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Roma-Atletico Madrid 0-0. Giochiamocela!

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Che meraviglia le serate di Champions League. Il calcio che conta, i riflettori, la sigla (anche se in fondo si capisce solo “the chaaaampioooons”). L’atmosfera tesa del big match, la consapevolezza di calcare palcoscenici prestigiosi, la voglia di confrontarsi con squadre che a queste sfide, a questi impegni sono praticamente assuefatte. E chissenefrega che ci poteva pure capità un girone migliore. Questo è. E allora, giochiamocela.

E ce la giochiamo. Pronti via, Bruno Peres galvanizzato dalla suddetta atmosfera (che evidentemente mai avrebbe pensato di respirare) galoppa sulla fascia in un portentoso coast-to-coast. Manco fosse Zappacosta. E infatti non lo è. Perciò, pallone perso, contropiede, cross teso al centro, Saul spara una legnata angolatissima dai sedici metri e i fantasmi di Bayern Monaco, Barcellona e Manchester United ci appaiono davanti agli occhi tutti in un colpo solo, di botto.

Però…

Però il pallone sfiora il palo e va fuori. Sono passati 2’36”, e davanti agli occhi c’è già passato tutto il film delle ultime performance europee.

0-0. Giochiamocela. E ce la giochiamo. Neanche il tempo di smadonnare per un tiro di Nainggolan che Oblak ferma con mignolo e rotula ( e culo!) che Koke si materializza solo al centro dell’area. Tiro incrociato a superare Alisson.

Però…

Però Manolas in scivolata respinge praticamente sulla linea. Batti e ribatti in area, l’urlo SPAZZAAAA viene avvertito anche sulla Stazione Spaziale Internazionale, e alla fine il sospiro più che di sollievo è di incredulità.

0-0. Giochiamocela. E ce la giochiamo. Dzeko e Defrel si liberano in area, e si cimentano nel tiro al parabrezza delle macchine parcheggiate su Lungotevere Cadorna (il primo) e in un surreale passo di tip-tap con tragicomico scivolone finale (il secondo). Ma ce la giochiamo. Griezmann, Saul e Koke a turno bullizzano Bruno Peres. Vietto pescato in verticale ripresenta a velocità supersonica davanti ad Alisson e scucchiaia con irrisoria facilità.

Però…

Però il portiere brasiliano stasera è in versione “tirate-come-ve-pare-tanto-le-prendo-tutte”. Che se lo vedessero a Seul je chiederebbero de parà pure i missili di Kim Jong-un. Scatto di reni, pallone deviato con la punta delle dita, isteriche reazioni di gioia.

Alisson Becker Roma-Atletico Madrid

0-0. Giochiamocela.

Giochiamocela con la difesa a 3, però. Anzi a 5, ancora meglio. Che è il 70 esimo e da 25 minuti non superiamo la metà campo. Dentro Fazio per Defrel (peccato perché il ragazzo nella danza acrobatica stava facendo bene) e tutti dentro l’area. La nostra.

Giochiamocela. Alisson fa pure il libero (e peraltro lo fa molto meglio di Juan Jesus), Nainggolan c’ha talmente tanti crampi che per fasciargli i quadricipite ci vuole una benda con cui una persona normale a carnevale si farebbe la maschera da mummia, Strootman, De Rossi, Kolarov e Bruno Peres (che te lo dico a fare?) inseguono a stento Ferreira Carrasco, Correa e Saul. Che al 92′ tira. Miracolo. Tira di nuovo. A porta vuota.

Però.

Cengiz Under, annamo a vince!

Lo sguardo incredulo. La pettinatura classica, anni ’50. L’espressione spaesata da adolescente all’estero per la prima volta. Pizzetto e baffetti radi, come prematura ostentazione di virilità. In un mondo di muscoli e tatuaggi, il fuoriclasse lo riconosci dalla semplicità.

Oh, bene. Ma com’è che si chiama?

Cengiz Under!

Ma tutto attaccato? Ma è un nome o un cognome? Vabbè. Daje “coso”, annamo a vince!

Roma-Lazio 1-3. SPQR.

 

La portavamo scritta sulla maglia la sintesi dell’ennesima delusione della stagione.

4 lettere d’oro su sfondo rosso sfoggiate come un vanto e pesanti come macigni.

Retorica spavalda di Popolo e Senato. Di Quiriti e Latini. Di imperatori e barbari invasori. Arrogante  ostentazione di una Eternità presupposta. Tutta nostra, e solo nostra. Che se funzionasse davvero così, il Panathinaikos avrebbe più Coppe dei Campioni del Real Madrid.

4 lettere d’oro su sfondo rosso, invalicabili come l’Everest.

Simbolo di come, credendo d’essere il Barcellona, finiamo per fare a malapena la figura dell’Espanyol.

Juventus-Barcellona 3-0. Invidia? Ma per carità…

Per carità. Il goal di Turone, il fallo di Deschamps su Gautieri, la rimessa laterale di Aldair, Moggi e Calciopoli, il dottor Agricola, la farmacia e i “non ricordo” di Montero, Nedved che urla “è giusto è giusto”. E il fallo su Ronaldo. E i goal non visti di Bierhoff, Pellissier e Muntari.

Però quella di ieri è una partita che vorrei veder fare alla Roma in Europa. Eccome se vorrei. E non tanto per il risultato, per le 3 sberle rifilate a una delle squadre meno equilibrate e più sopravvalutate della stagione. Perchè, per carità, “mai schiavi del risultato”, “c’è ancora il ritorno”, la “remuntada”, eccetera eccetera. Quanto per la prestazione, per la concentrazione, per la vocazione al sacrificio. Ecco, in Europa vorrei vedere, prima o poi, una Roma capace di non consegnarsi in partenza, armi e bagagli, all’avversario. A quello più forte, tantomeno a quello che forse potrebbe essere un po’ più forte. Vorrei vedere una difesa che non si intimidisce davanti al fenomeno di turno, un centrocampo che non si addormenta a dieci dalla fine – “tanto ormai è finita” – e che non cede all’isteria dopo due palloni persi. Vorrei vedere degli attaccanti che sgomitano, lottano e magari ripiegano pure a fare i terzini, se necessario. E che, tra una cosa e l’altra, segnano pure.

Juventus-Barcellona 3-0 Champions League 12017

Invidia? Ma per carità. Il goal di Turone, il fallo di Deschamps su Gautieri, la rimessa laterale di Aldair, Moggi e Calciopoli, il dottor Agricola, la farmacia e i “non ricordo” di Montero, Nedved che urla “è giusto è giusto”. E il fallo su Ronaldo. E i goal non visti di Bierhoff, Pellissier e Muntari. E “mai schiavi del risultato”. E c’è ancora il ritorno. E occhio alla “remuntada”…