Archivi categoria: romanzo

La “Sottomissione” secondo Houellebecq.

Michel Houellebecq, Sottomissione. Bompiani.
Michel Houellebecq, Sottomissione. Bompiani.

Francia, 2022.

Il leader della “Fraternité Musulmane” Ben Abbes, sconfiggendo al ballottaggio Marine Le Pen, è eletto Presidente della Repubblica.

Sotto la spinta di questo “nuovo Napoleone”, Algeria, Tunisia, Marocco, Libano ed Egitto in breve tempo si avvicinano e aderiscono all’Unione Europea e i partiti tradizionali, ormai al tracollo, scelgono di non contrastare questo progetto di “ricostituzione dell’Impero romano” sotto il segno dell’Islam. Scegliendo di sottomettersi. E sottomettendo il mondo occidentale alla dominazione finanziaria e culturale dei ricchi Emirati.

Uscito in Italia il 15 gennaio, a pochi giorni dalla strage di Charlie Hebdo, è stato annunciato – e “pompato” (con tanto di presentazioni annullate per ragioni di sicurezza, nella spietata logica di un marketing privo di remore) – come un libro sulla prevaricazione dell’Islam nei confronti dell’occidente.

Non lo è.

E’ un libro sull’opportunismo e sulla debolezza etica degli uomini. Sul rifiuto di solidi principi sociali, professionali, intellettuali e sentimentali.

Il filosofo Michel Onfray (figura molto particolare e discutibile, per la verità), in un’intervista al Corriere della Sera ne ha parlato come di un libro “sulla collaborazione e la fiacchezza degli uomini”. La scelta di questi termini l’ho trovata, pagina dopo pagina, perfettamente calzante. Perchè – per dirla sempre con Onfray – “la sottomissione di cui diamo prova nei confronti di ciò che ci sottomette è attualmente sbalorditiva”.

“Il desiderio di essere come tutti”, un libro costruito per piacere e piacersi.

Il desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo, Einaudi.
Il desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo, Einaudi.

Il desiderio di essere come tutti non è un superficiale desiderio di omologazione. E’ il desiderio di veder riconosciuta – da tutti – una propria “diversità”. Ma è anche, allo stesso tempo, il desiderio di vivere la propria “diversità” (politica, sociale, intellettuale, persino sportiva) come un’opportunità e non come una elitaria esclusività. Questo racconta Francesco Piccolo, ripercorrendo momenti ed episodi significativi della sua vita e della sua formazione contestualizzandoli tra i tumulti politici degli anni Settanta, le trasformazioni “rampanti” degli anni Ottanta e il ventennio berlusconiano a cavallo del duemila. Ed attraverso queste tappe, riflette sull’abitudine della sinistra italiana (in tutte le sue evoluzioni: dal PCI di Berlinguer post rapimento Moro, al Partito della Rifondazione Comunista di Bertinotti, alla forzata e controproducente esperienza del governo D’Alema) di arroccarsi in un’autoreferenzialità impermeabile al confronto.

L’idea del libro è, in fondo, interessante. Ma è sbilanciato: tanto delicato, ricco di sfumature e autoironico nella prima parte (“la vita pura: io e Berlinguer”) quanto scontato e ripetitivo nella seconda (“la vita impura: io e Berlusconi”).

I paragrafi trasmettono l’idea di un ricco e corposo diario, in cui a riflessioni meditate si alternano appunti scritti di getto. Peccato che alla revisione siano sfuggite alcune ripetizioni fastidiose che lasciano l’impressione di un superficiale “collage” di appunti.

Per quanto siano numerosi e interessanti gli spunti per approfondimenti cinematografici (“La Terrazza” di Ettore Scola, “Come Eravamo” di Sidney Pollack) e letterari “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e “La lentezza” di Milan Kundera, “La promessa” di Friederich Durrenmath), si perde nell’autobiografia “spicciola” (il lavoro di sceneggiatore per “il Caimano” di Moretti, ad esempio) lasciando l’impressione proprio di quell’abitudine all’elitarismo della sinistra che, invece, analizza e critica con fredda lucidità. Scrive l’autore: la sinistra si deve occupare di procurare cibo per sopravvivere e si deve occupare di procurare coralli per le collane. Se non fa entrambe le cose – come non ha fatto – diventa elitaria e dispregiativa. Appunto.

Mi è sembrato un libro poco spontaneo. Costruito per piacere, e per piacersi. E per vincere. Infatti ha vinto il Premio Strega. Un’esagerazione.

Independiente sporting. Il calcio, la storia e la rivoluzione.

Quale filo conduttore può unire gli emigranti italiani in Sudamerica, il grande Torino, l’Argentina di Videla e dei desaparecidos, i campesinos, il Bogotazo e le rivolte colombiane contro la United Fruit Corporation, il viaggio in motocicletta di Ernesto Guevara e Alberto Granado?

Independiente Sporting, Mauro Berruto, Baldini&Castoldi.
Independiente Sporting, Mauro Berruto, Baldini&Castoldi.

