Miss Shepherd è un’anziana e burbera signora. Una “barbona”, potremmo dire. Poco avvezza alla cura dell’igiene personale, all’ordine e alla gentilezza. Accumula cianfrusaglie e immondizia in sacchi di plastica che stipa nel furgone dove vive. Furgone che, per inciso, è parcheggiato nel giardino di Alan Bennett. E’ lui, infatti, che, sotto forma di un diario (anche se aggiornato saltuariamente) racconta la difficile convivenza. Senza far mancare le stoccate tipiche dello humor inglese sui modi scontrosi (e gli insopportabili fetori) di Miss Shepherd, Bennett con delicatezza ed eleganza racconta una fragile amicizia tra un integrato e un’emarginata. Tra un normale che vorrebbe sentirsi dire “grazie” e un diverso che, a modo suo, pensa di dirglielo.
La domenica prima di morire andò a messa, cosa che non succedeva da molti mesi; il mercoledì mattina aveva acconsentito a farsi fare un bagno, a mettersi dei vestiti puliti e a coricarsi nel furgone con delle lenzuola pulite; e la notte stessa morì. (….) Non era stato il bagno a uccidere Miss S., come avevo ipotizzato scherzosamente; lasciarsi lavare e rivestire era stata insieme una preparazione alla morte e la sua accettazione.
Era tanto che non leggevo qualcosa di Benni. Eppure ho riconosciuto subito, fin dalle prime pagine, le parole, le immagini, addirittura – mi viene da dire – gli odori dei personaggi e dei luoghi descritti. Il fumo denso di una sala biliardo, il sapore aspro dei resti degli amari lasciati nei bicchieri, il forte odore di pesce dei vestiti dei pescatori.
Sono due racconti. Anzi no, sono due storie, molto più di due semplici racconti. Quasi due romanzi in miniatura, arricchiti dalle delicate illustrazioni di Luca Ralli.
La storia di Pantera, la giovane campionessa di biliardo che sconfigge i campioni (o i presunti tali) dell’Accademia dei Tre Principi, e quella di Aixi, la giovane pescatrice che accudisce il padre malato, hanno in comune il bivio, la scelta. Una scelta fatta – forse subita – che ormai appartiene al passato, quella di Pantera, e una da fare, rivolta al futuro, quella di Aixi.
Il mondo non mi deve nulla, Massimo Carlotto edizioni E/O.
Lise è una croupier tedesca. Ha girato il mondo, ha amato e vissuto. Era ricca, ma ha perso tutto. Stesa sul divano aspetta che qualcuno, magari un ladro attirato dalla finestra lasciata ostentatamente spalancata, in cambio dei suoi ultimi risparmi le stringa il foulard sulla gola fino a strangolarla.
Adelmo è un ex operaio costretto dalla crisi a reinventarsi topo d’appartamento. Attraversa Rimini in bicicletta, canticchiando, alla ricerca di una casa da svaligiare che non lo faccia sfigurare agli occhi di Carlina, la sua compagna. Ma Adelmo è un ladro particolare. Indeciso, insicuro, anche poco sveglio. Che però più che voglia di rubare ha voglia di vivere e di non arrendersi.
Il loro incontro è quello tra due opposti. Tra chi pensa di non avere più crediti da riscuotere e chi, invece, si ostina a cercare un motivo per andare avanti.
Oslo è sconvolta dai delitti del “macellaio dei poliziotti”. L’hanno chiamato così per la violenza inaudita con cui si accanisce sulle sue vittime, tutti poliziotti attirati e uccisi sui luoghi di crimini irrisolti su cui avevano indagato.
Ma chissenefrega, in fondo.
Jo Nesbo, Polizia. Einaudi.
Perché il punto è sapere che fine ha fatto Harry Hole, che nell’ultimo capitolo de “lo Spettro”, con due pallottole in pancia e una – probabilmente – in testa, cadeva a terra pensando Finalmente è tutto finito. Il punto è sapere che fine ha fatto Oleg, il figliastro di Harry, se così si può definire il figlio di una (ex) fidanzata devastato dalla tossicodipendenza che, peraltro, è quello che ha sparato. Il punto è capire chi è quella persona in coma, per ferite da arma da fuoco, attorno a cui ruota la prima parte del libro.
A questo punto, se avete intenzione di comprare “Polizia”, se lo avete iniziato, se lo avete dimenticato sotto altri libri sul comodino, non continuate a leggere questo post perché – ebbene sì! – ho intenzione di spoilerare un po’.
Perché è quando la trama si è già intrecciata e “il Macellaio” sembra già inafferrabile che Katrine Bratt ci porta in un’aula della scuola di polizia ad assistere alla lezione di un docente con una cicatrice che come una crepa nel ghiaccio partiva dall’angolo della bocca e arrivava all’orecchio, un’altra sulla gola, sembrava una ferita da coltello e un’altra ancora sul lato della testa all’altezza delle sopracciglia, poteva essere stata causata da una pallottola. Non è morto. E non è in coma. Harry Hole è vivo. E meno male perché io, in tutta franchezza, ancora mi devo riprendere dalla fine tragica della “Trilogia di Montale” di Izzo.
Il libro è duro. Violenza, crimini e tradimenti. E come sempre Harry Hole è in bilico tra l’arrampicarsi (a fatica) verso la felicità o lasciarsi precipitare nel dolore. Tra il caffè e la bottiglia. Tra costruire qualcosa di stabile, di bello, o distruggere tutto. E distruggersi.
Il Libro è rabbia cieca: Faceva tanto male, così male che non riusciva a respirare, così male che dovette piegarsi su sé stesso, come un’ape morente con il pungiglione strappato. E udì un suono sfuggirgli dalle labbra, come se fossero di un straneo, un lungo ululato che riecheggiò per il quartiere immerso nel silenzio.
Ma è anche serenità: Poi Rakel sorrise. E Harry si accorse di sorridere a sua volta, senza sapere chi dei due avesse cominciato. Lei tremava un pochino. Stava ridendo dentro di sé, e la risata stava montando così rapidamente che da un momento all’altro sarebbe esplosa.
E’ un gran bel libro. Quindi, se avete intenzione di comprarlo, fatelo. Se lo avete iniziato, finitelo. Se lo avete dimenticato sul comodino, correte a leggerlo.
Il problema di Giampaolo Pansa non è la sua conclamata partigianofobia. Neanche la sua ossessione da accerchiamento comunista. Tantomeno la sua sconfinata idolatria per il “duce-portatore-di-ordine”.
Il problema di Giampaolo Pansa è che, nonostante la veneranda età raggiunta, non ha ancora capito che è proprio grazie alla Resistenza che, oggi, può liberamente scrivere i suoi libri, promuoverli sui giornali, in televisione e alla radio e venderli (dice) a 95.000 persone.
Poi c’è da dire che, probabilmente, la Rizzoli farebbe bene a convincerlo a cambiare argomento. E non perchè i temi che affronta diano fastidio (sarebbe un riconoscimento assolutamente fuori luogo). Ma perchè, da un punto di vista strettamente storiografico, la sua analisi risulta, ogni volta di più, estremamente superficiale.
P.S. Un’ultima considerazione, in merito alla sua frase “ogni italiano è figlio o nipote di un fascista”. Ecco, ne sottragga tranquillamente uno.