Archivi categoria: Renzi

Negare l’evidenza non ha senso.

Negare l’evidenza non ha senso.

Non ha avuto senso per il PSI nel 1992 negare come Mani Pulite stesse annientando il partito e il suo leader.

Non ha senso oggi, per il Partito Democratico, aggrapparsi alla – finora assodata – estraneità di Marino all’inchiesta Mafia Capitale. Non ha senso perchè l’evidenza è quella di un Partito che, a Roma, è già annientato. Dal malaffare che l’ha coinvolto, sicuramente. Ma anche dall’incapacità di dare un seguito alle promesse di “svolte epocali” nella gestione della città.

Nell’editoriale di oggi su “l’Espresso”, Luigi Vicinanza scrive: Roma appare una città fuori controllo. In tutti i sensi. Non c’è capitale in Europa così sporca, sciatta, prigioniera dell’incuria. Metropoli cosmopolita e arretrata. La cui Grande Bellezza – potenza evocativa di un Oscar – è assediata da una corona di spine di quartieri periferici, lontani dai palazzi del potere, dove cova un profondo malessere popolare.

Quindi, se il Partito Democratico ha a cuore Roma, deve lasciare Roma.

Se il Partito Democratico ha a cuore Roma, non deve temere di “perdere” Roma. Non deve nascondersi dietro Marino e alla sua estraneità ai fatti (ma anche estraneità a tutto e a tutti, vien da dire..) per paura della Meloni, di Marchini o di Di Battista.

Ma soprattutto, se il Partito Democratico ha a cuore Roma deve consentire ai romani di riprendersi quello che le cooperative della malavita e del malaffare gli hanno tolto giorno dopo giorno, amministrazione dopo amministrazione, giunta dopo giunta: dalla sicurezza ai beni culturali, al decoro, al verde, all’assistenza sociale.

E, aggiungo, se il Partito Democratico ha a cuore l’Italia, non può non assumersi – oggi – la responsabilità di rimettere Roma, la Capitale, su una strada che sia all’altezza degli impegni, delle scadenze e degli eventi che la politica mondiale impone. E se per tutto questo (che poi sarebbe la normalità…) il passo necessario, visto il costante “sfondamento a sinistra” di un’inchiesta nata a destra, è il commissariamento, è ora di rompere gli indugi.

Non credo che il prefetto Gabrielli possa essere la panacea per tutti i mali di Roma (e della politica a Roma). Credo però possa avere l’autorevolezza – a livello nazionale, cosa da non sottovalutare in una tale situazione – per liberare la strada dalle macerie che i barbari hanno lasciato.

Poi, solo poi, si potrà parlare del nuovo sindaco. E quindi, per me, soltanto di Roberto Giachetti.

P.s. Qualcuno mi dirà: hai cambiato idea? Ebbene sì, ho cambiato idea. E’ perché penso molto. E perchè contengo moltitudini.

“di iscritti e di elettori”.

Il dilemma, in effetti, è atroce. Da non dormirci. Meglio un partito con più iscritti o uno con più elettori? 

Il Pd è un partito “di iscritti e di elettori”.

Lo dice lo statuto, lo ricorda Bersani e, su Twitter, rincara la dose uno strepitoso Stefano Fassina.

Due che di iscritti se ne intendono.

Di elettori invece…Schermata 2014-10-04 a 16.53.06

Le vittoriose sconfitte

Il Pd ha perso il ballottaggio a Livorno. E a Perugia, Potenza e Padova.

Ok. Sembra assurdo ma è l’evidenza.

Ci deve ragionare, il Pd. E soprattutto Matteo Renzi. Che senza dubbio deve finire di scardinare quelle che – a mio avviso perfettamente – il segretario ha definito “vecchie rendite”. Ma che deve anche leggere questi risultati come un segnale chiaro: in questo momento a nessuno si perdonano “perdite di tempo” e “tentennamenti”. E proprio per questo: riforme, subito. E risultati, ancora prima.

In modo che poi, senza le vecchie rendite, si vinca ancora meglio. Anche a Livorno, a Perugia, Potenza e Padova.

P.S. La battuta “la sinistra perde Livorno. Ma non c’era già il Pd??” era un po’ scontata, ma mi ha fatto ridere parecchio!

“Totocalcio” e “Palio di Siena”. Riflessioni sulle elezioni europee.

Al netto dell’ inconsistenza politica dal proprietario del M5s, gli anatemi lanciati durante l’esibizione sul palcoscenico sapientemente allestito dal complice Bruno Vespa (altro che Santoro-Berlusconi…) hanno apertamente palesato come voglia traformare il voto europeo di domenica in un triplo referendum su Governo, Napolitano (e le larghe intese), e sul Pd.

