamo vista persino con Kuffour, Kharja, Alvarez e Cufrè…

Seriamente. Di cosa parliamo?

Fosse per me, col cuore in mano, parlerei di Luciano Spalletti. Ma siccome a volte è meglio avere più testa che cuore, parlerei anche di Fabio Capello. Sì, proprio lui. Fabio Capello. Allenatore fino alla fine del campionato e poi direttore plenipotenziario dell’area tecnica. Così magari potremmo provare a non rassegnarci all’ennesima occasione buttata. Appunto, magari.

Napoli Ferrovia.

Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Feltrinelli.
Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Feltrinelli.

Una cronaca-diario in odore di romanzo. Un giornalista ottantenne torna a Napoli dopo tanti anni. Dopo quasi una vita. E ripercorrendo alcune tappe della sua storia familiare ne attraversa i quartieri e le strade. E, con essi, quelle trasformazioni (sociali ed urbanistiche) che, dal dopoguerra ad oggi, hanno stravolto, nascosto o casi cancellato la Napoli affacciata sul mare, entusiasta, vitale ed energica. Condivide queste passeggiate notturne con Caracas, cinquantenne di origine venezuelane, ex naziskin in procinto di convertirsi all’Islam. Razzista, anticomunista e antiamericano, ma pronto ad aiutare gli sconfitti e gli emarginati. La ricerca del “cuore” della città diventa così per entrambi un pretesto per condividere momenti della propria storia. Momenti  spesso dolorosi, a tratti disperati. Le storie del giornalista – l’Io narrante, lo stesso Rea –  e di Caracas diventano quindi la storia stessa di Napoli. Le due vite opposte si specchiano nelle contraddizioni della città, nella sua ancestrale bellezza e, allo stesso tempo, nella sua apparentemente inarrestabile decadenza. I racconti che Rea e Caracas si scambiano sono gli stessi di quella Napoli “sedotta” dagli americani nel dopoguerra, quando con l’insediamento a Bagnoli del Quartier Generale del comando dell’Europa Meridionale fu trasformata in una sorta di capitale della “guerra fredda” ma, allo stesso tempo, fu privata delle sue risorse produttive e con esse delle speranze di rinascita. Sono i racconti di quella Napoli a cui interessi politici e criminali hanno rubato il mare e i sogni. Intense, toccanti e accorate sono, per questo, la descrizione e l’invettiva contro la Palazzata Ottieni: nel 1954, il costruttore Ottieni – sindaco l’armatore Achille Lauro con flotta e interessi a genova – costruì l’orrenda barriera di cemento armato alta dieci piani e lunga l’intero fronte mare di piazza Mercato spregiativamente chiamata “palazzata” o anche “muraglia cinese”. L’opera colpì non soltanto per la sua mostruosità urbanistico-architettonica ma anche, e forse soprattutto, per la sua pesante carica simbolica. Il messaggio di quel cemento non ebbe bisogno di interpreti: napoletani, non c’è più mare per i vostri sogni, toglietevelo dalla testa, non vi appartiene più. E sono i racconti di quella Napoli in cui anche la droga sembra fatta arrivare di proposito, per distruggere gli uomini e annientare la città. Per inchiodarla al ruolo di colonia, di terra da prosciugare e poi abbandonare. 

Ma Napoli Ferrovia non è il patetico racconto di una ineluttabile depressione. E’ un viaggio a ritroso nel tempo dolorosamente carico di speranza per il futuro. E’ l’appello a non girare la testa dall’altra parte quando fette sempre più ampie della società sono emarginate. E’ l’invito – accorato – a fare comunità, sempre. Napoli Ferrovia non è solo Napoli, dunque. E’ l’Italia.

Bellissimo.

Per tutto l’oro del mondo.

Un Carlotto vecchia maniera, di cui sentivo la mancanza da un po’.

Per tutto l'oro del mondo, Massimo Carlotto, E/O, 2015.
Per tutto l’oro del mondo, Massimo Carlotto, E/O, 2015.

