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35 anni senza Gilles.

Io quello che stessi facendo l’8 Maggio 1982 alle 13.52 non me lo posso ricordare. Avevo 4 anni, ero piccolo. Mamma e papà raccontano che sapessi riconoscere i piloti dai caschi (che poi, vabbè, a 4 anni Mozart già componeva, ma accontentiamoci…). Comunque, io cosa stessi facendo l’8 Maggio 1982 alle 13.52 proprio non lo so.

Quello che so con certezza è che, da quel giorno, i pochi istanti successivi all’impatto fra la ruota anteriore sinistra della Ferrari 126 C2 di Gilles Villeneuve e la posteriore destra della March di Stirling Moss, quei maledetti secondi prima che il corpo del pilota canadese sbalzato via dall’abitacolo ricadesse sulla rete di recinzione e poi sulla pista, ho provato a fermarli mille volte. Mille volte ho distolto lo sguardo da quella tuta bianca accasciata contro la rete di protezione. Mille volte ho spento la tv, mille volte ho cambiato canale.

Perché Gilles Villeneuve non era solo il pilota “più veloce della storia della Formula 1”, non era un eroe. Era (ed è) un sogno.

Enzo Ferrari ha scritto di avergli voluto bene. Anch’io.

La sottomissione no, non la posso sopportare.

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La stagione della Ferrari non può essere definita deludente. Deludente è stata quella 2015, dove nonostante tre vittorie non si è mai riuscita ad inserire nella lotta per il titolo. O quella 2013, quando dopo un inizio promettente si è progressivamente allontanata dal vertice. No, quella di quest’anno non è stata deludente. E’ stata una collezione (enorme) di figuracce (enormi). Un continuo susseguirsi di dichiarazioni altisonanti e disastri tecnici, di promesse d’arrembaggio e grossolani errori strategici, di proclamati riscatti e assurdi ritiri. Conclusa con l’apoteosi di Abu Dhabi, con la resa talmente incondizionata del muretto (sbagliate entrambe le strategie nonostante due piloti evidentemente “in palla”) da puzzare di voglia di stare lontano dai guai e non immischiarsi nella sfida tra i due piloti Mercedes. Dunque, io ho sopportato i 21 anni senza titolo piloti, figuriamoci se mi spaventa questo periodo di crisi. Ho sopportato le più deliranti coppie di progettisti, Migeot-Nichols e la F92A col doppio fondo piatto, Barnard-Brunner e la 421T con le prese d’aria a goccia. Ho sopportato le delusioni cocenti all’ultima gara del 1997, del 1998 e del 1999. Ho sopportato la truffa Hamilton-Glock del 2008. Ho sopportato pure ‘sto maledetto bianco sulla livrea (che lo sanno tutti che porta sfiga, ma come vi viene in mente?). Ma una Ferrari sottomessa, no. Quella non la posso sopportare.

Risposta.

http://www.gazzetta.it/Formula-1/04-11-2015/formula-1-hamilton-schumacher-fan-club-kerpen-130785007497.shtml

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Basterebbe così poco per rispondere a quest’uomo da niente.

Basterebbe, per esempio, ricordargli che deve gran parte della sua carriera alle vittorie ottenute con una scuderia, la McLaren, che progettava macchine ed evoluzioni grazie allo spionaggio industriale.

Basterebbe ricordargli che se Timo Glock non si fosse spostato (apposta) all’ultimo metro dell’ultima curva del Gran Premio del Brasile, nel 2008 il mondiale l’avrebbe vinto Felipe Massa.

Ma forse è meglio rimanere in silenzio, a fissarne la capigliatura da mohicano d’accatto e la vacuità dello sguardo tipica dell’ottuso. E spaccargli il c**o in pista l’anno prossimo, senza pietà.

#ForzaMichael #KeepFightingMichael

1997-2015, da Jerez a Sepang.

18 anni fa.
26 ottobre 1997, Gran Premio d’Europa a Jerez de la Frontera. La rimonta della Williams di Jacques Villeneuve fa sfumare il sogno mondiale di Michael Schumacher e della Ferrari.

Alla curva Dry Sac il pilota canadese affianca la Ferrari all’interno. L’anteriore destra della Rossa piomba sulla fiancata della Williams. Contatto evidentemente deliberato. Ritiro e sconfitta. Polemiche a non finire. Uno dei momenti, anzi no, probabilmente l’unico momento davvero buio della storia di Schumacher in Ferrari. Qualcuno addirittura lo definì un “ex pilota che non avrebbe più vinto nulla” (in Italia c’è sempre chi ci vede lungo…).

Un mese dopo, sempre a Jerez, durante una sessione di test prima dell’inizio del motomondiale, un pilota che si definiva un grande tifoso di Villeneuve indugiò a lungo davanti ai fotografi baciando l’asfalto del circuito. Guarda un po’, proprio quello della curva Dry Sac.

Era Valentino Rossi.

Chissà se oggi se lo è ricordato.