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Incalzante, angosciante, perverso: Uccidi il Padre.

Sandrone Dazieri abbandona il noir – e il suo personaggio, il “Gorilla” – per il thriller. E quella che realizza con “Uccidi il Padre” è una prova d’autore di alto livello, capace di evitare le rocambolesche soluzioni e le esagerazioni che spesso in Italia caratterizzano (e “americanizzano” negativamente) il genere.

Sandrone Dazieri, Uccidi il Padre - Mondadori.
Sandrone Dazieri, Uccidi il Padre – Mondadori.

La trama è sempre credibile nonostante i drammatici (e agghiaccianti) eventi che danno il via all’azione. Colomba Caselli è un’ufficiale di polizia, in aspettativa dopo che un’operazione da lei condotta in Francia è finita tanto tragicamente da essere chiamata “il disastro”. Dante Torre è l’ex “bambino del silo”: rapito a 6 anni e rinchiuso in un granaio fino all’adolescenza quando, nell’unica distrazione del suo aguzzino, è riuscito a scappare. E “Il Padre” è l’orrore da fermare, l’ex carceriere di Dante tornato a rapire bambini e a lasciare, dietro di sé, una striscia di sangue.

Ma quella di “Uccidi il Padre” non è solo una caccia al serial killer. È un’indagine tra coperture, inganni, segreti, complotti militari e esperimenti farmaceutici senza scrupoli. È una lotta serrata contro il tempo. È la ricerca, per i protagonisti, di risposte che facciano luce sugli angoli più bui delle loro vite.

Risposte che arrivano, ma che l’autore  – perversamente, viene da pensare – trasforma in nuove domande.

Una mutevole verità.

Una mutevole verità, Gianrico Carofiglio, Einaudi.
Una mutevole verità, Gianrico Carofiglio, Einaudi.

Il personaggio è interessante. Il maresciallo Pietro Fenoglio ha tutte le qualità del buon investigatore e quella malinconia di fondo che lo rende, agli occhi degli altri personaggi e a quelli – ipercritici – dei lettori appassionati del genere, “una brava persona”. Piemontese trapiantato a Bari, appassionato di musica classica e letteratura, a disagio con le armi, capace di ascoltare senza pregiudizi. Un personaggio “delicato” in un contesto “ruvido”, “di sangue”.

Detto questo, la storia che lo stesso Carofiglio presenta come “la cosa più vicina al poliziesco classico che abbia mai scritto”, non è un granchè. Il colpevole si intuisce subito, e anche il movente è piuttosto facile da immaginare. E per un “poliziesco classico” non è il massimo. Non ho apprezzato, poi, la citazione dell’Avvocato Guerrieri (il personaggio più famoso dell’autore). Una sorta di cameo finale, ma inutile ai fini della trama.

 Insomma: carino, ma nulla di più. Mi aspettavo di meglio.

Il telefono senza fili.

I personaggi e i luoghi sono sempre gli stessi. Toscana, località “Pineta”. Massimo, il proprietario del “Barlume”. E Ampelio, Pilade, Aldo e Gino, i quattro vecchietti (anzi, “vecchiacci”) che tra battute, commenti più o meno riferibili, partite a carte e a biliardo, passano sulle sedie del Bar talmente tanto tempo da considerarlo quasi di loro esclusiva proprietà.

Marco Malvaldi, Il telefono senza fili, Sellerio.
Marco Malvaldi, Il telefono senza fili, Sellerio.

Intorno a loro si susseguono omicidi, occultamenti, truffe, suicidi e raggiri, come solo nella Cabot Cove di Jessica Fletcher. Ma proprio l’equilibrio sottile tra il giallo (alla “Montalbano”, per intenderci) e la serialità è una delle caratteristiche che apprezzo maggiormente delle storie, e della prosa, di Malvaldi. Attenzione al particolare, dunque. All’enigma, alla struttura portante di ogni giallo che si rispetti (vittima-movente-colpevole), ma anche all’uso sdrammatizzante del dialetto, del linguaggio colloquiale, delle dinamiche “da bar” (appunto!) che fanno sorridere sempre e, a volte, proprio ridere di gusto.