[NDR. In particolare sul Pd. Che è ormai diventato il nemico numero uno dei pentastellati, il male assoluto. Come se poi – permettetemi la battuta – avesse mai fatto male a qualcuno, il povero Pd, se si esclude il fegato dei suoi militanti…]

Come nel più banale totocalcio, le opzioni sono tre: 1, X, 2.

OPIZIONE 1. Dando per assodato il collasso di Forza Italia (a cui comunque non credo finché non lo vedo) possiamo considerare una vittoria del Pd ottenere un risultato di qualche punto percentuale superiore al M5s.

Dico senza timore, però, che se il Pd scendesse sotto il 31% farei comunque fatica a considerarla una grande vittoria…

Comunque, in questo caso il “comando del gioco” tornerebbe in pieno a Renzi. A cui però consiglierei di accelerare (e molto) sulla approvazione della nuova legge elettorale e sulla riforma del Senato. Per non dare l’impressione che alla luce di un risultato elettorale positivo, preferisca arroccarsi su poltrone e posizioni acquisite, perdendo lo slancio “innovatore” che innegabilmente, comunque la si pensi, ne ha caratterizzato l’ascesa.

Certo, in questo caso bisognerebbe chiedersi cosa ne sarebbe del M5s. Beninteso, non come forza politica, ma come “tipo” di forza politica. Potrebbe sbocciare davvero, definitivamente (e democraticamente, vien da dire..) indipendente dal duo Grillo-Casaleggio, che finora, per strategia o per tornaconto, lo hanno reso solo un megafono di cattiveria, acredine, bullismo e qualunquismo. Ridando sostanza a quei “ragazzi molto preparati” di cui Grillo parla, di cui si fa scudo (spesso), grazie a cui si fa forte (sempre), ma a cui toglie spazio, indipendenza e margine di iniziativa politica.

OPZIONE 2. A una vittoria del M5s mi interesserebbe anche assistere. Se stessi leggendo un libro di Isaac Asimov. In realtà rabbrividisco, al solo pensiero.

Grillo durate le sue performances ha più volte ventilato l’ipotesi “assedio al Quirinale”come l’unica percorribile. L’unica valida per pretendere lo scioglimento delle camere, le dimissioni del Presidente della Repubblica, elezioni ecc. ecc.

Ora, sorvolando sui modi fascisti con cui l’ipotesi è stata prospettata, politicamente cosa cambierebbe? Un cambio di maggioranza? Un radicale e immediato cambio di rotta e di corso? Ne dubito. Nuove elezioni porterebbero alla stessa situazione di impasse vissuta nel 2013. Della serie, “cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia”. Si badi, non sto dicendo che non voglio nuove elezioni o che ne ho paura [specificazione ad uso e consumo deiprofessionisti della polemica sterile], né che mi scandalizzerebbe vedere Grillo (o chi per lui) alle prese con la formazione di un governo. E’ la politica. Dico solo che – giocoforza – il governo sarebbe nuovamente di larghe intese.

Anzi, quasi quasi me lo immagino, mentre tra due ali di fedeli adepti (e rigorosamente in streaming), si affanna nel ruolo di novello Gargamella, Ebetino ecc..

OPZIONE X. E se invece la strategia di Grillo e Casaleggio fosse quella di puntare proprio al pareggio? Vedi troppo calcio Loré, e soprattutto troppo Mourinho, direte voi. Eppure, secondo me, questo è il centro della strategia di Grillo. [Ulteriore specificazione: di Grillo, non dei militanti del M5s, perché non li insulto né li disprezzo]. Un eventuale risultato di partità (punto percentuale in più o in meno) tra Pd e M5s non farebbe altro che far risorgere Berlusconi, rendendolo ago determinante di una delicatissima bilancia, sui cui piatti Napolitano dovrà pesare una nuova “larghissima” intesa di governo (Pd, Ncd, Forza Italia ecc.) con gli obiettivi di sempre e la perenne ingovernabilità garantita da nuovi risultati elettorali.

E a poco più di un mese dal semestre italiano di presidenza europea che cosa sceglierà Napolitano?

Un pareggio, dunque, rifornendo di benzina il serbatoio (ormai praticamente a secco) delle larghe intese, garantirebbe a Grillo e ai suoi metodi ancora nuovo spazio e nuova linfa.

Quella di Grillo non è una rivoluzione, quindi. Non ci va nemmeno vicino.

E’ solo l’ennesima edizione della politica alla “Palio di Siena”. Del fare di tutto perché comunque, alla fine, non vinca la contrada nemica.

Per tutto il resto, poi, basta un bel “Vaffa-Day”.