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Napoli-Roma 0-0. Eroici.

Gyomber

Questo volenteroso ragazzo si chiama Norbert Gyömbér.

Norbert è slovacco, ha 23 anni, è alto 1.90m e fa il difensore centrale. O a volte, ma molto a volte, in nazionale, il mediano. Nonostante le sue leve lunghe e la sua andatura dinoccolata al 37’ del secondo tempo è stato schierato come terzino destro. Per limitare Insigne, e poi Mertens.

Ebbene, questo volenteroso ragazzo, preso d’infilata a destra, a sinistra, sopra e sotto, fa parte di quel manipolo di eroi che ieri ha tatticamente annichilito lo spettacolare Napoli di Sarri.  Asfissiandone la manovra a centrocampo e azzerandone la capacità realizzativa.

Il tutto, senza mai superare la propria metà campo.

A posto così.

Torino-Roma 1-1. Sugli eufemismi, sui sofismi e sui purismi.

Un brutto risultato, per usare un eufemismo. Figura retorica abituale nella descrizione delle partite della Roma, per sostituire (per scrupolo sociale, per riguardo morale o – molto spesso – per semplice amor proprio) una altisonante raffica di madonne con affermazioni più attenuate.

E un brutto risultato è stato, quello di ieri. E’ vero. Ma che, nonostante abbia le sembianze di una prestazione tatticamente soporifera, tecnicamente scialba e caratterialmente opaca, non può non essere attribuito ad un inconfutabile scempio arbitrale. A volersi produrre in un inequivocabile sofismo. A voler difendere, con un ragionamento cavilloso e capzioso, ma dall’apparenza coerente, l’inesorabile trascinarsi di una squadra senz’anima. Sopravvalutata e, cosa ancor più grave, sopravvalutatasi.

Ma il risultato di Torino è anche l’ineludibile maschera tragica della Roma. Destino, dicono. Purismo, dico io. Atteggiamento che sovrasta, rifiuta e condanna senza scampo ogni tentativo di scrivere una storia diversa. Dottrina intransigente, che elabora l’ambizione in strisciante minaccia per una rassicurante soccombente integrità. E che ci consegna alla tradizionale sconfitta come fosse una ineluttabile necessità.

Repetita iuvant.

Letteralmente, la locuzione latina repetita iuvant si traduce con “le cose ripetute aiutano”. Nel senso che, a forza di ripeterla, una “cosa”, che sia una nozione, un’informazione, un’opinione o un dato di fatto, finisce necessariamente per essere appresa da chi ascolta. Poi, però, c’è una sfumatura mistica del concetto di ripetizione. Ripetere per alleviare i dolori, per allontanare i dolori. Il mantra Om Mani Padme Hum viene recitato per lunghi periodi di tempo durante la meditazione sgranando il mala. Viene recitato per ottenere la pace, e la libertà delle sofferenze. Quindi li capisco eccome, i pori laziali, se da domenica pomeriggio non fanno altro che ripetere che ilfallodiGentilettierafuoriarea.

Certo che v’abbiamo preso a pallate. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Manolas e Rudiger non hanno ciccato un’anticipo, Basta e Lulic non hanno ciccato ‘no stinco. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Dzeko si liberava della marcatura di Radu con la facilità con cui se scaccia ‘na mosca. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Nainggolan ha giocato per tre, correva per Florenzi, contrastava per De Rossi e verticalizzava per Pjanic. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Iago Falque ha pressato così tanto che Biglia per trovare un pallone giocabile ha dovuto aspettà di battere ‘na rimessa laterale. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Gervinho ha fatto talmente tante accelerazioni che se c’avesse avuto altri 20 metri di campo finiva che decollava, co’ tutto Mauricio attaccato ai pantaloncini. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Szczęsny non ha sbagliato una presa alta. IlfallodiGentilettierafuoriarea. Marchetti invece per and incontro a Gervinho s’è scordato ‘ndo stava la porta. IlfallodiGentilettierafuoriarea. IlfallodiGentilettierafuoriareailfallodiGentilettierafuoriareailfallodiGentilettierafuoriareailfallodiGentilettierafuoriarea…

P.s. Una cosa, però, bisogna ammetterla. Sarebbe terribilmente disonesto intellettualmente negare l’evidenza. I numeri, le statistiche, parlano chiaro. Mentre noi c’avevamo Totti a casa, De Rossi in tribuna e Florenzi in panchina, Candreva ha vinto un altro derby.

Risposta.

http://www.gazzetta.it/Formula-1/04-11-2015/formula-1-hamilton-schumacher-fan-club-kerpen-130785007497.shtml

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Basterebbe così poco per rispondere a quest’uomo da niente.

Basterebbe, per esempio, ricordargli che deve gran parte della sua carriera alle vittorie ottenute con una scuderia, la McLaren, che progettava macchine ed evoluzioni grazie allo spionaggio industriale.

Basterebbe ricordargli che se Timo Glock non si fosse spostato (apposta) all’ultimo metro dell’ultima curva del Gran Premio del Brasile, nel 2008 il mondiale l’avrebbe vinto Felipe Massa.

Ma forse è meglio rimanere in silenzio, a fissarne la capigliatura da mohicano d’accatto e la vacuità dello sguardo tipica dell’ottuso. E spaccargli il c**o in pista l’anno prossimo, senza pietà.

#ForzaMichael #KeepFightingMichael

1997-2015, da Jerez a Sepang.

18 anni fa.
26 ottobre 1997, Gran Premio d’Europa a Jerez de la Frontera. La rimonta della Williams di Jacques Villeneuve fa sfumare il sogno mondiale di Michael Schumacher e della Ferrari.

Alla curva Dry Sac il pilota canadese affianca la Ferrari all’interno. L’anteriore destra della Rossa piomba sulla fiancata della Williams. Contatto evidentemente deliberato. Ritiro e sconfitta. Polemiche a non finire. Uno dei momenti, anzi no, probabilmente l’unico momento davvero buio della storia di Schumacher in Ferrari. Qualcuno addirittura lo definì un “ex pilota che non avrebbe più vinto nulla” (in Italia c’è sempre chi ci vede lungo…).

Un mese dopo, sempre a Jerez, durante una sessione di test prima dell’inizio del motomondiale, un pilota che si definiva un grande tifoso di Villeneuve indugiò a lungo davanti ai fotografi baciando l’asfalto del circuito. Guarda un po’, proprio quello della curva Dry Sac.

Era Valentino Rossi.

Chissà se oggi se lo è ricordato.