Il calcio. Un pallone di cuoio, marrone come il cioccolato, cucito a mano che rotola sul campo dell’Independiente Sporting, la peggior squadra del Sudamerica. Che non ha mai vinto una partita, ma rappresenta un’occasione. Una possibilità. Il simbolo di come lo sport possa cambiare le persone, e come possa renderle consapevoli di poter cambiare la propria vita e il mondo.

E a raccontare come una palla sul palo possa cambiare (in peggio) la storia e un rigore calciato fuori possa cambiare (in meglio) una comunità, non può che essere chi le mille sfaccettature dello sport le conosce davvero. Mauro Berruto, infatti, è ct della nazionale maschile di pallavolo, medaglia di bronzo alle olimpiadi di Londra 2012. Ma soprattutto è un autore capace di trovare queste parole:

Molti emigranti hanno portato con sé sulla nave un gomitolo di lana, lasciandone un capo nelle mani di un parente. Quando il piroscafo prende ad allontanarsi dalla banchina, dolcemente e inesorabilmente quei gomitoli cominciano a disfarsi, con lentezza. Man mano che la nave si allontana quei fili si spiegano nella brezza del porto finché il gomitolo termina. E quando l’ultimo pezzetto di lana scivola via dalle dita degli uomini e delle donne sul piroscafo, quei fili volano per qualche attimo a mezz’aria sostenuti dal vento. “Perchè non ci hanno attaccato niente?” mi chiede mia figlia Benedetta. “Sembrano aquiloni senza l’aquilone.” “Ci hanno attaccato l’anima, amore mio.” Volano leggeri, quei fili, per qualche secondo. Poi cadono in mare, lentamente. Senza rumore.

Applausi.

“Come doveva finire”, per fortuna, finisce.

Come doveva finire, Alberto Gentili, Garzanti
Come doveva finire, Alberto Gentili, Garzanti

Baby prostituzione durante gli eventi pomeridiani organizzati in una discoteca della Roma bene, l’omicidio del viscido buttafuori, la tormentata vita condotta da un ragazzo problematico, una madre sexy e decisa a vendicarsi, un commissario innamorato alle prese con un’indagine complicata e con le “vite segrete” delle persone coinvolte.

Una storia attuale (come non pensare agli arresti per le vicende dei Parioli) ma clamorosamente banalizzata. Banali i personaggi, scontate le reazioni (e le “relazioni). Troppo sesso (in molti casi non necessario ai fini della storia) e poca suspence. Il pregio di “Come doveva finire” è che finisce.

A viso coperto.

Sono sempre un po’ scettico quando sento parlare contemporaneamente di manifestazioni, di tifo violento, di G8, di celerini e di ultras. Non mi piacciono le semplificazioni. Non mi è piaciuto ACAB (Carlo Bonini, Einaudi), tantomeno la sua versione cinematografica (2012, prod. Cattleya e Rai Cinema), affidata a Sollima sull’onda del successo della serie televisiva Romanzo Criminale. Non mi piacciono le semplificazioni, quindi non mi è piaciuta quella semplificazione delle semplificazioni. Per questo, quando mi è capitato di imbattermi, nel corso di un frenetico zapping serale, in una presentazione di “A viso coperto” (mi sembra nel programma della Dandini) l’avevo ascoltata distrattamente.

"A Viso Coperto" - Riccardo Gazzaniga, Einaudi
“A Viso Coperto” – Riccardo Gazzaniga, Einaudi

Poi, quando in libreria ho iniziato, per curiosità, a sfogliarne le prime pagine, l’ho fatto con la spocchia di chi ha già un giudizio predefinito. Però Sbagliavo. Me ne sono reso conto subito (per fortuna!!). Coinvolgente, dal ritmo serrato,  mai banale. Riccardo Gazzaniga, l’autore,  è un Sovrintendente della Polizia. Conosce, quindi, anche le sfumature di ciò di cui scrive. E infatti l’esperienza e la padronanza del tema si trovano nelle descrizioni delle vicende dettagliate ma mai ridondanti. I personaggi, tratteggiati senza censure anche negli aspetti piu’ negativi, non sono mai ridotti a stereotipi, a “macchiette”. Il libro non va alla ricerca dei “Cattivi” ma – ed è la cosa che ho trovato pi interessante – non definisce i confini all’interno dei quali trovare i “Buoni”. L’odio tra celerini ed ultras non è spiegato, ma è lasciato percepire progressivamente al lettore attraverso i personaggi (le loro storie, i loro caratteri). Il coinvolgimento raggiunge l’apice nelle cronache che i diversi personaggi – ultras, celerini, agenti della digos – fanno dello scontro finale. Scontro dove tutto si mischia e si confonde. E solo al termine della battaglia, quando anche per il lettore si dirada il fumo dei lacrimogeni, si riesce a percepire quanto anche le emozioni piu’ intense, spesso, abbiano la forma dello scontro. Amicizia, paura, amore, coraggio.

“A viso coperto” è bello. Molto. Ed è complesso. Molto.