“Il desiderio di essere come tutti”, un libro costruito per piacere e piacersi.

Il desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo, Einaudi.
Il desiderio di essere come tutti, Francesco Piccolo, Einaudi.

Il desiderio di essere come tutti non è un superficiale desiderio di omologazione. E’ il desiderio di veder riconosciuta – da tutti – una propria “diversità”. Ma è anche, allo stesso tempo, il desiderio di vivere la propria “diversità” (politica, sociale, intellettuale, persino sportiva) come un’opportunità e non come una elitaria esclusività. Questo racconta Francesco Piccolo, ripercorrendo momenti ed episodi significativi della sua vita e della sua formazione contestualizzandoli tra i tumulti politici degli anni Settanta, le trasformazioni “rampanti” degli anni Ottanta e il ventennio berlusconiano a cavallo del duemila. Ed attraverso queste tappe, riflette sull’abitudine della sinistra italiana (in tutte le sue evoluzioni: dal PCI di Berlinguer post rapimento Moro, al Partito della Rifondazione Comunista di Bertinotti, alla forzata e controproducente esperienza del governo D’Alema) di arroccarsi in un’autoreferenzialità impermeabile al confronto.

L’idea del libro è, in fondo, interessante. Ma è sbilanciato: tanto delicato, ricco di sfumature e autoironico nella prima parte (“la vita pura: io e Berlinguer”) quanto scontato e ripetitivo nella seconda (“la vita impura: io e Berlusconi”).

I paragrafi trasmettono l’idea di un ricco e corposo diario, in cui a riflessioni meditate si alternano appunti scritti di getto. Peccato che alla revisione siano sfuggite alcune ripetizioni fastidiose che lasciano l’impressione di un superficiale “collage” di appunti.

Per quanto siano numerosi e interessanti gli spunti per approfondimenti cinematografici (“La Terrazza” di Ettore Scola, “Come Eravamo” di Sidney Pollack) e letterari “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e “La lentezza” di Milan Kundera, “La promessa” di Friederich Durrenmath), si perde nell’autobiografia “spicciola” (il lavoro di sceneggiatore per “il Caimano” di Moretti, ad esempio) lasciando l’impressione proprio di quell’abitudine all’elitarismo della sinistra che, invece, analizza e critica con fredda lucidità. Scrive l’autore: la sinistra si deve occupare di procurare cibo per sopravvivere e si deve occupare di procurare coralli per le collane. Se non fa entrambe le cose – come non ha fatto – diventa elitaria e dispregiativa. Appunto.

Mi è sembrato un libro poco spontaneo. Costruito per piacere, e per piacersi. E per vincere. Infatti ha vinto il Premio Strega. Un’esagerazione.

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