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LDAPOST della domenica #41- c’è di peggio – Roma-Juve 0-1.

Che i risultati di queste ultime partite siano ininfluenti, non c’è dubbio.

E meno male.

Perchè la seconda sconfitta consecutiva rovina tutte quelle vanesie considerazioni su compattezza, concentrazione, cattiveria agonistica e impenetrabilità difensiva che, diciamoci la verità, pur non equivalendo a un trofeo (né avvicinandosi a una vittoria), dopo due anni di asturiano e boemo martirio, quantomeno riconsolavano.

A questo, poi, va aggiunto il goal preso all’ultimo minuto da Osvaldo. L’ex insultato, deriso, vaffanculato da tutto l’Olimpico e umiliato pure dal suo allenatore che, per scelta tecnica e tricologica invidia, lo bolla come riserva delle riserve facendolo partire dalla panchina anche in una partita che vede in campo (da una parte e dall’altra) proprio una pletora di riserve. Ecco, dunque, l’esemplificazione migliore di quel talento innato della Roma nel riuscire a trovare il modo di trarre il peggio del peggio da un risultato già comunque ampliamente schifoso. Aggiungere sempre quel pizzico di rodimento di culo in più, a un già vorticoso roteare di palle. Quel guizzo, quell’idea, quel condimento unico per rendere sempre memorabile il sapore di ogni sconfitta. Anche la più insignificante.

Che poi, comunque, c’è di peggio. Fossi nato in Portogallo sarei stato senz’altro del Benfica.

Siviglia-Benfica Finale Europa League

LDAPOST della domenica #40 – La bellezza dell’imperfezione – Catania-Roma 4-1

Abbiamo perso. Male.

Cè poco da fare, è così.

giocondaPerò dov’è la bellezza, se non nell’imperfezione che caratterizza un volto, un corpo, una vita? O una squadra. Questa squadra, soprattutto. Che perfetta non è stata mai e probabilmente mai lo sarà. Perchè la perfezione è roba di cervello, la Roma invece è roba di cuore. De core.

La sconfitta di Catania non è una vergogna. E’ il leggero e sfuggente strabismo della Gioconda, è l’abbondanza delle forme dell’Afrodite accovacciata.

E’ My mistress’ eyes are nothing like the sun di Shakespeare.

 

LDAPOST della domenica #39 – Pesce d’Aprile – Roma-Milan 2-0

M’hanno fatto un pesce d’aprile in ritardo.

M’hanno fatto credere che venerdì 25 si giocasse Roma-Milan. Che è sempre stata una partita spettacolare, a prescindere dalla differenza di classifica tra le due squadre. Una bella serata di calcio, quindi, per un giorno di festa.

Eh. Tra due squadre però.

Perchè Roma-Milan e’ stata questo. E questo. Per me è soprattutto questo. Ma è anche una partita che è stata decisa da Gullit, da Shevchenko o da Ibrahimovic. Non da giocatori qualsiasi.

Solo che il 25 Aprile, all’Olimpico, a giocare contro la Roma non c’ho trovato il Milan, ma una squadra di dilettanti.

 

LDAPOST della domenica #38 – La firma e la storia – Fiorentina-Roma 0-1.

Se ce l’avessero detto in Estate, non c’avremmo creduto. Neanche il piu’ inguaribile ottimista avrebbe potuto credere che, dalle macerie della Roma “Baldiniana” si sarebbe arrivati alla Champions conquistata con 4 giornate d’anticipo.

Non solo la Champions, ma l’accesso diretto alla Champions, senza quell’angosciante turno preliminare che avrebbe tutto per rovinarci l’ultimo scampolo d’Estate.

E per confermare questa resurrezione dalle ceneri di uno zoppicante progetto iniziato sulle Asturie, passato per la Boemia e disastrato dalle “tattiche” di un “tattico”, non c’era niente di piu’ adatto del weekend di Pasqua. Con il Napoli che, per l’ennesima volta, ha confermato la sua natura inconcludente e sopravvalutata, e la Roma quella accorta, concreta e determinata, in grado di controllare e dominare gli avversari piu’ diversi sia in casa che in trasferta.

La Fiorentina c’ha provato, nonostante l’attacco spuntato (senza Gomez e Rossi) ha provato a puntare la difesa giallorosa con gli uno contro uno di Quadrado, le piroette di Pizarro e gli inserimenti di Aquilani. Scelta sbagliata. Perchè la difesa tutta brasiliana ha retto l’urto senza scomporsi, De Rossi l’ha protetta alla perfezione con una prestazione degna dei “vecchi tempi” con palloni rubati e rapide impostazioni, Totti trovava continuamente spazio tra le linee per lanciare gli esterni, e Gervinho con sapienti tocchi di stinco e malleolo vanificava quanto appena descritto.

Tutto normale quindi.

Finchè Ljajic, risvegliatosi di colpo da un torpore semestrale, inseguito da un numero imprecisato di maglie viola ha servito l’inserimento di Nainggolan che, in scivolata, faceva 1-0.

Partita finita.

Oddio, in realtà restava il tempo per commuoversi. Vedendo De Sanctis uscire in presa alta. Con il ginocchio piegato a proteggere la presa. Era dai tempi di Cervone che non accadeva. E vedendo la grinta di Rudi Garcia fine partita. Perché pure della rabbia agonistica e della voglia di combattere per il risultato che un allenatore deve trasmettere negli ultimi due anni s’erano perse le tracce.

E allora, perché mi rimane ‘sto senso, latente, di insoddisfazione?

Perché se me l’avessero detto in estate – è vero – non c’avrei creduto e c’avrei messo la firma.

Non c’avrei creduto se m’avessero detto che la Roma, quella del post 26 maggio, senza Osvaldo, Lamela e Marquinhos, avrebbe lasciato il Napoli dei milioni di De Laurentis, del plurititolato Benitez e di Higuain a 14 punti di distanza; che avrebbe inanellato una serie iniziale di 10 vittorie consecutive (e una, finale, ancora in divenire); che avrebbe annichilito con tonnellate di punti di distanza (e un esonero) Allegri e Mazzarri, i due allenatori che in estate l’hanno derisa e (per fortuna) rifiutata.

Che quegli altri, quelli biancoblu che si agitano gridando “coppanfaccia” e vestendo felpe “Lulic71” che già a settembre sapevano di vintage, manco li avrebbe visti. Perché quando stai in cima a un grattacielo è difficile distinguere un passante qualunque sul marciapiede, pure se smania e te chiama a gran voce cercando attenzione e considerazione.

Non c’avrei creduto se m’avessero detto che sarebbe stata la miglior difesa e il secondo miglior attacco.

E che con la miglior difesa e il secondo miglior attacco lo scudetto non lo avrebbe comunque vinto.

Ma vabbè. E’ storia. La nostra.

E forse proprio per questo:

ti amo