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#JulesBianchi.

Lo scrivo chiaro e tondo.

Jules Bianchi era un pilota ed è morto per le conseguenze di un grave incidente di gara.

Ma Jules Bianchi è stata infamato da chi gestisce la Formula 1 come fosse un carnevale. Dalla coppia Bernie Ecclestone-Charlie Whiting, troppo impegnati a silenziare i motori, ridurre i costi, diminuire i test, omologare gli sviluppi, limitare la velocità, punire i sorpassi ruota contro ruota per evitare che una vettura a bordo pista venga rimossa con un trattore senza l’ingresso della Safety Car. Con un TRATTORE.

Jules Bianchi è stato oltraggiato da quei venduti del Panel della Fia, che in un rapporto di 400 pagine hanno concluso come, in fin dei conti, sia stato lui a non aver rallentato abbastanza. Eccoli qui: Ross Brawn, Stefano Domenicali, Gerd Ennser, Emerson Fittipaldi, Eduardo de Freitas, Roger Peart, Antonio Rigozzi, Gérard Saillant e Alex Wurz.

imagesRecentemente, intervistato da France-info il papà aveva detto A volte mi sembra di impazzire, è peggio che se fosse morto. Il tempo passa, ora sono meno ottimista rispetto a due-tre mesi dopo l’incidente, quando ancora avevamo modo di sperare in una svolta. Purtroppo si arriva in un momento in cui bisogna tornare con i piedi per terra e capire la situazione. Siamo sicuri che si troverebbe a vivere una situazione che non gli piacerebbe. Parole che autorizzano a pensare che Jules sia stato lasciato andare. Una scelta di coraggio e nobiltà morale. Parole sconosciute per la Fédération Internationale de l’Automobile.

Jules Bianchi era un grande talento.

Mi dispiace tanto.

29 dicembre, #ForzaMichael.

Chi ha una passione se la porta dentro sempre.

Anche se a volte diventa un fagotto complicato da portarsi appresso, la passione.

Perché quando delude è una delusione cocente, che sembra ti marchi a fuoco per sempre. Ma sono proprio quelle delusioni cocenti che rendono indimenticabili le gioie. Anche se, quantitativamente, sono meno.

Ma in entrambi i casi ti ricordi tutto, e tutti. Dove stavi. Chi c’era. Chi non c’era. Un gesto, una parola, una risata, un’imprecazione. A volte qualche lacrima. Ti ricordi a chi devi le gioie. E chi ha causato i dolori. In uno scambio reciproco continuo, tra passione e appassionato. Tra tela e pittore, tra squadra e ultras, tra strumento e musicista.

Tra scuderia e tifoso.

Perché se i miei occhi di appassionato ferrarista hanno accompagnato tutta la carriera di Michael Schumacher, è altrettanto vero che le vittorie e le sconfitte di Michael Schumacher hanno accompagnato molte (praticamente quasi tutte) fra le cose più rilevanti della mia vita.

La vittoria sotto il diluvio a Barcellona nel 1996.

La ruotata maldestra alla Williams di Villeneuve nel 1997.

L’incidente di Silverstone nel 1999.

Il titolo mondiale vinto a Suzuka nel 2000. A farmi capire quant’è bello, finalmente, poter piangere di gioia. E i 4 seguenti. Con i quali mi piace pensare mi abbia voluto risarcire per i ventuno anni passati ad aspettare.

L’annuncio dell’addio dopo la vittoria a Monza nel 2006.

Il quarto posto di San Paolo. Quando a nessuno interessava più della vittoria di Massa e di Alonso campione del mondo, perché la Ferrari numero 5 stava rimontando dall’ultimo posto a furia di sorpassi all’esterno e staccate mozzafiato.

La speranza del ritorno nel 2009.

E poi il 29 dicembre dell’anno scorso. E l’inaccettabile banalità della normalità. Quando cadendo non contano i titoli mondiali, i sorpassi, le staccate.

Però un tifoso appassionato fa il tifo sempre. Anche quando non serve. Anzi, soprattutto quando non serve. E anche quando le cose vanno male vede comunque la vittoria.

Non ora, va bene. Ma magari tra un po’. Più in là.

E’ questo il bello delle passioni.

Perciò forza, Michael.