Tutti gli articoli di lorenzoisonline

LDAPOST della domenica. Roma-Sassuolo 2-2. Lettera aperta all’AS Roma (in rima baciata).

Spett.le AS ROMA

Piazzale Dino Viola, 1 – 00128 Roma

Alla cortese attenzione della Società.

Gent.mi,

per quanto – per carità – ce se possa pure provà, a calcio senza portiere e senza centravanti nun se po’ giocà.

Nemmeno in parrocchia, figuramose in Serie A.

Vedete un po’ che potete fa’.

Cordialità.

La pentola a pressione della Capitale.

L’inchiesta “Mondo di mezzo” mi ha fatto venire in mente questa immagine, una pentola a pressione lasciata sul fuoco a cuocere il mix dei migliori ingredienti che l’attualità italiana è in grado di proporre: piccola, media e grande criminalità miscelata sapientemente con i gangli più ributtanti della politica. E, di conseguenza, ha aperto tre scenari.

Se il sindaco Marino ha lasciato sul fuoco fino ad ora questa pentola prestandosi ad aprire, periodicamente, la valvola per consentire che la cottura di affari ed interessi procedesse a puntino, si dovrebbe dimettere. Subito.

Se il sindaco Marino è stato un cuoco così distratto da aprire la valvola della pentola senza sapere cosa i precedenti “colleghi” avessero lasciato sul fuoco, si dovrebbe dimettere ancora prima.

Se invece, come credo, questa pentola a pressione di crimine è esplosa proprio perché Marino, con tutta la sua grossolana supponenza e la sua antipatica prosopopea, si è rifiutato di aprire la “valvola” (ne scrivevo qui, a proposito della manovra d’aula), allora il commissario giusto per il Comune di Roma è proprio lui. Perchè adesso ha davvero l’occasione di azzerare la giunta e ricostruirla assessore su assessore, ruolo su ruolo, uomo su uomo, tecnico su tecnico. Senza guardare l’appartenenza politica, senza dover rispondere a squallide logiche compromissorie di partito (ne parlavo sempre qui, concludendo a proposito del Partito Democratico romano ). E cominciando, finalmente, a trasformare Roma.

Perché nel momento in cui sembra davvero che fanno tutti schifo e so’ tutti uguali non può passare la tesi per cui di questo “schifo” fanno parte – o, come urlano molti, sono complici – anche gli elettori, gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti del Pd.

Auspico quindi che Orfini azzeri – subito! – i tesseramenti. Che Marino azzeri la Giunta e la ricomponga con tecnici ed esponenti della società civile.

E che il Partito Democratico di Roma diventi, finalmente, attore protagonista di un cambiamento, non di uno sfacelo.

Attualità di una vecchia sconfitta.

Il breve e appassionato libro di Ermanno Rea può essere considerato una parentesi del precedente Mistero Napoletano. Uno scritto approfondito, a metà tra l’inchiesta e il giallo, sulla storia di Guido Piegari, fondatore e intellettuale di riferimento del Gruppo Gramsci (attivo a Napoli dal 1940 al 1954) che nelle appassionate riunioni nell’aula IV della Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli, discuteva ed elaborava idee dissonanti da quelle del PCI di Togliatti e, soprattutto, da quelle del Movimento per la Rinascita di Giorgio Amendola.

Ermanno Rea, Il caso Piegari, Feltrinelli.
Ermanno Rea, Il caso Piegari, Feltrinelli.

Piegari, in un documento del 1954, tratteggia quella di Amendola come un’organizzazione che si proponeva come autonomo centro di coordinamento di tutte le lotte e le rivendicazioni nel Sud Italia, quasi “concorrenziale” con il PCI nazionale, una sorta “mina vagante” che minacciava la compattezza dello stato al solo scopo di creare un vero e proprio blocco – al sud – di potere autonomo. Quello elaborato dal Gruppo Gramsci, invece, era un meridionalismo basato sull’integrazione politica dell’Italia nel segno dell’egemonia operaia alleata ai contadini e ai sottoproletari meridionali. Gli stessi termini – come mette giustamente in evidenza Rea – della polemica tra chi auspica un’Europa politicamente compatta (unica politica estera, unico centro decisionale) e chi la vuole disunita, frammentata in tanti stati ognuno dei quali intento esclusivamente al proprio tornaconto. Secondo l’autore fu anche lo stile del documento – lungo e francamente illeggibile – a spingere Togliatti ad avallare la tesi amendoliana (o meglio, a non prestare la dovuta attenzione alle istanze del Gruppo Gramsci) emarginando e condannando senza appello, fino all’espulsione dal partito, il “pazzo” Piegari.

Ho trovato particolarmente significativa – e in un certo senso “chiarificatrice” – la trascrizione di una risposta data all’autore da Ugo Feliziani, legato a Piegari da un’intensa amicizia, alla domanda su cosa fosse e volesse il Gruppo Gramsci: cerco di spiegarmi con un esempio. Quando uscì il film Senso di Luchino Visconti a me piacque molto. A gli altri, invece, piaceva Pane, amore e fantasia. La cultura comunista di allora tendeva insomma a rimuovere tutto quanto era oggetto di approfondimento e di ricerca a livello europeo solo perché non rientrava nel filone illuministico, non si iscriveva nella tradizione razionalistica.

LDAPOST della domenica. Roma-Inter 4-2. Per tacer del cane.

