Es mi abuela.

Paracas, Perù. Come tanti gruppi di turisti, più o meno organizzati, siamo in fila dall’alba per salire sulle barche dirette alle Islas Ballestas. I fotografi si sfidano “machisticamente” a chi ha l’obiettivo più grande, i fondamentalisti della videocamera e gli ultras della Go-Pro si guardano in cagnesco. Ovunque, un tripudio di Iphone e selfie-stick.

Appena ci allontaniamo dalla costa, il piacevole fresco della mattina si trasforma in un freddo piuttosto pungente, e il rilassante sciabordio della Bahia de Paracas in onde vere e proprie.

Seduti dietro di me, un ragazzo ed una signora anziana, quasi scomparsa nel giubbotto di salvataggio d’ordinanza. Lui la abbraccia e le tiene lo scialle di lana sulle orecchie, per non farle soffrire troppo il vento. Ad ogni sosta, dopo aver aspettato pazientemente il placarsi dei “reporter”, le indica i leoni marini e i pinguini sugli scogli, i gabbiani e i pellicani in lontananza. Lei strizza gli occhi. Non so se li veda davvero a quelle distanze. Di sicuro, però, si fida di quel dito, e ne segue i movimenti.

Tornati al porto (dopo una manovra di avvicinamento al molo piuttosto complessa, il comandante oltre all’uniforme bianca non è che abbia molto del lupo di mare..), il ragazzo rifiuta in modo deciso l’aiuto di un marinaio. “Es mi abuela”, dice secco. “E’ mia nonna”. E la fa scendere.

E la cosa più bella da fotografare sarebbe stata quel “mi”.

Paracas, Perù, Diario di Viaggio

GP Singapore, disastro.

A mente (quasi) fredda:

  1. Grande partenza di Kimi Raikkonen e pessima di Vettel, che per difendersi da Verstappen (e visti i precedenti, in curva 1 sarebbe stato importantissimo non averlo a fianco) ha chiuso verso sinistra. Era primo, poteva farlo. Possiamo discutere l’esecuzione della manovra, non la legittimità.
  2. Raikkonen aveva completato il sorpasso su Verstappen, e aveva quindi tutto il diritto di allontanarsi dal muro spostandosi verso l’interno della pista.
  3. L’unico che avrebbe potuto evitare l’incidente era Max Verstappen. Alzando un po’ il piede, perdendo la posizione da Raikkonen e riguadagnandola, con grande probabilità vista la differenza di spunto inziale, su Vettel alla prima curva. Ma no, lui il piede non lo ha alzato. Non lo alza mai. E vai con l’ennesimo strike.
  4. Conoscendo al millesimo di secondo le condizioni meteo, non neutralizzare la partenza con pioggia battente su una pista illuminata artificialmente è una decisione assurda.
  5. Se però a prendere la suddetta decisione è ancora lo stesso direttore di corsa e delegato alla sicurezza che il 5 Ottobre del 2014 non ha interrotto il GP del Giappone, mentre sotto una pioggia torrenziale la gru-mobile su cui si è schiantato Jules Bianchi recuperava una Sauber ferma in piena via di fuga, non è assurda affatto.

Quindi, se Charlie Whiting e Max Verstappen volevano mettere le loro firme sul campionato del mondo beh, ci sono riusciti eccome.

Complimenti.

Roma-Atletico Madrid 0-0. Giochiamocela!

roma-atletico-madrid

Che meraviglia le serate di Champions League. Il calcio che conta, i riflettori, la sigla (anche se in fondo si capisce solo “the chaaaampioooons”). L’atmosfera tesa del big match, la consapevolezza di calcare palcoscenici prestigiosi, la voglia di confrontarsi con squadre che a queste sfide, a questi impegni sono praticamente assuefatte. E chissenefrega che ci poteva pure capità un girone migliore. Questo è. E allora, giochiamocela.

E ce la giochiamo. Pronti via, Bruno Peres galvanizzato dalla suddetta atmosfera (che evidentemente mai avrebbe pensato di respirare) galoppa sulla fascia in un portentoso coast-to-coast. Manco fosse Zappacosta. E infatti non lo è. Perciò, pallone perso, contropiede, cross teso al centro, Saul spara una legnata angolatissima dai sedici metri e i fantasmi di Bayern Monaco, Barcellona e Manchester United ci appaiono davanti agli occhi tutti in un colpo solo, di botto.

Però…

Però il pallone sfiora il palo e va fuori. Sono passati 2’36”, e davanti agli occhi c’è già passato tutto il film delle ultime performance europee.

0-0. Giochiamocela. E ce la giochiamo. Neanche il tempo di smadonnare per un tiro di Nainggolan che Oblak ferma con mignolo e rotula ( e culo!) che Koke si materializza solo al centro dell’area. Tiro incrociato a superare Alisson.

Però…

Però Manolas in scivolata respinge praticamente sulla linea. Batti e ribatti in area, l’urlo SPAZZAAAA viene avvertito anche sulla Stazione Spaziale Internazionale, e alla fine il sospiro più che di sollievo è di incredulità.

0-0. Giochiamocela. E ce la giochiamo. Dzeko e Defrel si liberano in area, e si cimentano nel tiro al parabrezza delle macchine parcheggiate su Lungotevere Cadorna (il primo) e in un surreale passo di tip-tap con tragicomico scivolone finale (il secondo). Ma ce la giochiamo. Griezmann, Saul e Koke a turno bullizzano Bruno Peres. Vietto pescato in verticale ripresenta a velocità supersonica davanti ad Alisson e scucchiaia con irrisoria facilità.