Queste storie (Il telefono senza fili come La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi e La carta più alta) “dissetano”. Non hanno la ricercatezza dello champagne, ma neanche la grossolanità industriale delle bibite in lattina. Sono come un bicchiere d’acqua frizzante fredda in un pomeriggio afoso d’estate: rinfrescano, e gratificano.

Il “Manifesto degli economisti sgomenti”.

Nato in Francia nel 2010 per iniziativa di economisti e ricercatori riuniti nell’Associazione “Les économistes atterrés”, e successivamente tradotto e pubblicato in Italia (prima come ebook da “Sbilanciamoci!”, poi da Minimum Fax), il “Manifesto degli economisti sgomenti” è una interessante riflessione sul mondo finanziario e sulle politiche economiche europee.

Nonostante sia di parte (molto), fortemente anti-liberista, ha il pregio di essere una “voce” (anzi, un insieme di voci) estranea ai canali canonici dell’informazione economica ufficiale dei governi o delle istituzioni finanziarie internazionali. Può quindi permettersi messaggi ed esempi diretti, senza tecnicismi o supponenti “latinorum”.

Per ogni tematica affrontata (e la visione di parte è confermata dalla costante definizione di “falsa certezza n°..”) vengono proposte una serie di contromisure, lontane dagli schemi e dalle decisioni prese dagli organismi internazionali. In alcuni casi però, alle approfondite analisi dei problemi non corrispondono altrettanto approfondite soluzioni, lasciando così l’idea di un “manifesto” troppo ideologico e poco attuale.

Di sicuro una delle considerazioni alla base del libro ha il pregio di spingere, comunque la si pensi, ad una riflessione fondamentale: uno stato può dirsi in fallimento nel momento in cui, per tutelare i propri cittadini e il loro futuro, smette di pagare interessi agli speculatori internazionali o quando, al contrario, per pagarli taglia le spese per la scuola pubblica e la ricerca, chiude ospedali e teatri e non riesce a dare lavoro ai giovani?

“Il nuotatore”, voleva essere un grande thriller.

Tradotto in 28 lingue in pochissimo tempo. Un numero enorme di copie vendute in tutto il mondo. Il nuotatore si presenta come un thriller classico, ricco di suspense e colpi di scena.

Il nuotatore, Joakim Zander, Bompiani.
Il nuotatore, Joakim Zander, Bompiani.

Ad attirarmi, oltre al titolo a me particolarmente affine, è stata – dopo averlo sfogliato un po’ – la narrazione affidata a voci diverse (in questo caso tre). Espediente che, in altri libri dello stesso genere, mi aveva colpito positivamente. E in effetti, per quanto inizialmente risulti complicato seguirne l’intreccio, la storia diventa, capitolo dopo capitolo, molto coinvolgente. Probabilmente grazie alle sue esperienze lavorative l’autore, Joakim Zander (avvocato svedese con incarichi in Medio Oriente e a Bruxelles), riesce a creare un contesto politico-lobbistico degno dei migliori legal-thriller e delle migliori spy-story. Purtroppo però gli ultimi capitoli non mantengono lo stesso livello. La storia sembra troncata in fretta, con una sparatoria che, più che ai grandi esempi del genere somiglia a quella di un film western: bang bang bang e i buoni vincono.

Peccato.

Poi, solita annotazione da “rompiscatole”: l’autore in primis, e poi il traduttore, dovrebbero stare molto attenti alle ripetizioni. Lo stesso aggettivo ripetuto tre o quattro volte in una pagina trasmette la sensazione di un lavoro affrettato e sciatto, più affine a un “libro nel cassetto” autoprodotto che a quella di uno di successo in tutto il mondo.