Nesbø non tradisce le attese. E dalla sua “penna”, accantonato Harry Hole (da cui dichiara di essersi solo “preso una pausa”), nasce Olav. Un killer dislessico e “astratto”. Che non sa guidare, non sa far di conto, che legge tanto ma a scrivere va “più adagio di quanto cresca una stalattite“. Un killer innamorato di Maria, una ex prostituta zoppa, e sordomuta, ma travolto dalla passione per la bellissima Corina, la seconda moglie (che, per inciso, avrebbe dovuto uccidere) del suo “datore di lavoro”, il boss Hoffman. Un personaggio straordinario, per i cui diritti – si dice – Leonardo Di Caprio e la Warner Bros sono pronti a sborsare milioni.
Scegliendo uno stile più asciutto e diretto, e senza rinunciare alla consueta ironia, Nesbø crea una storia con tutti gli elementi del noir. Dalla rivalità tra bande ai conflitti a fuoco, dal traffico di droga ai regolamenti di conti, fino al colpo di scena finale. Che questa volta, però, assume sfumature romantiche, sentimentali. Proprio come Olav.
Avevo lasciato con una certa sofferenza Marco Buratti, Beniamino Rossini e Max “la Memoria” alla fine de L’amore del bandito, il libro della serie che Carlotto ha dedicato al personaggio dell’Alligatore che ho trovato più intenso.
La Banda degli Amanti, Massimo Carlotto, edizioni E/O.
Probabilmente perché più che le intuizioni, le analisi e i tormenti del “paciere” Buratti, adoro il personaggio di Beniamino Rossini. La sua divisa – effettivamente démodé – da gangster, i braccialetti d’oro messi al polso per ogni persona uccisa, l’amore intenso e struggente per Sylvie, il rispetto della parola data anche nelle situazioni più estreme e la sua personalissima “etica della criminalità”. Un personaggio così intensamente “noir” da essere contemporaneamente eroe classico ed antieroe byroniano. Ho divorato, perciò, La banda degli amanti. Che dalla figura di Beniamino Rossini, dall’importanza della sua presenza al fianco di Marco Buratti e Max “la Memoria” e dal vuoto (anche inconsapevole) lasciato dalla sua lontananza, trae linfa per diventare da un vago intreccio iniziale una storia ben definita. La morte di Sylvie è un colpo duro. Per il gangster, per i personaggi e per me, semplice lettore. Carlotto riesce a dar forma ad una cappa di sottintesa malinconia anche quando, lo sviluppo della storia allontana il pensiero da quell’episodio. Anche quando il protagonista di Arrivederci amore, ciao e Alla fine di un giorno noioso diventa inequivocabilmente il nemico da abbattere, anche se mimetizzato da formale, ricco, scrupoloso ristoratore di successo di nome Giorgio Pellegrini (“re di Cuori” dominatore, criminale senza scrupoli, assassino efferato).
E questo è il punto, personalissimo. A me non piacciono gli incontri fra personaggi di libri, o serie diverse. Neanche quando, come in questo caso, l’autore riesce a mantenere vive e ben definibili le caratteristiche di tutti i personaggi evitando, nella dura contrapposizione creata con un personaggio così oscuro, di trasformare “i buoni” in investigatori “alla Topolino”.
C’è poco da fare, mi rimane l’idea di “Godzilla contro King Kong”.
E’ un libro di retrogusti, dunque. Retrogusto di meravigliosa malinconia in ogni pagina, anche in quelle più concitate, e di insoddisfazione finale.
Quando si allontana dalla ormai esasperante saga-Montalbano, Camilleri ha guizzi interessanti. Ho letto tempo fa “Un sabato con gli amici”, ho letto ora “L’intermittenza”. Li ho apprezzati entrambi, anche se in entrambi i casi mi ci sono volute un po’ di pagine per smettere di aspettarmi l’intervento di Fazio, le scivolate di Catarella o i pistolotti di Montalbano stesso.
Il romanzo è del 2010, ma attualissimo.
Gli affari sporchi, le aziende sull’orlo del fallimento salvate grazie ad oscuri giochi finanziari fatti da manager senza scrupoli sulla pelle dei lavoratori, la politica superficiale, connivente e cialtrona, i conti milionari nei paradisi fiscali, l’agitarsi dei sindacati, sembrano ricalcati dalle cronache economiche (e non solo) italiane. Quello tratteggiato da Camilleri è un capitalismo “sporco”. Sia da un punto di vista imprenditoriale che umano. Un capitalismo corruttore e, a sua volta, corrotto e corruttibile.
Un capitalismo talmente privo di qualsiasi scrupolo, da sembrare descritto oggi. Con la consulenza di Fassina.
Invece si arriva in fondo, e tra i ringraziamenti c’è quello ad Ichino.
Ma, in effetti, il libro è del 2010. E anche questa è l’Italia, appunto.
Ho amato Io non ho paura e la Roma di Che la festa cominci. Sono stato piacevolmente colpito da Branchie e Io e te. Addirittura non mi è dispiaciuto il film Il siero delle vanità di Infascelli, di cui Ammaniti ha scritto il soggetto.
Altrettanto solitamente, però, a me le raccolte di racconti non piacciono. A meno che non si tratti di operazioni commerciali evidenti. Tipo quelle, a tema, di autori diversi. Alla “Natale in giallo”, per capirci. Letture agili e veloci. Intrattenimento dichiarato, con cui spesso al fianco di autori importanti e conosciuti si da visibilità a nuovi scrittori (a volte talenti) da scoprire.
In questo libro pensavo di trovare una via di mezzo. Ma i racconti di Ammaniti sembrano messi insieme per fare volume. Molti li avevo già letti, apparsi in altre raccolte o in altre pubblicazioni. E quelli che mi sono sembrati inediti li ho trovati sconclusionati. Grotteschi e ai limiti dell’inverosimile come molti dei romanzi di Ammaniti, ma senza un filo conduttore forte. Fini a se stessi, insomma.
Un’operazione commerciale, quindi. Ma non dichiarata. Nascosta. Camuffata.
Alessia Gazzola, Le ossa della principessa, Longanesi.
Nel quarto “episodio” della saga di cui è protagonista, Alice Allevi, medico legale, casinista e – soprattutto – un po’ sfigata, si trova coinvolta nelle indagini sulla scomparsa di una sua collega (la collega stronza però, quella detta “l’Ape Regina”). Scomparsa che risulta sorprendentemente collegata all”omicidio di una giovane archeologa, Viviana, il cui corpo viene ritrovato sepolto come lo scheletro di una principessa da lei stessa rinvenuto sullo scavo di Gerico.
Alice, goffa e sbadata come sempre, ma con un grande intuito, diventa quindi la spalla dell’ispettore Calligaris tra i corridoi dell’Università La Sapienza cercando di chiarire i rapporti – e di conseguenza il coinvolgimento – dei ricercatori.
Una saga (L’Allieva, Un segreto non è per sempre, Sindrome da cuore in sospeso, Le ossa della principessa) leggera e divertente.
Una lettura veloce, agile, da viaggio in treno. Senza pretese da grande noir ma, pur mantenendo sempre bene in vista le sfumature rosa, con degli spunti della trama investigativa interessanti e non banali. Carino.