Però…

Però il portiere brasiliano stasera è in versione “tirate-come-ve-pare-tanto-le-prendo-tutte”. Che se lo vedessero a Seul je chiederebbero de parà pure i missili di Kim Jong-un. Scatto di reni, pallone deviato con la punta delle dita, isteriche reazioni di gioia.

Alisson Becker Roma-Atletico Madrid

0-0. Giochiamocela.

Giochiamocela con la difesa a 3, però. Anzi a 5, ancora meglio. Che è il 70 esimo e da 25 minuti non superiamo la metà campo. Dentro Fazio per Defrel (peccato perché il ragazzo nella danza acrobatica stava facendo bene) e tutti dentro l’area. La nostra.

Giochiamocela. Alisson fa pure il libero (e peraltro lo fa molto meglio di Juan Jesus), Nainggolan c’ha talmente tanti crampi che per fasciargli i quadricipite ci vuole una benda con cui una persona normale a carnevale si farebbe la maschera da mummia, Strootman, De Rossi, Kolarov e Bruno Peres (che te lo dico a fare?) inseguono a stento Ferreira Carrasco, Correa e Saul. Che al 92′ tira. Miracolo. Tira di nuovo. A porta vuota.

Però.

Machu Picchu. Pietra nella pietra, e l’uomo dov’era?

Pietra nella pietra, e l’uomo dov’era?

Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?

Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?

[Pablo Neruda, Alturas de Machu Picchu, da “Canto generale”, 1950]

Attraverso un concorso organizzato dalla società svizzera New Open World Corporation il sito archeologico di Machu Picchu (Perù) è stato inserito tra le nuove 7 meraviglie del mondo. Al di là del valore assolutamente non scientifico di questo riconoscimento, l’iniziativa infatti non era legata in alcun modo all’UNESCO, il fascino e la bellezza dell’antica cittadella inca sono assolutamente indiscutibili.

Tradizionalmente considerata un centro politico, religioso e amministrativo collegato alla capitale Cuzco per mezzo di una complessa rete di cammini, secondo un’ipotesi più recente era la residenza progettata dal sovrano Pachacutec, il sovrano che, grazie alle sue conquiste militari, può essere considerato il fondatore dell’impero Inca. Nonostante gli innumerevoli studi la reale funzione di Machu Picchu resta un mistero, così come il momento – e il motivo – del suo abbandono.

Ma è impossibile limitare ai dati storici, archeologici o etnografici, né a qualche misteriosa leggenda, quello che la vista di questo sito, così arroccato sulla montagna da sembrare tuttora inaccessibile, comunica a chiunque ne varchi l’ingresso.

Attraversare la Porta del Sole – l’Intipunku – al termine del trekking lungo il “Cammino Inca” è stato, per me, un salto indietro nel tempo. E credo davvero che la stessa cosa valga per tutti. Per chi sceglie di raggiungerlo a piedi, da solo o in gruppo. Per chi attende per ore, dalle prime luci dell’alba, i pullman che dal paesino di Aguas Calientes (oggi Machu Picchu Pueblo) si inerpicano tra i tornanti sterrati fino al sito archeologico. Per chi sceglie di visitarlo da solo. Per chi si affida alle (più o meno) esperte guide locali.

Un salto indietro nel tempo al 24 luglio del 1911. All’esatto momento in cui il piccolo Pablito mostrò all’esploratore americano Hiram Bingham, per la prima volta, le maestose rovine.

Lasciandolo incredulo, a bocca aperta.

Mezzogiorno era passato da poco e noi ci sentivamo completamente esausti, quando raggiungemmo una piccola capanna coperta d’erba, a un migliaio di metri sopra il fiume, dove numerosi e pacifici indios, piacevolmente sorpresi dal nostro inaspettato arrivo, ci diedero il benvenuto con stillanti zucche piene d’acqua deliziosamente fresca. A quanto pareva due capifamiglia indiani avevano scelto questo nido d’aquile per loro dimora. A farmi da guida, questi due mandarono un ragazzino.

Strisciammo nel denso sottobosco, ci arrampicammo per le terrazze e tra i bambù, dove la nostra piccola guida avanzava molto più facilmente di quanto non potessi fare io. Assolutamente inattesa, sotto un’enorme prominenza rocciosa, il ragazzo mi mostrò una grotta stupendamente rivestita di bellissime pietre: si trattava, evidentemente, di un mausoleo regale. Sulla vetta della prominenza poggiava un edificio semicircolare. L’andamento della costruzione seguiva la curvatura naturale della roccia, cui aderiva per mezzo di uno dei migliori esempi di opera muraria che avessi mai visto. Era senza dubbio opera di un artista. Le linee eleganti, la disposizione simmetrica dei blocchi di pietra, la sequenza digradante dei corsi, tutto contribuiva a produrre un magnifico effetto. Pareva un sogno, non riuscivo a credere ai miei occhi. Mi dicevo che questo muro e il tempio circolare fossero tra le più belle opere murarie del mondo.

Avevo un nodo alla gola. Cos’era quel luogo? E come mai nessuno finora ne aveva mai sospettato l’esistenza?

Il ragazzo ci indusse ad arrampicarci su per un ripido colle, sul quale prova ci fosse una scalinata di pietra. A una sorpresa, in quel luogo, ne seguiva subito un’altra.

Uno spettacolo da lasciare a bocca aperta…

[da The lost city of the Incas, Hiram Bingham]

Il sergente Carrasco, interprete di Bingham, e Pablito Alvarez.

appunti sparsi, in ordine sparso.