Quando te rendi conto che a quel fottuto ultimo secondo di quel fottutissimo ultimo minuto (istante che, da ‘na vita, te manda per traverso le serate) a qualcuno je va sempre l’acqua pe’ l’orto, l’avvicinamento al posticipo con l’Inter non può che essere l’esegesi del rodimento di culo. Intendendo per “rodimento di culo” la somma di una serie di fattori che, da soli, basterebbero per annientare speranze e ambizioni di tifoserie sicuramente più assuefatte al profumo di vittoria. E cioè: vittoria all’ultimo sculatissimo secondo della Juve + ritorno di Mancini sulla panchina dell’Inter + un ex che tuttosommatoalpostodeColemeandavabenepureDodò. Per tacer del cane (avrebbe chiosato Jerome Klapka Jerome se Osvaldo avesse giocato alla fine dell’Ottocento).

Se poi dopo essere andato in vantaggio grazie agli strappi di Ljajic e Gervinho prendi il goal del pareggio su un calcio d’angolo lento, un salto ancora più lento e un colpo di testa lentissimo, beh le madonne con cui m’ero già approcciato alla partita, da gementi preci diventano rombi da Formula 1.

E se al goal della vita di Holebas (che, con la sua storia strappalacrime di ragazzo-padre destinato ad una vita da falegname, si candida già a sostituire Tarzan Annoni in quello spicchio di cuore che ogni tifoso riserva ai terzini tutti grinta-e-piedi-di-ghisa) segue una rocambolesca deviazione su un tiro che sarebbe andato fuori, il rombo da Formula 1 dei vaffanculo diventa quello di un Boeing in fase di decollo. Ha pure cominciato a piovere e, si sa, piove sempre sul bagnato. E infatti il tiro (che sarebbe andato fuori) era proprio del cane sopracitato, con conseguente corollario de mitraje, mani alle orecchie e dita sulle labbra.

Ma siccome il ragazzo non ha certo nel quoziente intellettivo la sua dote migliore ed è piuttosto incline ad autocelebrarsi con esultanze smodate a risultato tutt’altro che acquisito, mentre ancora se sistema il codino e s’alliscia i baffetti, Gervinho e Totti portano a ballare tutta la difesa dell’Inter (il capitano improvvisa pure un passo di breakdance e da terra regala un assist che almeno ¾ de Serie A non riuscirebbe a fa’ in piedi e a gioco fermo) e Pjanic fa 3-2.

Che poi la questione non sta nemmeno nel goal o nell’assist.

Perché al 30° del secondo tempo Totti fa, come fosse la cosa più naturale del mondo, un cambio di campo di 40 metri. Preciso. Anzi no, precisissimo. Neppure. Perfetto. Ecco, sì. Fa un cambio di campo di 40 metri perfetto. Talmente perfetto che se a questo mondo la dignità valesse qualcosa, se esistesse ancora il concetto di amor proprio, ecco…allora Osvaldo se sarebbe dovuto levà gli scarpini, la maglia e, imboccata l’uscita (possibilmente di servizio), dedicare ad un’onesta vita da musicista di strada.

Sarebbe finita qui, se la Roma non avesse inspiegabilmente deciso di non affondare il colpo decisivo. Iturbe in due minuti sbaglia due goal che, visti i recenti precedenti, fanno venire brutti pensieri. Gervinho mette in mostra tutto il suo repertorio, quello fatto da giocate a velocità supersonica da fenomeno e tocchi goffi e maldestri alla Fabio Junior.

Chi invece il tocco ce l’ha davvero da fenomeno è Pjanic. Punizione, e a posto così.

Finisce 4-2.

Anzi, no. Finisce che Osvà, la mitraja falla su sto c***o.

La regola dell’equilibrio

Con “La regola dell’equilibrio” Carofiglio torna a dar voce al suo celebre personaggio, Guido Guerrieri. L’avvocato barese appassionato di pugilato è chiamato a difendere un suo vecchio compagno di studi, ora magistrato affermato e “in carriera”, accusato di corruzione.

Gianrico Carofiglio, La regola dell'equilibrio, Einaudi.
Gianrico Carofiglio, La regola dell’equilibrio, Einaudi.

Per quanto molto lontana dalle atmosfere da legal-thriller dei precedenti “capitoli” della serie (su tutti, per me, svetta “Testimone inconsapevole”), la penna di Carofiglio tiene sempre viva la storia, senza rinunciare alle lunghe e dettagliate (a volte eccessivamente) digressioni tecnico-legali, tratteggiando un’atmosfera diversa, più “raccolta”. Alla suspense si sostituisce, progressivamente, la riflessione personale, intima. Proprio per questo, però, le riflessioni di Guerrieri (attuale e intensa quella sull’ipocrisia del mondo giudiziario e, in un certo senso, della giustizia in sé) e i discorsi (o gli “scontri”) con l’amico-sacco che pende e oscilla al centro del soggiorno di casa risultano tormentati come delle vere e proprie indagini.

Non è un capolavoro, sia chiaro. Ma è sicuramente un libro da leggere, in cui spiccano le scenografie cittadine (gli scorci serali, la luce soffusa e accogliente di una libreria per nottambuli, una finestra affacciata sulle luci dell’aereoporto) che diventano, pagina dopo pagina, un luogo intenso e ideale.