Una rapina finita in tragedia nel Nord Est, la soluzione apparentemente semplice (l’invasione di zingari e migranti che minaccia la vita degli onesti italiani) cavalcata da politica e opinione pubblica e una vittima, Luigina, di cui tutti sembrano dimenticarsi. Un caso che si svela ben presto nient’altro che una matrioska del cazzo.

Nelle ambiguità di questa storia dura, ancorata all’attualità (anzi saldata all’attualità, se pensiamo alla vicenda di Vaprio d’Adda del mese scorso), con la consueta decisione ed i consueti tormenti, si muovono l’Alligatore, Beniamino Rossini e Max “la memoria”. Uomini liberi, ma dal cuore criminale. Ma Carlotto, in stato di grazia, non racconta solamente. Condivide. Fa in modo che, esattamente all’unisono con i tre personaggi, il lettore possa abbandonarsi – di colpo – ad atmosfere morbide ed avvolgenti. Gli scorci fumosi di un piccolo club, le movenze sensuali di una donna di Jazz, o l’abitacolo di una vecchia Skoda. Atmosfere ovattate e rassicuranti, pur nella loro precarietà. Capaci di accarezzare il cuore, ma non di smussare gli spigoli (né dei protagonisti, né di chi legge).

Poi il Blues, onnipresente. La “musica del diavolo” usata come stordente antidoto alla realtà. A quella disperata promiscuità tra avidità, assenza di scrupoli e menefreghismo che spinge a qualsiasi abominio in nome di tutto l’oro del mondo.

E infine l’epilogo. Di cui non parlerò per una ferma presa di posizione anti-spoiler. Ma che spinge a pensare, e a sperare, di dover tornare presto in libreria.

Repetita iuvant.

Letteralmente, la locuzione latina repetita iuvant si traduce con “le cose ripetute aiutano”. Nel senso che, a forza di ripeterla, una “cosa”, che sia una nozione, un’informazione, un’opinione o un dato di fatto, finisce necessariamente per essere appresa da chi ascolta. Poi, però, c’è una sfumatura mistica del concetto di ripetizione. Ripetere per alleviare i dolori, per allontanare i dolori. Il mantra Om Mani Padme Hum viene recitato per lunghi periodi di tempo durante la meditazione sgranando il mala. Viene recitato per ottenere la pace, e la libertà delle sofferenze. Quindi li capisco eccome, i pori laziali, se da domenica pomeriggio non fanno altro che ripetere che ilfallodiGentilettierafuoriarea.

Certo che v’abbiamo preso a pallate. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Manolas e Rudiger non hanno ciccato un’anticipo, Basta e Lulic non hanno ciccato ‘no stinco. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Dzeko si liberava della marcatura di Radu con la facilità con cui se scaccia ‘na mosca. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Nainggolan ha giocato per tre, correva per Florenzi, contrastava per De Rossi e verticalizzava per Pjanic. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Iago Falque ha pressato così tanto che Biglia per trovare un pallone giocabile ha dovuto aspettà di battere ‘na rimessa laterale. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Gervinho ha fatto talmente tante accelerazioni che se c’avesse avuto altri 20 metri di campo finiva che decollava, co’ tutto Mauricio attaccato ai pantaloncini. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Szczęsny non ha sbagliato una presa alta. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Marchetti invece per and incontro a Gervinho s’è scordato ‘ndo stava la porta. IlfallodiGentilettierafuoriarea. IlfallodiGentilettierafuoriareailfallodiGentilettierafuoriareailfallodiGentilettierafuoriareailfallodiGentilettierafuoriarea…

P.s. Una cosa, però, bisogna ammetterla. Sarebbe terribilmente disonesto intellettualmente negare l’evidenza. I numeri, le statistiche, parlano chiaro. Mentre noi c’avevamo Totti a casa, De Rossi in tribuna e Florenzi in panchina, Candreva ha vinto un altro derby.